Vocazioni: testimonianza e dialogo

set 4th, 2014 | By | Category: Pastorale Vocazionale
Riportiamo l’intervento che ha suscitato molto interesse di Mario Di Costanzo in occasione dell’anniversario della fondazione del club di Napoli e in concomitanza con la riunione del Consiglio nazionale, Riteniamo che sia profondamente in linea con gli orientamenti operativi serrani.

Quale testimonianza?

Ho pensato di cogliere lo spunto da una Lettera apostolica che fa parte della categoria dei documenti dimenticati. Quelli di cui si parla per un paio di giorni e che poi finiscono nella biblioteca di casa. E che, invece, conservano tuttora una perdurante attualità. Penso alla Lettera apostolica “Mane nobiscum Domine” di Giovanni Paolo II. L’icona di riferimento è la vicenda di due uomini delusi, che hanno visto improvvisamente naufragare una speranza che avevano a lungo coltivato: un disastro. Vanno verso Emmaus. Poi, un incontro, sensazioni strane, alla fine un invito: “Rimani con noi, Signore, perché si fa sera” (Lc, 24, 13-32). E’ la stessa sera del giorno della Resurrezione ed è l’invito che rivolgono ad un singolare personaggio che incontrano lungo la strada. Tutto, turbati com’erano, potevano immaginare tranne che quello sconosciuto potesse essere proprio Lui, “il loro Maestro, ormai risorto”. E tuttavia “sperimentavano un intimo ardore mentre Egli parlava con loro spiegando le Scritture”. Alla fine l’invito: “Rimani con noi”. Gesù accetta. Loro continuano a non capire. E non capiscono fin quando Egli “prese il pane, recitò la benedizione e lo spezzò e lo offriva ad essi”. Solo a quel punto intuiscono ma Gesù “scomparve dalla loro vista”. Scompare ma sarebbe rimasto: sarebbe rimasto, dice il Papa, “sotto i veli del pane spezzato, davanti al quale i loro occhi si erano aperti”.

L’icona dei discepoli di Emmaus si attaglia bene alla condizione – alle povertà – dell’uomo e della donna d’oggi. La loro strada è “la strada dei nostri interrogativi e delle nostre inquietudini, talvolta delle nostre cocenti delusioni”. Lungo questa strada Gesù è certamente il Maestro, ma è anche un amico, un “compagno per introdurci, con l’interpretazione delle Scritture, alla comprensione dei misteri di Dio”. E non è neppure un caso il fatto che Egli si riveli nell’atto della “frazione del pane” come agli inizi veniva chiamata l’Eucaristia. Essa, dice il Papa “è da sempre al centro della vita della Chiesa. Per mezzo di essa Cristo rende presente, nello scorrere del tempo, il suo mistero di morte e resurrezione. In essa Egli in persona è ricevuto quale pane vivo disceso dal cielo”.

Torno alla vicenda di Emmaus. Cosa avviene a questo punto? Avviene che i due discepoli di Emmaus, riconosciuto il Signore, “partirono senza indugio per comunicare ciò che avevano visto e udito”. E’, per l’appunto, il tema della testimonianza.

Ho la sensazione – solo una sensazione, quindi suscettibile di ogni prova contraria – che oggi si parli molto di testimonianza cristiana ma che se ne parli, spesso, in modo involontariamente improprio. Di solito, si intende il buon esempio: comportarsi bene, con rettitudine e coerenza. Da ciò, poi, gli altri capiranno che dietro c’è un cammino di fede. Dare una testimonianza significa dare un buon esempio. Immediatamente dopo, si pensa alle cose da fare. Tutto questo è vero, ma è solo una conseguenza.

Un ricordo personale. Anni fa, ero presidente di Azione cattolica qui a Napoli, mi capitò di incontrare i giovani che erano a un campo scuola a Piedimonte Matese, una ridente località del Casertano. Mi chiesero di dire qualcosa, di portare un saluto: un intervento improvvisato. Me la cavai, più o meno, così: “Ragazzi, siete alla fine di questo campo. Le cose sono andate bene, c’è un bel clima. Avete trovato degli amici che non conoscevate, magari avete ritrovato degli amici che avevate conosciuto l’anno scorso e poi per un anno non vi eravate rivisti. Ma io devo dirvi la verità: se questi giorni non vi sono serviti per fare amicizia con Gesù, verrà un giorno che l’AC sarà per voi un ricordo. Magari bello, gradevole, ma nulla più che un ricordo”.

