Sapore … di Serra

mar 13th, 2017 | By | Category: Cultura

  A Chiavari sono stati presentati tre volumi di Francesco Baratta,  socio fondatore del Serra club Tigullio, su altrettanti sacerdoti, testimoni del Vangelo nel Levante ligure  in un affollato incontro pubblico.

Fracesco Baratta da Papa Benedetto

 Un Serrano DOC che, oltre a numerose pubblicazioni, ha al suo attivo il risanamento della Fondazione Serra, da lui guidata, con stile signorile e mano ferma, nel periodo successivo alle vicende che rischiavano di travolgerla . La mattinata, densa di contenuti, è stata allietata da brevi e apprezzati intervalli musicali.

Dopo il saluto del Sindaco di Chiavari, l’editore Goffredo Feretto ha colto qualcosa dell’identità serrana dell’autore. Il quale, ha in qualche modo associato i tre Pastori alla vita di tanti altri preti tornati alla Casa del Padre, che sono stati testimoni, cioè maestri, di dottrina e di vita. Da parte sua, l’avv. G.B. Roberto Figari, Presidente dell’Accademia dei Cultori di Storia Locale, ha compiuto un breve excursus sulle radici cristiane liguri, nell’ambito delle quali ha inquadrato i tre libri.

Vediamo, allora, alcune peculiarità dei tre Pastori, iniziando da mons. Luigi Lavagnino. Sacerdote per quasi 77 anni, è stato parroco per ben 68 anni in Alta Valdivara (oggi incardinata nella diocesi spezzina, ma fino al 1959 compresa nella diocesi di Chiavari, più vicina in termini geografici). In quella terra è stato parroco fino alla fine (nel 2015, all’età di 100 anni).

Di mons. Lavagnino (per i parrocchiani, U Sciu Prevostu) sono stati sottolineati “il cuore profondo di pastore e padre della sua gente” (Figari). la “concretezza della sua umanità”, la “silenziosa opera di carità” e quel “suo sorriso” gioioso (mons. Ernesto Palletti, vescovo di La Spezia). Il libro accenna anche al coraggio mostrato, nella Seconda Guerra Mondiale, quando il giovane don Luigi, rischiando la vita, dava riparo ai perseguitati (per quasi un mese ospitò “una famiglia ebrea nei sottotetti della chiesa di Cicagna, nonostante la caccia serrata dei nazisti”).

Mons. Luigi è stato pure protagonista della pubblicità televisiva sul tema dell”8 per mille”. Un prete anziano, ma attento ai segni dei tempi, dotato di una “sorprendente freschezza intellettuale”. Barbara Bernabò, esperta di storia locale, ha rimarcato che “si faceva apprezzare come predicatore (…), un prete di campagna, che vive con la gente e cerca di capirla e di scoprirla”.

Il secondo libro è dedicato a don Luciano Serra, il quale, pur essendo vissuto solo 42 anni, ha lasciato profonda nostalgia tra i suoi numerosi amici. Il titolo (Il protagonista silenzioso) “coglie bene i tratti della sua personalità: era “silenzioso”, non faceva nulla per apparire, eppure diventava subito un “protagonista”. La sua presenza (…) si traduceva in parola misurata ed efficace, in animazione trascinante ed entusiasta, nel traboccare della sua interiore ricchezza”.

Don Serra è stato il primo Cappellano del Serra Tigullio (nomen omen,dicevano i Romani). Un Club subito molto attivo, direi anche per merito di don Luciano. La sua è “un’eredità preziosa”, afferma Baratta. Dai suoi scritti e da tante testimonianze inedite “don Luciano ci appare luminoso per una tersa bellezza e con nutrito spessore  della sua  vocazione sacerdotale.

L’autore accenna pure al ruolcopertina serra 2o di don Serra come Assistente spirituale degli scout chiavaresi. Memorabili, i “fuochi” serali in montagna, una “chiesa naturale”, intorno alla quale si rafforzava il clima di amicizia e di raccoglimento. E le parole e i silenzi del sacerdote “proiettavano i giovani in un colloquio con l’Invisibile, che rimaneva nel cuore come una luce amica e rasserenante”.

Nel suo appassionato intervento, don Paolo Gaglioti, ha rievocato episodi vissuti in seminario, quando don Luciano era Vice Rettore, facendo così rivivere qualcosa della sua umanità. Don Paolo, oggi parroco vicino Chiavari e Responsabile diocesano della Famiglia, ha rimarcato che le radici vocazionali di don Serra vanno cercate nella famiglia e nella parrocchia. Suo riferimento costante erano i primi cristiani: solo imitando loro, ripeteva, possiamo capire cosa vuol dire essere cristiani.

Amante delle escursioni in montagna, saliva spesso a Montallegro (principale santuario mariano della diocesi). Sacerdote umile, diceva che “il senso del mio niente e della mia pochezza mi hanno fatto sempre compagnia”. Con il suo esempio, è stato immagine della Madre che ci porta a Cristo.

La Chiesa ha bisogno di preti come lui, che vanno incontro alle anime, specie le più lontane. Nell’attuale civiltà dell’immagine, pochi si accorgono di loro. Come osserva Baratta, per i media sembra che i preti siano tutti peccatori e pedofili, mentre la stragrande maggioranza sono preziosi “operai nella vigna del Signore”, che la Chiesa offre gratuitamente, a credenti e non credenti.

