Lettera di un sacerdote ai futuri presbiteri

Carissimi,

non si sono ancora spenti l’entusiasmo e la gioia da parte della Chiesa e di cia­scuno di noi per avere celebrato i duemi­la anni del mistero dell’Incarnazione, che ci ha visti tutti riuniti attorno a Cristo Gesù, nostro Signore e Salvatore, il quale ci ha spronato ad essere la Chiesa del terzo millennio.  Infatti, nella Chiesa non c’è entusiasmo e gioia che non si trasfor­mino in nuova sensibilità e presa di responsabilità.  Ed invero, gli inizi del terzo millennio si stanno dimostrando più com­plessi, e, per molti aspetti, più oscuri ed incerti del previsto.
Da qui, l’attuale tempo storico richiede da parte di ciascun credente in Cristo una piena maturità di fede e di vita non comu­ne, una particolare generosità di dedizio­ne e di sacrifico.  E se ciò vale per ogni battezzato che intenda essere vero disce­polo di Gesù Cristo, questo vale ancor di più, richiedendo un livello sommo di attuazione, per chi o è già da anni, pochi o molti che siano, al servizio della Chiesa nel ministero presbiterale, o si appresta ad assumerlo in virtù della chiamata rice­vuta dal Signore e riconosciuta dalla Chie­sa. Non voglio qui fare una trattazione teologica e sistematica sul sacerdozio; altri lo hanno fatto molto meglio di quan­to potrei farlo io.  Peraltro, siamo anche in presenza di una notevole e significativa recente documentazione magisteriale a tal riguardo.
Ciò che così intendo proporre è una riflessione, di certo non del tutto compiuta e sufficiente, su quella tensione spirituale e morale che deve animare una esistenza credente chiamata ad esercitare il ministero sacerdotale.  Il sacerdote è un vocato, un chiamato.  Come tale egli deve sentire la responsabilità di rispondere a un dono ricevuto del Signore che è chiamato a custodire, sviluppare, accrescere ed esercitare non in nome proprio, come di qualcosa che si possiede da sé e per sé ma nel nome di colui da cui si è ricevuto tutto.  Il sacerdote è così un uomo a servizio, a servizio di Gesù Cristo, l’unico sommo ed eterno Sacerdote, perché l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini, non essendoci salvezza in nessun altro nome Noi, costituiti sacramentalmente ed ontologicamente nella identità sacerdotale di Cristo, siamo chiamati ad essere sua icona, sua estensione nel tempo, suo pro­lungamento nella storia.
Da qui, la coscienza di dover porre al centro della nostra vita l’identità salvifica, sacerdotale – eucaristica di Cristo, di colui che è presente nella Chiesa e nel mondo fino alla fine dei secoli e che vuole esser­lo attivamente ed efficacemente anche per l’esercizio personale e specifico di ogni suo ministro.  Per questo, la necessità di essere con Cristo, di vivere con e in Cri­sto per donarlo all’umanità del nostro tempo storico.  Giustamente è stato detto che il cristianesimo prima di essere una dottrina, un culto e una morale è una per­sona: radicalmente è Gesù Cristo.  La rive­lazione si racchiude e si identifica, infatti, perché costituita da lui, Parola di Dio incarnata e donata agli uomini, in Cristo.
Ciò vuol dire che il sacerdote è tale solo nella misura in cui con la stessa radicalità, senza distinguo e senza sì, ma, realmente e costantemente annuncia Cristo, con 1’autorità e lo stile che furono suoi duran­te il suo ministero pubblico e con l’auto­rità di lui, Risorto, che continua ad opera­re in forme sempre nuove nella storia, attraverso l’azione del suo Spirito.
Ciò è stato da tanto tempo esplicitato anche dalla teologia con alcune espres­sioni, che, se non vanno enfatizzate, tutta­via colgono ne segno: il sacerdote è colui che agisce in persona Christi ed esercita la capitalità di Cristo Capo e Pastore.  Affermazioni bellissime, profondissime ma che, se non adeguatamente intese, nascondono e celano una tentazione per­niciosa, che dà adito a tanti equivoci, a tante mistificazioni, per non dire a false identificazioni, tutte conseguenze che danneggiano la vita della Chiesa, la sua missione e l’esercizio del nostro ministero a beneficio dei credenti in Cristo e degli uomini in genere.  La tentazione, spesso subdola, spesso inavvertita, spesso celata innanzitutto alla nostra stessa coscienza, perché troppo attaccati a noi stessi, è quella che da ministri e servi di Cristo ci fa diventare sostituti di Cristo: da sacerdos alter Christus, nel senso di essere per Cri­sto e al suo servizio, a sacerdos-Christus, come se noi, in tutto quello che siamo e in quello che facciamo, siamo certa­mente e sempre Cristo!  La storia del mini­stero sacerdotale è purtroppo piena di questi equivoci, di queste facili identifica­zioni, provocando seri danni alla identità della Chiesa e all’efficacia del cristianesi­mo tra gli uomini.  Per evitare ciò, il pre­sbitero deve avere la costante cura di seguire Cristo e di imitarlo, perché lui parli in noi, lui agisca in noi, in virtù dello Spi­rito che abbiamo ricevuto; in una parola, per dirla con l’apostolo Paolo, perché lui viva in noi.