Quando parliamo di testimonianza, il nodo è qui, nell’amicizia con Gesù. E qui utilizzo un’immagine che uso spesso con i giovani. Cosa avviene se ci tamponano l’auto? Avviene che l’automobilista esce dalla macchina e cerca … il testimone. E chi è il testimone? E’ uno che ha visto tutto. Non solo: ha visto tanto bene da saper raccontare tutto, per filo e per segno.

Il testimone cristiano è quello che ha visto. E’ colui che ha fatto un’esperienza di Dio così personale, intima e coinvolgente da annunciarla a tutti: “io l’ho visto!”. Questo certamente comporta anche il buon esempio, cioè la personale coerenza di vita, ma è una coerenza che nasce da un incontro personale, da un’amicizia con Gesù. Si ricordi Mons. Camara: “Non basta essere credenti, bisogna essere credibili”. I cattolici sembrano, a volte, non credibili: Dio c’è, ma è lontano e assente nella vita dell’uomo. Lo troveremo alla fine, non durante la vita.

Mi sovviene qui del Prologo della prima Lettera di S. Giovanni: “Ciò che era da principio, ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con gli occhi nostri, ciò che contempliamo e le mani nostre palparono intorno al Verbo della vita (…) ciò che abbiamo veduto e udito, lo annunziamo anche a voi, affinché anche voi abbiate comunione con noi”. Una testimonianza che nasce da una contiguità quasi fisica con la persona di Cristo.

Dunque, testimonianza è molto di più del buon esempio. Essa invita alla missione ma si fonda, innanzi tutto, su una spiritualità eucaristica. Lo conferma L’Anno dell’Eucaristia, un testo della Congregazione per il Culto divino di alcuni anni fa: l’Eucaristia va colta non solo negli aspetti celebrativi ma anche come progetto di vita. Non si conclude tra le pareti della Chiesa ma si trasfonde nel vissuto di chi vi partecipa.

Il punto, osservava il Papa, è che c’è una correlazione strettissima tra “convito e annuncio”. Quello che chiamiamo “congedo alla fine di ogni Messa” in realtà è un mandato, una “consegna, che spinge il cristiano all’impegno per la propagazione del Vangelo e l’animazione cristiana della società”.

Ma poi dovremmo dire qualcosa in più. E cioè che ci sarebbe da fare anche un esame di coscienza. Questa non è una novità. Ne parlarono i Vescovi nel documento di preparazione al Convegno di Palermo del ’95 là dove, parlando di “conversione pastorale”, invitavano ad un “sano e coraggioso esame di coscienza”. E così si moltiplicarono i convegni su vocazione e missione del laico nella Chiesa e nel mondo. E si pensò subito – e tuttora si pensa – alla cose da fare. In realtà, in queste condizioni il rischio è che – di nuovo – si dimentichi il riferimento: Gesù Cristo. Si osservi: di solito, Christifideles laici viene tradotto con “fedeli laici”. Ma è un traduzione infelice. Anche chi non conosce il latino e sente “Christifideles laici” intuisce qualcosa: “Christi-fideles”. Questo qualcosa si perde, poi, nella traduzione. Meglio il latino!

Non è solo una questione lessicale. Prima ancora che delle cose da fare, dovremmo preoccuparci di chi e come essere, andare molto più in profondità: la missione dei laici nella chiesa e nel mondo è esattamente la risposta a un mandato di Gesù Cristo, è “l’ascolto da parte dei fedeli laici dell’appello di Cristo a lavorare nella sua vigna, a prendere parte viva, consapevole e responsabile alla missione di Cristo” (Cfl. 3).

