Mal d’Africa

nov 30th, 2017 | By | Category: Cultura

Padre Enzo Canozzi, frate cappuccino, racconta, al Serra Club di Genova Nervi, la sua straordinaria esperienza di missionario, a tutto campo, nella Repubblica del Centroafrica

Preceduto dalla presentazione della Presidente, Maria Gabriella Masè, che ha avuto modo di apprezzare la sua lunga esperienza di missionario, padre Enzo Canozzi,ha ricostruito, per gli amici del Serra di Genova Nervi, alcuni momenti significativi di oltre 35 anni vissuti nella Repubblica Centrafricana. Un’esperienza indimenticabile, durante la quale si è coinvolto con tutto se stesso, entrando a far parte della ormai lunga schiera di missionari affetti dal c.d. mal d’Africa.

Troviamo una traccia fedele del servizio reso a tanti bambini, donne, uomini del Centrafrica, in un bel libro di padre Enzo. Un libro scritto per coloro che desiderano “immergersi” nella realtà di un continente ricco di risorse naturali e umane, potenzialmente in grado di dar vita a un grande processo di crescita umana ed economica, ma tuttora pesantemente penalizzato da condizioni di arretratezza. Purtroppo, i governanti non sembrano molto impegnati a far uscire il Paese dalla miseria. Un libro, ha detto la prof. Masè, che conquista subito il lettore, e si legge in un baleno.

Padre Enzo ha rievocato alcuni degli episodi descritti nel libro, a partire da quando, nel 1971, ha iniziato la sua avventura in CentroaPadre Enzo Canozzi, frica. I primi due mesi li ha vissuti nella missione di Bozoum, ove ha imparato la lingua locale, per poi trasferirsi a Bouar, dove è rimasto per 13 anni. E lì, si è reso conto che avrebbe avuto una vita piena: all’impegno di evangelizzazione, con il quale si proponeva di portare la Parola di Dio, era necessario affiancare subito, date le condizioni di estrema indigenza della sua gente, l’impegno per farla uscire da quella condizione sub-umana di vita.

Percorrendo gli spazi sterminati che si aprivano dalla missione centrale (da dove partivano piste di 100-150 Km. nella boscaglia e nella savana), il frate italiano si è subito accorto “che gli studi di filosofia e di teologia non bastavano”. Ma era necessario “per la vita di tutti i giorni, conoscere cose pratiche, come un po’ di meccanica, elettricità, infermieristica, muratura, agricoltura”.

Quando forava un pneumatico della vecchia Land Rover, “non bastavano i sillogismi di san Tommaso; era utile avere con sé un africano, anche se analfabeta”, ma con “l’ingegnosità e la resistenza di chi ha sempre vissuto nelle emergenze” Si era creato un bell’equilibrio: se il frate era “un bianco che faceva dei discorsi difficili e che parlava di cose di un mondo sconosciuto”, il suo amico “era il nero che, senza tanta prosopopea, mi dava delle lezioni di vita pratica con il sorriso sulle labbra e le mani sporche” (Meravigliarsi in Africa, op. cit., Mano nella mano, pag. 100).

Padre Enzo si è dedicato con entusiasmo al suo lavoro di missionario itinerante nei villaggi, curando, in particolare, la formazione cristiana dei catechisti. Ma, accanto ad essa, ha svolto un’intensa opera di promozione, facendo suoi i problemi dei poveri, da sempre abbandonati a se stessi, lottando con loro per affermare la giustizia e la dignità umana. Nicla Morletti (giornalista e scrittrice, Accademica d’Europa) sottolinea che padre Enzo ha donato “il suo cuore ai poveri e agli umili con quella sua grande anima e con quelle sue grandi mani colme di bene per l’umanità”.

E così, non si contano le iniziative avviate per la nascita di cooperative agricole per la coltivazione di orti o, nel comparto della pesca, per l’allevamento di pesci. Un’opera svolta con determinazione e perseveranza, insieme ad altri religiosi, come padre Agostino Delfino (oggi vescovo emerito di Berberati, Centrafrica) e padre Agostino Bassani, più volte Superiore della missione dei Cappuccini del Centrafrica-Ciad.