Testimoni e discepoli, di certo predilet­ti da Cristo, siamo così chiamati ad annunciare il suo Vangelo con lo stesso entusiasmo e la stessa gioia che ebbero i primi apostoli quando furono inviati di città in città, di villaggio in villaggio per predicare l’avvento imminente del Regno di Dio, suscitando tra la gente grande spe­ranza ed attesa; ancor più, con la deter­minazione che fu propria degli stessi apo­stoli dopo la Pentecoste, predicando che in nessun altro c’è salvezza se non in Gesù Cristo, morto e risorto, e per lui donando anche la propria vita.  Tra tutti spicca la figura e la missione dell’apostolo Paolo, il quale chiamato, e per questo converten­dosi, direttamente dal Signore Risorto, divenne l’apostolo, il testimone infaticabi­le ed insonne del Cristo.  Di Paolo dobbia­mo assumere lo stile della urgenza, della strenua e totale dedizione, il coraggio e la determinazione perché il Vangelo di Cristo sia annunciato a tutti per portare i frutti della giustificazione, della grazia e della vita nuova.
La sua autorità poi, in quanto apostolo fondatore di tante comunità cristiane, egli la esercitava sì con energia, in difesa del gregge ricevuto, ma anche e sempre con amore, con l’amore di colui che si sente padre affettuoso, fratello attento, amico interessato, volendo tutti confermare e custodire nella verità di Cristo.  Per questo, egli si preoccupava esclusivamente, si potrebbe anche dire con tenace ossessio­ne, ma la sua era una sana ossessione, solo del Vangelo, della buona novella che identificava con Gesù Cristo stesso, lui che è la via, la verità e la vita, lui che è il fondamento della giustificazione e della nostra figliolanza con Dio.  Come Paolo, per questo, il ministro di Dio deve avere una costante e continua cura di conosce­re autenticamente il Vangelo di Cristo, perché solo così è Vangelo che libera e salva, cioè nella misura in cui è annuncia­to, perché è amato ed interiorizzato e testimoniato, in ogni caso sempre, secon­do l’amore di Cristo per tutti gli uomini.  Troppo spesso, invece, si è convinti per comodità e superficialità di aver ben com­preso e tutto compreso nei confronti dei Vangelo di Cristo, di saperne abbastanza e a sufficienza!  In tal senso, il sacerdote deve avere cura di non confondere mai le proprie idee e convinzioni con il Vangelo di Cristo: solo questo deve annunciare e non altro, perché possano risplendere sempre la luce e la sapienza di Cristo e, per lui e in lui, della Chiesa stessa, chia­mata ed essere a sua volta luce del mondo e sale della terra.  Come l’apostolo Paolo, il Vangelo di Cristo va poi predica­to e testimoniato tra gli uomini, sulle vie e sulle piazze, nei luoghi dove si svolge la loro vita, là dove si determinano le sorti dell’umanità e non esclusivamente nel chiuso delle nostre, più o meno belle, Chiese, appagati di aver fatto delle omelie più o meno convincenti ed accattivanti.
Unitamente alla predicazione del Van­gelo, il sacerdote deve preoccuparsi di donare ai credenti i beni salvifici, anche attraverso la guida, intelligente ed amore­vole, della vita liturgica, dei momenti di preghiera della comunità, attraverso l’am­ministrazione santificante ed elevante dei sacramenti, in maniera particolare del sacramento, dell’eucaristia, il sacramento principe dell’amore di Dio per gli uomini in e con Cristo.  L’eucaristia, si abbia cura, che sia veramente centro, fonte e culmine della vita della comunità.  Da qui, l’atten­zione perché ogni celebrazione eucaristi­ca, anche quella feriale, sia celebrata con vera fede da parte del presbitero e della comunità, come momento vitale di inten­sissima comunione con Cristo, celebran­dolo e riconoscendolo sempre come il nostro Salvatore e Redentore, l’unico Capo e Guida della Chiesa e delle anime, Signore della storia e degli uomini, l’Alpha e l’Omega.  Nella celebrazione eucaristica il tempo si eternizza perché l’eternità si fa temporale, l’uomo si divinizza, perché Dio si fa umano, prossimo, vicino, immediato a noi.  Basti questo poco, che qui si può affermare nei confronti di questo sacramento, frutto dell’amore crocifisso di Cristo, per comprendere come non ci può essere autentico ministero sacerdotale senza esclusivo amore per l’eucaristia presenza vitale perché reale dell’amore d Cristo per ogni uomo.  Come può un sacerdote amare veramente gli uomini se non fa autentica esperienza dell’amor eucaristico di Cristo?  La vita eucaristica del ministro di Dio è così essenziale in ordine al suo compito che lo chiama a essere pastore, nel nome di Cristo secondo lo Spirito, della comunità cre­dente e di ogni suo singolo membro, e testimone tra gli uomini della redenzione di Cristo.