E si faccia, poi, attenzione agli aggettivi (e mi si perdoni quest’interpretazione un po’ maccheronica). Prendere parte “viva, consapevole e responsabile”. “Vivo” è l’uomo che agisce e che reagisce. Se non reagisce agli stimoli è segno che vivo non è più. Di fronte a certe sollecitazioni noi tutti, allora, dovremmo saper reagire. Ma non reagire sconsideratamente. E, difatti, “consapevole” – e qui cito Stato sociale e educazione alla socialità, un documento della Cei del lontano ‘95 – significa “il dovere di un’intelligenza critica”. Intelligenza di intus legere: il dovere di leggere dentro, di comprendere, di acquisire gli strumenti culturali di lettura della realtà. Che è una precondizione imprescindibile se veramente, poi, vogliamo orientare i processi e non semplicemente subirli (come solitamente avviene). Infine, “responsabile” – anche qui dal latino: respondére – significa due cose: primo, che dobbiamo dare delle risposte e, secondo, che un giorno, forse, risponderemo delle risposte che non avremo dato.

 

La testimonianza per un dialogo: ad extra

Sappiamo tutti che Papa Francesco in quest’anno di pontificato ha riscosso un grande successo. In realtà, se si osserva bene, non è che, fin qui, egli abbia proposto delle grandi novità: la misericordia, la tenerezza, l’ascolto, la vicinanza, la compassione nel senso letterale della parola (patire con). Dov’è allora la novità? Certo, è nei gesti. Ma, di più, forse è in una frase che si ascolta spesso nei commenti della gente: sa parlare al cuore delle persone. Perfetto: il cuore …

Insisto: ma neanche questa è una novità. E mi sovviene di quel documento del 2001,

Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (Cvmc), col quale i Vescovi dettavano le linee guida pastorali per il decennio che iniziava. Il punto di partenza è noto: la Chiesa è per sua natura missionaria e la parrocchia è essa stessa Chiesa. Da ciò la conseguenza che la parrocchia è naturalmente missionaria.

Dunque, Cvmc ha una forte connotazione missionaria. Già a Palermo, l’ho ricordato prima, nel ’95 si era parlato molto di “conversione pastorale”. Ma ora il concetto veniva ribadito e, se possibile, ancor più esplicitato. Qual è, ci si chiedeva, la premessa di fondo e, al tempo stesso, l’obiettivo primo? Si guardi il complemento oggetto: “Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa” con due precisazioni: ciò sarà possibile solo a condizione che “attraverso la preghiera liturgica la parola del Signore (…) susciti la trasformazione del cuore dei credenti”; inoltre, poiché “il Vangelo è il dono più grande di cui dispongano i cristiani (…), essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere”.

Leggendo quel documento in filigrana si coglievano, poi, alcune note ricorrenti: l’esigenza – anche qui – di un forte radicamento, personale e comunitario, in Cristo; e, nel contempo, una forte attenzione alla persona e alle persone (le parole “cuore”, “compagnia” tornano più volte). Emergeva anche l’esigenza della novità pastorale: “essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione”.

Seguivano, ancora, delle indicazioni molto concrete. Ne cito solo una che mi sembra riassuntiva: “dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara connotazione missionaria”. E anche qui, se mi è consentito, ricorro ad un ricordo personale che forse può rendere meglio l’idea. Anni fa, in un incontro con l’Azione cattolica abruzzese qualcuno mi chiese cosa mai potesse significare questa espressione: “dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa una chiara connotazione missionaria”. Io risposi che si poteva più o meno intendere: fate esattamente tutto quello che state facendo … ma fatelo come se fossimo in Uganda. Vale a dire: se pensate che i bambini che preparate per la Prima Comunione sanno qualcosa, non fatevi illusioni. Non sanno o, ancor più, hanno già un bagaglio di idee molto lontane da un vero cammino di fede. Fu a quel punto che un’insegnante di scuola elementare sbottò: neanche il segno della croce sanno fare!

Questo episodio mi è rimasto impresso. E mi è tornato alla mente qualche mese fa, quando una catechista di Napoli mi racconta di aver insegnato al suo gruppo il segno della croce e un bambino le dice: ah, quello che fanno i calciatori! Mi sembra che tanto basti per cogliere il livello di formazione religiosa che in molte, troppe famiglie viene oggi assicurato ai figli. Questa è la situazione.