Don Paolo ha poi ricordato il periodo del dolore, che ha segnato l’ultima parte della vita di don Luciano. Ai seminaristi, che tanto pregavano per lui, disse che Dio aveva ascoltato le preghiere: certo, la malattia continuava il suo corso, ma lui andava incontro serenamente all’abbraccio con il Signore. La sua vita, la malattia e la sua morte sono state segni dell’Amore di Dio.

Il terzo volume (Don Marcello Botto un parroco e la sua chiesa) è scritto da Francesco Baratta e Pierluigi Pezzi. Come emerge dalle testimonianze raccolte nel libro, avendo “vissuto intensamente il Vangelo, con intelligenza e umanità, ha precorso sempre i tempi” (mons. Tanasini, omelia del 14.9.2016). Questi preti, ha aggiunto il Vescovo, ci aiutano a capire quanto siano vani progetti e sforzi organizzativi, se alla base non c’è cuore, intelligenza e amore per la Chiesa. Se non c’è ”un amore per ogni persona che è affidata alle nostre cure e (…) sa entrare nell’anima”.

Don Botto “ha vissuto la spiritualità della croce” nella sua sofferenza e dedizione, “quando passava le ore in ginocchio (…), perché adorare l’Eucaristia vuol dire rinnovare la nostra fede nel mistero della croce”. Lì trovava la “capacità di essere uomo di Dio e uomo degli uomini”.

Pierluigi Pezzi, nel suo ben documentato intervento, ha citato alcuni qualificati amici di don Marcello, rimarcando che la sua santità si manifestava nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Così, don Nando Negri, l’indimenticabile fondatore del Villaggio del Ragazzo, affermava che “don Botto cammina con i piedi nel cielo, ma porta l’atmosfera del cielo nel tempo” .

Amava il lavoro, come confermò durante l’alluvione del 1966: incoraggiato dal Vescovo, mons. Maverna, don Botto andò in Polesine ad affiancare gli “angeli del fango”. E non esitò, dopo la guerra in Vietnam, ad accogliere, con l’aiuto di una famiglia della parrocchia, tre ragazzi vietnamiti.

Era molto apprezzato come confessore, specie da coloro che vivevano momenti di buio. In lui, incontravano l’abbraccio di misericordia del Padre, che accoglie il figlio. Era “schivo, discreto, piuttosto nascosto, lontano dai riflettori”, aggiunge Baratta. E più ci addentriamo nelle sue omelie, più intuiamo “l“oceano di santità” nel quale ha vissuto, sempre con un anelito di Paradiso”.

Nel suo pacato intervento, Baratta ha svolto delle riflessioni, molto … serrane, sul lavoro svolto da tanti preti, spesso ignorato dai mass media e dai denigratori di professione. Pur nel mutato contesto socioculturale, la loro missione non è cambiata. “E la Chiesa ha i piedi dei nostri sacerdoti per andare incontro agli uomini, ha le mani dei nostri sacerdoti per trasformare il pane in Corpo di Cristo e perdonare i peccati degli uomini, ha i loro passi, il loro sorriso, il loro silenzio …”.

E ancora: “il popolo ha un fiuto speciale” per cogliere “la profondità delle persone: ecco perché, credenti o meno, sentiamo che quel prete è qui per noi, che (…) costituisce un punto di riferimento per tutti. Dunque, “cosa sarebbe il nostro Paese senza preti (…) senza quelle opere” da loro promosse: “scuole, ospedali, centri di formazione professionale, oratori, palestre e campi sportivi, luoghi dove ci si forma e si cresce, si gioca e si maturano interessi e idee …”.

In conclusione, la lettura di questi libri ci fa conoscere tre Pastori che hanno mostrato amore per la Chiesa, attenzione alle persone, umiltà nel loro servizio. Un esempio che, per i Serrani, è un forte stimolo a sostenere, con rinnovato entusiasmo, l’opera dei sacerdoti e di tutti i consacrati.

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1- I primi due libri (Sciu Prevostu Mons. Luigi Lavagnino un secolo da Pastore e Il protagonista silenzioso – La vocazione di don Luciano Serra) sono pubblicati da Edizioni Internòs (Chiavari), specializzata in testi religiosi, di storia e arte locale. Il terzo (Don Marcello Botto un parroco e la sua chiesa), è edito da Il Geko Edizioni, Recco.

2- Francesco Baratta, già Governatore del Distretto 70 e Presidente dei Giornalisti Cattolici Liguri, è un attento studioso di storia locale, arte e paesaggi della Liguria orientale. Oltre a essere impegnato nella Commissione di periti per la causa di canonizzazione di don Nando Negri, attualmente coordina, in collaborazione con docenti universitari ed esperti di storia locale, i lavori per la stesura di un’opera monumentale, su Il Cristianesimo nell’attuale territorio diocesano di Chiavari. Si tratta di tre volumi che attraversano oltre un millennio di storia (dall’VIII secolo fino ai giorni nostri). ,

3- I brani musicali, eseguiti dall’orchestra di Danilo Marchello, sono tratti dalla registrazione del concerto eseguito per i 100 anni di mons. Nicola Tiscornia. I testi sono di mons. G.B. Campodonico, altro grande prete ligure. Un compositore di musica sacra di fama nazionale, al quale Baratta ha dedicato un libro (Sulle note della Grazia, Ed. Internòs).

[4] Dalla prefazione del Vescovo di Chiavari, mons. Alberto Tanasini, docente di don Luciano al Seminario di Genova.

[5] Tra i libri dedicati a don Nando, segnalo “Dall’Eucaristia alla carità” di Francesco Baratta, Edizioni Internòs

Sergio Borrelli

 

 

 

 

 

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