La bellezza di essere chiamati a Cristo

set 1st, 2014 | By | Category: Pastorale Vocazionale

Il Preside della locale Facoltà di teologia, mons. Davide Bernini, ha illustrato, ai soci di Genova Nervi, il concetto di bellezza nella Bibbia, con particolare riferimento al tema della chiamata vocazionale

L’incontro di fine anno si è caratterizzato come momento di preghiera e di riflessione sulla Parola di Dio, in vista delle imminenti ordinazioni sacerdotali nella diocesi. Il relatore ha osservato preliminarmente che l’equivalente ebraico di bellezza non ne coglie solo l’aspetto estetico, ma si estende alla struttura interna della persona, che è bella quando è in comunione con il mistero di Dio.

Nel termine ebraico c’è anche un valore etico, legato al comportamento del cuore. E tuttavia l’apprezzamento dell’aspetto esteriore non viene escluso (in 1 Sam 16,12 Davide viene descritto come “fulvo, con begli occhi e bello di aspetto”), ma si collega alla bellezza interiore. Un altro tipo di bellezza, apprezzato dalla tradizione biblica, è quello legato al culto e alla musica.

Analogamente, la bellezza della creazione non si ferma agli aspetti estetici, per quanto spettacolari, ma esprime qualcosa di più ampio, come l’armonia e l’ordine (significati originari di kosmos, spesso ritenuto sinonimo di universo). Va rilevato altresì che il termine buon pastore non riflette fedelmente il pensiero giovanneo, ma andrebbe tradotto con bel pastore, che è tale come conseguenza di un buon rapporto con Dio. Dunque, il linguaggio biblico esprime una bellezza diversa da quella della cultura classica, che esaltava l’esteriorità, la forma e l’amore pagano.

Passando ai racconti biblici, mons. Bernini si è soffermato sulla chiamata di Samuele, profeta e guida di Israele. In 1 Sam 3, 1-10 il popolo, ormai saldamente insediato nella Terra promessa, si è abituato agli agi, ha dimenticato le radici e allora la Parola, in un ambiente che si è inaridito, diventa rara. Ma Samuele sente una voce e, per tre volte di fila, crede sia Eli, il sacerdote.

Dal testo emerge che Samuele sa ascoltare e servire la Parola perchè ha un cuore esercitato, che è al servizio del vecchio sacerdote di Dio e delle sue istruzioni, grazie alle quali si rende conto di ciò che accade nella sua vita. Samuele rappresenta ed è immagine del suo popolo (cfr la preghiera Shemà Israel), chiamato non tanto a far qualcosa, ma a mettersi in ascolto. (Vale anche per noi: sappiamo rispondere alla chiamata quando ci mettiamo all’ascolto di Qualcuno che tocca la nostra vita, ci stimola ad assimilare la Parola e ci porta a metterci a servizio del prossimo).

Dunque, è prioritario il momento contemplativo: come nel racconto di Marta e Maria, servire e amare Dio è soprattutto lasciare che sia Lui ad amare noi. Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire. Lui ci ha amati per primo, osserva Paolo, fino al dono della vita.

Passando alle chiamate neotestamentarie, il relatore ha commentato quella di Pietro (Lc 5, 1-11), che giunge dopo una notte fallimentare: per un gioco di venti e di correnti marine, càpita che nel lago di Genèsaret non ci siano pesci. Tra i pescatori la competenza tecnica si trasmettteva di padre in figlio; i consigli di un estraneo non avevano valore. Ma Pietro supera la presunzione della sua competenza: pur rimarcando la cruda realtà (“abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”) accetta il consiglio di un … incompetente (“ma sulla tua parola getterò le reti”).

Paradossalmente, il successo della rete piena di pesci “minaccia” la vocazione di Pietro, che si schermisce: “Signore allontanati da me che sono un peccatore”. (Anche a noi spesso fa comodo non sentirci all’altezza…). Ma Gesù lo rincuora e lo associa a sé: “non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Così, Pietro abbandona le sue sicurezze, diventa libero di compiere un grande cammino e contagia Giacomo e Giovanni (“lasciarono tutto e lo seguirono”). La bellezza della sua risposta risiede nella capacità di relazionarsi con gli altri, ai quali mostra la ricchezza ricevuta.

Il relatore ha poi analizzato il caso della guarigione del cieco (Mc 10, 46-52), evidenziandone la conclusione (“prese a seguirlo per la strada”). Grazie alla fede, Bartimeo sente di essere chiamato da Gesù, che gli aprirà gli occhi. Già nel modo di rivolgersi a Lui esprime un’attesa messianica (“Figlio di Davide, abbi pietà di me”), peraltro contrastata da quanti “lo sgridavano per farlo tacere”. Ma il cieco insiste (“gridava più forte”). Di fronte al grido disperato e, nel contempo, fiducioso, Gesù riprende l’iniziativa e lo fa chiamare. E’ il passo decisivo, che supera gli ostacoli frapposti dalla gente, che ora si arrende: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”.

Va rimarcato il valore della rinuncia del mantello, ultima protezione del cieco, che in esso raccoglieva l’elemosina. Il Deuteronomio sottolinea che il mantello, al tramonto, doveva essere restituito al povero, anche se era stato dato in pegno. Pure Pietro e i discepoli “lasciarono tutto”, ma dopo la pesca miracolosa. Qui, invece, il cieco, di fronte alla chiamata, rinuncia alla sua unica risorsa, anche se Gesù non ha ancora fatto nulla per lui. San Tommaso d’Aquino dirà che la fede è la capacità di vedere la realtà con uno sguardo nuovo, quello di Dio. Il cieco lo ha fatto: rinunciando alle sue sicurezze, riacquista la vista (il bello, anche sensoriale, entra così nella sua vita).

Infine, don Davide ha accennato alla chiamata paolina che, negli Atti degli Apostoli, viene rievocata in tre capitoli (9, 22, 26), sottolineando così il dato sconvolgente dell’irruzione del Signore nella vita dell’Apostolo (9, 1-20). La conversione avviene dopo la Pentecoste, quando le apparizioni del Risorto (alle donne e ai discepoli) si erano concluse. La frase del Signore (“Io sono Gesù, che tu perseguiti!”) contiene, in nuce, la teologia paolina sulla Chiesa Corpo di Cristo.

In effetti, dopo la clamorosa conversione sulla via di Damasco, Paolo teorizzerà che perseguitare la Chiesa (come aveva fatto lui) equivale a perseguitare Cristo stesso. Il relatore ha rimarcato che il Signore non ha indicato all’Apostolo cosa doveva fare (in riparazione delle sue persecuzioni ai cristiani), ma lo ha indirizzato ad Anania, che poi lo battezzerà e gli darà il cibo (simbolo di quello eucaristico), di cui l’Apostolo ha bisogno. Gesù non c’è più (fisicamente), e per Paolo, come per noi, è necessaria l’intermediazione di una comunità.

E’ questo il mistero della Chiesa, nella quale il cristiano scopre ciò che deve fare e ciò di cui ha bisogno (compresi i Sacramenti). Paolo rimarrà alcuni giorni con i discepoli. Il rimanere enfatizza il bisogno di un’esperienza di comunità, cosa diversa dal ricevere dei servizi. E’ un’esigenza, ha concluso il relatore,, da tenere sempre presente: la salvezza è individuale, ma nasce e si esprime all’interno della comunità cui apparteniamo, come ci ricorda spesso Papa Francesco.

Sergio Borrelli

 

 

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