Dicevo prima che in Cvmc le parole “cuore”, “compagnia” tornano più volte. Anche qui una sola citazione o, meglio, una delle domande che i Vescovi si ponevano e tuttora ci pongono: “la comunicazione delle proposte che abbiamo formulato, anche attraverso convegni e documenti, è stata comprensibile per la gente e ha saputo toccare il suo cuore?”. Si osservi: la parola “cuore” torna 18 volte nel testo e – bisogna ritenere – non a caso: emerge qui la dimensione della compagnia senza la quale il messaggio è lezione piuttosto che comunicazione.

Nel vecchio statuto dell’Azione cattolica si diceva: “il clima dei nostri gruppi” è quello dell’”accoglienza cordiale”. Anche qui ci aiuta l’etimologia. Perché nel linguaggio corrente cordiale è la persona simpatica, brillante, sorridente. Ma cordiale deriva, si sa, dal latino cor, cordis cioè, per l’appunto, cuore. E quindi cordiale non è la persona gioviale o accattivante ma colui che sa parlare al tuo cuore, sa aprirti il cuore, ti parla con il cuore in mano. Probabilmente è in questa chiave il segreto della comunicativa di Papa Francesco.

Su tutte queste premesse riesce più facile proporre quel “dialogo” che ci è stato dato come tema di questa tavola rotonda. Un dialogo che si rivolge a una gamma vastissima di destinatari della missione: “i cristiani appartenenti ad altre Chiese”, i “cosiddetti non praticanti”, “gli stessi fanciulli battezzati”, “le persone condotte tra noi dalle migrazioni in atto”. Come si vede, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

 

La testimonianza per un dialogo: ad intra

Qui dovrei aggiungere qualcosa in più. Perché un dialogo vero ad extra possa esservi, certamente occorrono almeno un paio di precondizioni, che sono quelle che ho già rapidamente accennato: un forte radicamento nella persona di Cristo e la capacità di parlare al cuore delle persone. C’è però un’altra precondizione su cui vorrei richiamare l’attenzione. Mi riferisco all’importanza che agli occhi di tanti emerga l’immagine di una comunità cristiana bella, coesa, capace di riconoscersi – nei fatti e non nei convegni – intorno a progetti condivisi. E qui, visto che siamo nel contesto di un’associazione laicale, penso al mondo variegato delle associazioni, movimenti e gruppi – in una parola: delle aggregazioni – che , soprattutto dopo il Concilio, hanno arricchito il volto della Chiesa.

E’, di nuovo, il tema della partecipazione. Che può essere di almeno due tipi: vi sono, infatti “forme personali” e “forme aggregative di partecipazione”. Infatti ogni laico è, come tale, invitato ad esercitare l’apostolato personale “sempre e dovunque proficuo ma in certe circostanze l’unico adatto e possibile” (si pensi ai Paesi senza libertà religiosa). Ma esistono anche, e il Serra lo sa bene, delle “forme aggregative di partecipazione”. Nella Christifideles laici Giovanni Paolo II ne parla a lungo. Ma è interessante l’esordio del discorso, dove il soggetto è “la comunione”: “La comunione ecclesiale (…) trova una sua specifica espressione nell’operare associato dei fedeli laici (…) nel partecipare responsabilmente alla vita e alla missione della Chiesa”.

Le ragioni sono diverse. Siamo in una società complessa, “pluralistica e frantumata”, in cui si registra una molteplicità di esigenze, sensibilità, campi di azione. Le aggregazioni, che riflettono cammini spirituali, formativi e pastorali a volte molto diversificati, rispondono esattamente a questo scopo. Ancora la Christifideles laici enuncia alcune di queste ragioni: “la natura sociale della persona”, la ricerca di una “maggiore efficacia operativa”, la necessità di “maggiore incidenza culturale” in un contesto nel quale i cattolici stentano a fare opinione, un “aiuto prezioso per la vita cristiana” dei singoli. Ma, lo ripeto di nuovo, il soggetto è la comunione: “è necessaria più che mai l’azione convergente e unitaria di tutte le aggregazioni laicali”.