A Ngaoundaye, dove padre Enzo ha continuato, per altri 22 anni, il suo servizio missionario, ha diretto la Scuola per catechisti e il Centro agricolo. In quell’area, vicina al confine con il Ciad, ha insegnato ad arare con i buoi e a seminare cotone, miglio, arachidi, mais, soia, riso pluviale. Un lavoro molto impegnativo, anche a causa del gran caldo che ti toglie il respiro.

Un altro tipo di interventi, utilissimi per lo sviluppo del Centrafrica, ha riguardato l’installazione di pompe eoliche (3 per dare energia all’ospedale locale e 1 per la missione). Nella sua infaticabile attività a favore del popolo, padre Enzo ha poi costruito dei pozzi per dare acqua a territori da sempre assetati. Attivando le pompe a mano, l’acqua è salita dalla profondità di 80 m. fino a 30 m. Un grande impegno si è reso necessario per finanziare la costruzione dei pozzi (52 in poco tempo).

Dopo lungo e duro lavoro, l’acqua è stata trovata, ma si è presentato un altro problema. La gente del posto, da millenni tenuta in condizioni di ignoranza e condizionata da ataviche superstizioni, non era attrezzata culturalmente per questa importante conquista. Addirittura, temeva lo “spirito” dell’acqua e non è stato facile, quindi, farle accettare l’uso di questa insostituibile fonte di vita.

Durante i suoi 35 anni in Centrafrica, il frate italiano ha formato 98 squadre con più di 1\200 giovani, che lo hanno aiutato a costruire oltre 30 scuole in lamiera. Scuole da lui fermamente volute, avendo subito constatato che l’ignoranza, nel senso di non conoscenza, è una delle cause principali del sottosviluppo. All’interno di questo gruppo di giovani, c’era un nucleo stabile di almeno 800 giovani, pronti a seguire gli insegnamenti e l’esempio del frate italiano.

Al termine del suo excursus sulle impegnative, ma entusiasmanti avventure nella Repubblica Centrafricana, non poteva mancare un accenno alle difficili condizioni ambientali: padre Enzo ha dovuto sempre lavorare (anche dopo la fine della dittatura di Bokassa) in un Paese in cui mancava la libertà, dove i diritti umani erano calpestati. E se i missionari lottano per far riconoscere quei diritti, è inevitabile che persecuzioni e sopraffazioni siano il loro pane quotidiano…

Dopo la terribile guerra del 2002/3, l’esercito di mercenari che ha attuato un colpo di Stato, puntava a eliminare i cristiani, in primis sacerdoti, frati e suore. E qui padre Enzo ha rimarcato l’importanza di coinvolgere i giovani: “quanto più è impegnativo, vario, nuovo il programma che proponi ai giovani, tanto più è recepito e condiviso”. Ma, se sono seguiti con continuità, avvertono che ti spendi per loro e sanno assumersi delle responsabilità: “questi responsabili diventavano dei leaders anche nei rapporti tra i giovani e le autorità locali”.

Durante l’ultima guerra, questi giovani hanno svolto un ruolo prezioso di “resistenza pacifica” e i sono organizzati, anche mediante “riunioni anonime”, per “salvare la città dai saccheggi dalla distruzione”. E così, “la popolazione fu fiera del loro comportamento e quando venne la Caritas Internazionale per programmare gli aiuti per la ricostruzione, dissero: “E’ la prima volta che in Africa ci troviamo dinanzi ad un caso del genere: la popolazione e soprattutto i giovani che non partecipano a saccheggi e distruzioni” (Meravigliarsi in Africa, op. cit., pag. 105).

Inutile aggiungere che, al termine dell’incontro con frate Enzo, molto apprezzato dai Serrani di Genova Nervi, il suo libro è …andato a ruba tra i presenti.

Sergio Borrelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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