John di Taizé: «I protestanti amano Francesco»

ago 15th, 2014 | By | Category: Primo Piano

Il “miracolo” della vita fraterna che affascina circa 4000 giovani ogni giorno, Papa Bergoglio secondo frère Taizé, Roger a cento anni dalla nascita

Qualcuno non ha difficoltà a definirla “Chiesa del futuro”, o “laboratorio” in cui imparare ad apprezzare la differenza, o “famiglia cristiana universale”. Quando un giovane tocca il suolo di Taizé non può rimanere indifferente a tutto quello che gira attorno a lui. Giovani cristiani di ogni confessione o anche chi è solo in ricerca, scelgono ancora quest’anno di trascorrere un weekend, una settimana o un mese al fianco di una comunità di frati, condividendone la preghiera tre volte al giorno, fatta di Parola di Dio, ritornelli cantati ripetutamente (conosciuti come canoni) e di un congruo tempo di silenzio.

La presenza sempre più consistente di giovani provenienti da ogni continente – circa 4mila al giorno! – rimane ancora un mistero per i frati di Taizé. Tuttavia, fin dagli inizi della loro fraternità, essi hanno colto questa speciale presenza come un dono di Dio, al punto da rivedere e adattare la preghiera della Comunità per i giovani ospiti, regalando inoltre un po’ del proprio tempo mettendosi in loro ascolto, per un confronto o una dizione spirituale. Un carisma – quello di Taizé – che con gli anni ha subito delle trasformazioni, ma sempre e profeticamente in armonia con l’intuizione originale del fondatore, frère Roger Schutz, di cui il prossimo anno ricorreranno cento anni dalla sua nascita e dieci dalla morte. E – provvidenzialmente – 50 anni dalla fondazione della Fraternità.

Per Vatican Insider ho incontrato frère John – entrato nella Comunità nel 1974 – biblista molto apprezzato tra i giovani che frequentano Taizé e prolifico autore di libri tradotti in diverse lingue.

Frère John, Taizé è ormai diventata una Gmg quotidiana. Che cosa spinge migliaia di giovani fin qui?

«Penso che la maggioranza, la prima volta, venga perché altri hanno consigliato di venire a Taizé, per esempio alcuni amici. Molti altri vengono per la seconda, terza volta con gruppi organizzati da movimenti, scuole, parrocchie… ma il desiderio e una sana curiosità di venire a Taizé credo nascano un po’ da questo fatto: altri giovani che, tornado a casa, dicono ai propri amici che l’esperienza a Taizé non può essere spiegata, ma occorre farla di persona per comprenderla fino in fondo».

I canoni che si cantano durante la preghiera comunitaria piacciono molto ai giovani. Sarà anche per questo che si spingono a venire fin qui?

«I giovani parlano sempre dei nostri canti. Sia che li scoprano qui, sia che li scoprano a casa. Secondo noi, c’è bisogno di uno stile di preghiera più meditativo e meno strutturato. In effetti, non c’è un inizio e una fine in questi canti e per i giovani questo è positivo, credo».

Perché questa predilezione per il canto, nella preghiera di Taizé?

«Il canto fa parte della tradizione monastica. Noi abbiamo sempre cantato dall’inizio, ma i canoni che oggi conosciamo nascono intorno agli anni ’70, dopo l’inaspettato arrivo dei giovani, quando si cercava di rendere loro più accessibile la nostra preghiera, tenendo anche conto delle loro origini, delle loro lingue. Abbiamo provato una serie di cose, fino a cantare un canone, quasi per caso, e ci siamo accorti che ai giovani piaceva, era facile, perché tutti potevano impararlo. Ci siamo subito rivolti a un nostro amico, fornendogli inizialmente dei testi in latino, perché li musicasse. È stata una grande trovata. Oggi sono i frère a comporre i nuovi canoni».

Nella vostra Comunità, come riuscite a vivere insieme pur provenendo da tradizioni cristiane differenti?

«All’inizio della nostra storia non c’è stata una teologia scritta, ma c’è stata l’intuizione – direi molto teologica – di frère Roger, il fondatore, pur non essendo uno studioso. Aveva capito subito l’importanza della riconciliazione, della comunità al fine di testimoniare il Vangelo: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13,35), aveva capito che la divisione non aiutava le persone, soprattutto i giovani, a vedere il vero volto della Chiesa, perché una Chiesa che è divisa non rispecchia questo. Quindi, frère Roger si è chiesto che cosa fare e la sua risposta è stata “cominciamo a vivere insieme, cominciamo a condividere ciò che possiamo condividere, non con la pretesa di aver risolto tutti i problemi, ma almeno mettiamo insieme ciò che possiamo mettere insieme: si può pregare insieme, si può vivere insieme, si posso fare servizi insieme…”. Magari questa conoscenza, questo stare insieme – secondo il fondatore – porterà un giorno tutti i cristiani a trovare soluzioni teologiche e altro. All’inizio i primi fratelli erano tutti protestanti e già avevano contatti con cristiani ortodossi e cattolici, ma non si immaginava in quel tempo che si potesse veramente vivere insieme, quindi era opportuno fare un passo alla volta».

Come guardate a papa Francesco e al suo lavoro per l’unità dei cristiani?

«Papa Francesco sta facendo molto per la riconciliazione, non tanto per l’ecumenismo in senso stretto, attraverso gesti di accoglienza, di apertura, soprattutto esprimendo il Vangelo con un linguaggio molto semplice, alla portata di tutti. Quest’inverno sono stato in Texas per preparare degli incontri e ho visto che tutti, ma proprio tutti i protestanti amano questo Papa, ed è una cosa incredibile, se ci pensi. Non solo lo apprezzano come persona, ma vedono in lui un vero testimone del Vangelo. Se un protestante guarda al Papa e scorge in lui un cristiano che vive radicalmente il Vangelo, condivide la sua stessa ricerca, la sua stessa fede… direi che è meraviglioso! Anche i pontefici precedenti erano apprezzati: non siamo in un periodo di ostilità, per la maggior parte, ma Francesco, con la sua semplicità, sta facendo molto».

 

ANTONIO CARRIERO, SDB

fonte lastampa

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