Anche qui devo ricorrere a un ricordo personale. Per circa trent’anni ho fatto parte di un’associazione che, all’epoca, si chiamava Congregazione Mariana (oggi Cvx: Comunità di vita cristiana). Per intenderci, l’associazione laicale che fa capo alla Compagnia di Gesù. Avevo vent’anni e il gesuita assistente di quella Congregazione mi incaricò di rappresentarla presso la Cappella universitaria dove un giovane, eccellente sacerdote, assistente della Fuci (più tardi sarebbe stato preside della Facoltà teologica), stava creando il Centro universitario cattolico. In pratica, stava mettendo assieme tutte le aggregazioni giovanili presenti nel mondo dell’Università. Fu così che improvvisamente io, che fino ad allora avevo frequentato solo la mia Congregazione, scoprii un mondo sconosciuto: Azione cattolica, la stessa Fuci, scout, Gioventù francescana, Focolarini … E fu così che capii quante ricchezze – spirituali, formative, apostoliche – erano dietro quelle sigle. E capii quanto quelle, messe tutte assieme, potevano concorrere a rendere più bello e vivo il volto della Chiesa.

Ma questo non sempre avviene. E non avviene per ragioni che i Vescovi in alcune Note pastorali hanno lucidamente individuato e che qui riassumo molto rapidamente. La prima è che è – forse inconsapevolmente – diffusa la tendenza ad assolutizzare il cammino formativo-pastorale della propria aggregazione, che viene, in questo modo, percepito e vissuto come l’unica esperienza ecclesiale seriamente praticabile. In questi casi il senso di appartenenza all’aggregazione è talmente forte da prevalere sullo stesso senso di appartenenza alla comunità ecclesiale vissuta nella Chiesa locale. Questo rischio fu rilevato già negli anni ’70 da Papa Paolo VI che parlò, al riguardo, di “rivoli che non fanno torrente”.

Una conseguenza è nella difficoltà a far circolare le informazioni e, prima ancora di queste (ciò che sarebbe il minimo), i cammini di fede, di formazione e di missione percorsi dalle aggregazioni. Queste, finiscono col divenire – per così dire – gelose custodi di ricchezze che restano patrimonio di ciascuna di esse, non entrano in circolo e non si riflettono a vantaggio e per la crescita dell’intera comunità ecclesiale. Solo per chiarire l’idea, cito Baden Powell, fondatore degli Scouts: “Se io ho una sterlina e un mio amico ha una sterlina e ce le scambiamo, ognuno di noi avrà una sterlina a testa. Ma se io ho un’idea e un mio amico ha un’idea e ce le scambiamo, ognuno avrà due idee a testa”.

Una terza conseguenza è nel fatto che all’interno delle aggregazioni si rileva a volte la preoccupazione che un troppo intimo raccordo con la pastorale diocesana possa in qualche modo appiattire lo specifico dell’aggregazione stessa. In realtà, l’esigenza pastorale è, all’opposto, non già quella di mortificare le iniziative proprie del laicato associato, bensì quella di ricercare modalità che consentano una sintonia di lavoro per la realizzazione – ciascuno nell’ambito della proprie competenza e originalità – degli specifici aspetti del piano pastorale, e quindi valorizzando, per questa via, proprio gli ambiti di lavoro tipici di ogni aggregazione. In queste condizioni non fa meraviglia che anche l’idea di una progettazione comune sul territorio sia per molti fuori prospettiva.

Ho citato queste difficoltà perché questo è un incontro del Serra. E, se si osserva bene, il Serra è lontano dai rischi che ho descritto. Questo significa che proprio il Serra può avere un ruolo, per così dire, vocazionale anche sotto questo aspetto: promuovere la vocazione del laicato associato alla comunione ecclesiale. Questo è un ruolo importante, che va al di là delle dimensioni numeriche. Quella che conta è la qualità. La qualità della vita associativa, intendo, alla quale noi tutti dobbiamo augurare di esser sempre più un segno luminoso nella Chiesa proiettata in un terzo millennio gravido di ansie e di preoccupazioni ma anche, sempre, ricco di grande speranza teologale.

Mario Di Costanzo

 

 

 

 

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