Pastore della comunità, il presbitero è finalizzato ad essere artefice e custode dell’armonia tra tutti i membri della comu­nità a lui affidata, curandone la crescita e nella maturità della fede e nell’amore fra­terno, promuovendone tutti i carismi e i ministeri che lo Spirito vi suscita, spingen­do tutti alla migliore e più efficace realiz­zazione della vita pastorale e missionaria della Chiesa. Un sacerdote stanco e demotivato come potrà mai guidare la propria comunità ed essere fermento all’interno della propria Chiesa?  Sensibile, invece, all’azione dello Spirito su di sé e nella propria comunità, il presbitero riu­scirà ad essere l’uomo della sana Tradizio­ne della Chiesa e nello stesso tempo del suo perenne rinnovamento: garante della fede autentica della Chiesa e nello stesso tempo artefice di quel continuo bisogno di rinnovamento, fatto di purificazione e di opportuni cambiamenti ed adattamenti continuamente necessari nella nostra epoca che vive un periodo di continue tra­sformazioni.  La fedeltà, così, al deposito della fede si traduce in fedeltà ed obbe­dienza al novum che lo Spirito richiede per la Chiesa del nostro tempo.
Infatti, la fedeltà a Cristo è apertura allo Spirito, e di certo anche il contrario.  Tutto questo non avviene senza le dovute mediazioni dell’u­so della intelligenza e della scienza umane.  Superfluo dirlo, ma necessario affermarlo: essere sacerdoti oggi senza amore per la cultura, senza attenzione alle scienze teologiche, senza sensibilità criti­ca, nello stesso tempo che attenta, verso il mondo della politica, del sociale, dell’eco­nomia, ecc., è impossibile; senza tutto questo come si può essere artefici di rin­novamento e di autentiche trasformazioni nella Chiesa?  Diversamente il rischio è quello di impoverire, se non di passiva­mente limitare, le infinite possibilità salvi­fiche che sono contenute nel patrimonio della nostra fede e che attendono di esse­re attuate ed esplicitate a beneficio dell’u­manità intera, della quale il presbitero avrà cura di privilegiare nella sua azione sacer­dotale e pastorale i poveri, gli ultimi, gli abbandonati, i dimenticati.
Cristo, infatti, si serve là dove la sua croce, che unisce in sé le infinite sofferen­ze della nostra umanità, si erge e richiede di essere da noi assunta e portata.  Per conseguenza, il presbitero non amerà le ricchezze di questo mondo, non si interes­serà ad onori e glorie per sé, non privile­gerà e non coltiverà egoisticamente le relazioni con i potenti e i ricchi della terra.  Di null’altro si glorierà se non della croce di Cristo! Il presbitero deve essere, per sua natura ed identità, l’uomo di tutti perché Cristo è per tutti, offrendo il volto di un cri­stianesimo che è finalizzato al bene di tutti ed essere artefice di una umanità che si rinnova solo e quando intraprende la via della solidarietà, della fraternità, della giu­stizia e della pace.
In ultimo, nonostante sia più il non detto che il detto, un richiamo al fatto che tutto questo potrà essere pienamente rea­lizzato solamente se attuato con vero “stile ecclesiale”, cosa che richiede che il presbitero curi di essere costantemente in comunione innanzitutto con il proprio Vescovo, sempre obbediente in Cristo, e in un rapporto armonico e fraterno con tutto il presbiterio.  Non si può pensare di realizzare compiutamente e perfettamen­te il proprio ministero sacerdotale, isolan­dosi dalla comunione ecclesiale, comu­nione con tutte le membra ecclesiali, la quale invece va perseguita e realizzata quale bene prezioso e linfa vitale per l’e­sercizio del proprio ministero e per il bene della propria Chiesa locale.  Il presbitero, infatti, non deve mai dimenticare che è al servizio dell’intera Chiesa locale, e di essa deve essere incarnazione ed espressione nel particolare della comunità o del servi­zio a lui affidato.
La Chiesa del terzo millennio ha biso­gno più di prima della presenza al suo interno di tanti sacerdoti, ma di sacerdoti che amino adeguatamente il ministero ricevuto dal Signore e lo attuino con zelo e cura, quanto mai segnati da un vero ardimento apostolico e dalla infaticabilità paolina. Un sacerdote che faccia del pro­prio ministero solo lo strumento per una propria egoistica realizzazione ha già sba­gliato in partenza.
A voi, cari miei fratelli, l’augurio che possiate percepire tutta la bellezza del sacerdozio di Cristo, nello stesso tempo che tutta la responsabilità che esso con­tiene: la bellezza vi entusiasmi sempre, la responsabilità vi spinga ad essere coscienti di quello che fate e che sarete chiamati a fare.  Possa in ogni caso la vostra dedizione al servizio della Chiesa essere la più alta e la più pura, ad imita­zione della beata Vergine Maria, che ne è Madre, perché la Chiesa possa essere testimone dell’amore di Dio in un tempo in cui l’umanità rischia nuove insanabili divisioni e nuove irresponsabili tensioni che rischiano di condurre alla sua disinte­grazione.  Auguri!
Mons.  Giuseppe Trapani