La preghiera del Padre nostro

nov 2nd, 2017 | By | Category: Primo Piano

“Ci vuole coraggio per pregare il Padre Nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire ‘papà’ e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che vedo”.

Così Papa Francesco nell’intervista rilasciata a Don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, nell’ambito del programma “Padre Nostro” in onda su TV 2000 dal 25 ottobre, ogni mercoledì alle ore 21,00.

Il Padre Nostro è’ la più conosciuta delle preghiere cristiane e nel Catechismo della Chiesa Cattolica è definita anche come “Preghiera del Signore” perché ci è stata insegnata direttamente da Gesù. “Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è del Signore. Da una parte, infatti, con le parole di questa preghiera, il Figlio unigenito ci dà le parole che il Padre ha dato a lui: è il maestro della nostra preghiera. Dall’altra, Verbo incarnato, egli conosce nel suo cuore di uomo i bisogni dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità e ce li manifesta: è il modello della nostra preghiera” (CCC 2765).

Il Padre Nostro è una preghiera di supplica, tramandata dalle testimonianze che ci hanno lasciato Luca e Matteo nei loro Vangeli.

Nel Vangelo secondo Luca, “un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (Lc 11,1). La risposta di Gesù a questa domanda fu l’insegnamento del Padre Nostro per la Chiesa e per i suoi discepoli.

Il Vangelo secondo Matteo fa risalire, invece, l’origine della preghiera del Padre Nostro nel contesto del “Discorso della Montagna”, quando Gesù, dopo aver dato inizio alla sua vita pubblica, si rivolgeva alla gente disposta ad ascoltare i suoi insegnamenti (Mt 6,9-13).

Le due versioni della preghiera sono sostanzialmente identiche e le differenze piuttosto marginali, ma la Chiesa ha deciso di adottare quella di Matteo perché ritenuta più completa.

La preghiera del Padre Nostro si compone di una invocazione iniziale e di sette domande rivolte a Dio Padre. San Tommaso d’Aquino, doctor angelicus, nella sua opera monumentale “Summa theologiae”, nel definire il Padre Nostro “la più perfetta delle preghiere” approfondisce che “in essa non solo domandiamo tutto quello che possiamo desiderare con rettitudine, ma anche l’ordine in cui conviene desiderarlo. Sicchè questa preghiera non solo ci insegna a domandare ma plasma anche tutta la nostra affettività”.

L’invocazione iniziale “Padre nostro che sei nei cieli” è una implorazione rivolta a Dio come “Padre di tutti gli uomini” oltre che di Gesù Cristo, perché anche gli uomini possano essere eletti a figli adottivi di Dio e rivolgersi a lui per essere accolti nella sua gloria. Con questa invocazione, come figli di un unico Padre, possiamo considerarci tutti fratelli e vivere nella comunione con Dio e con Cristo. L’espressione “che sei nei cieli” non vuole indicare il luogo in cui dimora Dio, bensì la maestà di Dio che si trova in ogni dove e, quindi, anche vicino a tutta l’umanità.

Le sette domande successive, di cui tre alla seconda persona singolare e quattro alla prima persona plurale, sono sette richieste che rivolgiamo a Dio per potere essere degni del Padre. “Le prime tre domande hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l’avvento del Regno e il compimento della Volontà divina. Le altre quattro presentano a Lui i nostri desideri: queste domande riguardano la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male” (CCC 2857).

La prima domanda “sia santificato il tuo nome” non deve essere intesa in senso causativo perché soltanto Dio santifica. E’, invece, la supplica che rivolgiamo affinché il nome di Dio sia santificato in noi e nella nostra vita, purificando il nostro cuore e rendendolo santo. Sia santificato significa che dobbiamo avere rispetto, venerazione e fiducia nel suo nome, in modo che la nostra condotta sia di glorificazione a Dio e risulti irreprensibile e impostata alla rettitudine e all’obbedienza della sua volontà. “E’ come se dicessimo a Dio: – ha proferito San Giovanni Crisostomo – fa, o Signore, che la nostra vita sia un tale specchio di purezza e di trasparenza che tutti, vedendo noi, rendano gloria a te”.

Con la seconda domanda “venga il tuo Regno” si fa riferimento alla seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi, quando il regno di Dio si compirà e si stabilirà in modo definitivo in cielo e in terra. Venga il tuo regno non si deve intendere come se, al momento, Dio non regni anche sulla terra, giacché Egli è il creatore dell’universo, ma come manifestazione agli uomini nella dimensione finale quando la volontà del Padre si sarà adempiuta in modo perfetto.

La terza domanda “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” è rivolta al Padre affinché tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Dicendo “Padre, sia fatta la tua volontà” chiediamo a Dio che, come già realizzato in cielo, il disegno della sua benevolenza si realizzi anche sulla terra: questo suo disegno è la salvezza del mondo. Per compiere la volontà di Dio è necessario, quindi, che il nostro progetto di vita coincida con il suo disegno affidando a Lui le nostre attese.

Con la quarta domanda “dacci oggi il nostro pane quotidiano” sembra cambiare la prospettiva della preghiera perché se prima era Dio al centro di ogni invocazione adesso l’attenzione si sposta da Dio a noi. Il pane quotidiano, inteso come simbolo del bisogno perché l’uomo per vivere ha necessità di nutrimento, è anche il simbolo eucaristico del Cristo come pane della vita. Il pane è, quindi, un dono di Dio perché è un alimento che ci consente di metterci in contatto con Dio. Con questa invocazione ci abbandoniamo quotidianamente nelle mani di Dio per ricevere da Lui tutto quello che occorre per il nostro nutrimento materiale e spirituale.

La quinta domanda “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” riflette la richiesta della misericordia di Dio per la remissione dei nostri peccati. Nel riconoscere la nostra condizione di peccatori ci rivolgiamo a Dio per ottenere il suo perdono attraverso i suoi ministri, che sono i sacerdoti, e il pentimento che ci fa accostare al sacramento della penitenza. La nostra richiesta sarà, però, esaudita soltanto se sapremo perdonare, a nostra volta, coloro che ci hanno offeso perché ”nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all’amore misericordioso del Padre” (CCC 2840).

La sesta domanda “e non ci indurre in tentazione” è una implorazione a Dio di tenerci lontano dalla strada che conduce al peccato. Come Gesù fu tentato dal demonio nel deserto uscendone vittorioso, anche l’uomo, come creatura debole, è sottoposto alle tentazioni e si rivolge a Dio affinché lo aiuti a purificarsi e a sostenerlo quando non è capace di rialzarsi da solo. L’arma per sconfiggere la tentazione è la preghiera, elevata con animo puro e sincero, che dà la forza per combattere le tentazioni e di vincerle con la solidità della fede.

Con l’ottava e ultima domanda “ma liberaci dal male” invochiamo l’aiuto di Dio a proteggerci “per essere liberati da Satana e da tutti i mali presenti passati e futuri, di cui egli è l’artefice o l’istigatore” (CCC 2854). Con questa domanda chiediamo, inoltre, di combattere e vincere il Male con la grazia di Dio attraverso il sacramento dell’Eucaristia.

Cosimo Lasorsa

 

 

 

 

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