Il servizio del Serra a favore delle Vocazioni

ott 25th, 2017 | By | Category: Apertura

NUOVI LINGUAGGI E NUOVI GESTI, PER CHIAMANTI E CHIAMATI

Nel primo incontro dell’anno, don Carlo Migliori, Cappellano del Serra di Genova Nervi, ha presentato il tema che sarà sviluppato durante il cammino formativo del nuovo anno sociale

Nel presentare il tema dell’anno, don Carlo ha subito accennato all’esigenza di una nuova pastorale verso i giovani. E ha osservato che i serrani, in quanto coinvolti in un grande rapporto d’amore con il Signore, sono dei chiamati (a una vita di fede). Da chiamati, diventano chiamanti. Il discepolo, infatti, “è trasformato dalla gioia di sentirsi amato da Dio e non può trattenere questa esperienza solo per sé” (così il Papa nella 54.a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni).

Dal dono d’amore della fede, nasce l’impegno missionario a trasmetterla al prossimo aprendoci, ha aggiunto Francesco, all’azione dello Spirito, con l’ascolto della Parola, con la preghiera (assidua e contemplativa), e curando l’Eucaristia, “luogo privilegiato di incontro con Dio”.

Particolare cura va posta, ha rilevato il relatore, nell’accompagnamento dei giovani, offrendo un cammino di maturazione integrale, umana e spirituale, utile ai fini del discernimento vocazionale. E’essenziale comprendere gli interessi e le aspettative dei giovani afflitti da senso di solitudine, usare il loro linguaggio. E, come ha osservato un noto serrano, Cosimo Lasorsa, oggi possiamo contare sul fatto che “ci saranno meno sacerdoti, ma certamente più consapevoli e preparati”.

Di recente, il card. Mauro Piacenza (prefetto della Congregazione per il Clero), ha rimarcato che il problema non è tanto la scarsità delle vocazioni sacerdotali, quanto la fede, “l’ardore missionario” delle famiglie, delle comunità, degli stessi pastori. Alle gravi fragilità affettive, che creano ferite profonde, sappiamo offrire una solida proposta formativa, “teologicamente fondata in una compiuta cristologia e in una conseguente chiara e luminosa ecclesiologia”? Anche la scelta del celibato va intesa come “imitatio Christi” (così fu per gli apostoli e per la Chiesa delle origini).

Don Carlo ha poi citato i risultati di un’indagine del 2015 sul rapporto dei giovani con la fede (9000, tra i 18 e i 29 anni) : è emerso che, se per i giovani di 40 anni fa, Gesù era solo un grande profeta, l’attuale generazione non è ”incredula e senza Dio (…), ma in ricerca, con scarsa conoscenza della dottrina, una pratica precaria e la fiducia in Papa Francesco”. Sta a noi mostrare che Gesù è la Persona che cercano, l’Unico che può appagare il loro desiderio di Assoluto.

Quella odierna è una “generazione di mezzo”, tra un passato (con relativo modello culturale) che non c’è più e un futuro che non c’è ancora. Si delinea così un modello che apre “nuove modalità di vivere la fede, più personali, meno convenzionali”. Ma molti, non avendo la preparazione per trovare l’autenticità di vita che cercano (né una comunità cui riferirsi), si chiudono nella solitudine.

Circa le diffuse crisi adolescenziali (che allontanano i giovani dalla Chiesa dopo la Cresima), don Carlo ha osservato che essi hanno un’idea distorta della fede, che viene confusa con l’etica. Sentiamo uno di loro: “Io forse non sono un cristiano ma ho un’etica tendenzialmente cristiana”.

Questi giovani hanno “un’idea di vita cristiana piena di obblighi e di divieti” e una formazione religiosa sostanzialmente moralistica. Spesso, almeno a livello esteriore, resta qualcosa dei valori ricevuti negli anni del catechismo, ma le radici non sono profonde. In realtà, se pochi restano nella Chiesa dopo la Cresima, vuol dire che “non hanno conosciuto” Gesù e il Vangelo.

Altri giovani, per fortuna, avendo percepito la bellezza della fede, riconoscono che “credere da’ speranza, consolazione, aiuto, amore”. Avvertono il bisogno del Padre, che non lascia mai soli, hanno scoperto che “nel credere in Dio c’è di bello che tu sai che c’è sempre Lui e ci sarà sempre”.

La Chiesa è mater et magistra se intercetta l’ansia esistenziale dei giovani. La pastorale deve fondarsi su dialogo e ascolto, personalizzando l’Annuncio (come fece Gesù). Evangelizzeremo questa generazione se diventeremo “segni di una presenza accogliente, misericordiosa e fedele, immagine del Dio che i giovani cercano e che in Gesù ha rivelato il suo volto di Padre buono”. E’ sempre attuale quanto affermò Giovanni XXIII circa lo scopo del Concilio, che non era tanto l’approfondimento della dottrina, quanto la ricerca di modalità di evangelizzazione adatte ai tempi.

Uno stretto intreccio lega e arricchisce le generazioni: i giovani imparano a credere dagli adulti, ma in modo critico e selettivo, attento ad accogliere e a rifiutare. E noi riconosciamo che i giovani, costringendoci “ad aprirci alle novità e al futuro”, ci evitano di diventare “testimoni di un cristianesimo che non sa (…) intuire i segni del tempo e pertanto non riesce a stare dentro la vita”.

Certo, il futuro della fede passa per un “ritorno al passato”, per una riscoperta dello stile di Gesù: Nicodemo, i malati, il centurione, ecc., ciascuno di essi ha incontrato il Signore in modo personale.

Per i giovani la fede è credibile solo se la vedono vissuta (da chi la propone). La buona notizia, quindi, non va presentata solo a parole, “ma con uno stile di vita che ne sia specchio, nella misericordia e nell’accoglienza, dentro un’esperienza comunitaria reale, fatta di relazioni vere”. Come educatori, dobbiamo “mostrare come la fede (…) sia alleata della domanda di felicità, di pienezza, di senso che vi è nella profondità di ciascuno”.

Molti giovani intervistati non hanno incontrato “veri compagni di viaggio per la loro formazione cristiana”, ma presenze anonime. Alcuni, invece, nel percorso di fede hanno trovato “una presenza viva, dentro un dialogo personale”. Al tempo dei catechisti seguirà “la stagione degli educatori dentro la vita ordinaria”? Se le vecchie strutture pastorali non hanno evitato la fuga dei giovani dalla Chiesa, con l’aiuto dei laici forse troveremo vie nuove, ispirate “all’amore del Vangelo”.

Don Carlo ha poi osservato che le Giornate Mondiali della Gioventù sono momenti importanti di incontro e di proposte forti e coinvolgenti, ma restano esperienze isolate. E allora perché non immaginare un Convegno ecclesiale di giovani, simile al Convegno di Firenze del 2015? Potrebbe essere un’occasione di rinnovamento, in cui “mettersi in ascolto, per lasciarsi provocare da loro”.

In questa direzione va anche una recente scelta del Papa, che pone al centro del Sinodo dei Vescovi 2018 il tema “i giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (c.d. Sinodo dei Giovani).

Il “Progetto giovani”, comunque, ha evidenziato, un certo interesse sui temi religiosi. Un giovane, ad esempio, ha rilevato che il Cristianesimo è “l’unico esempio di Dio che va in cerca dell’uomo, un Dio estremamente misericordioso, e non dell’uomo che va in cerca di Dio”. Dal Concilio Vaticano II in poi, il confronto con le altre religioni è una grande sfida per la Chiesa, oggi ancora più cruciale, dato che il dialogo tra le culture facilita i processi di integrazione dei migranti.

Il relatore ha concluso il suo apprezzato intervento con citazioni della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, (n. 1), che sottolinea come gli uomini attendano dalle varie religioni la risposta a ciò che turba l loro cuore, enigmi come “la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte ….”.

 

Sergio Borrelli

 

 

 

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