Cristiani che sanno abbassarsi: è impegnativo camminare insieme

giu 25th, 2014 | By | Category: Primo Piano

San Giovanni Battista di Guido Reni

Preparare, discernere, diminuire. In questi tre verbi è racchiusa l’esperienza spirituale di san Giovanni Battista, colui che ha preceduto la venuta del Messia «predicando il battesimo di conversione» al popolo di Israele. E Papa Francesco, durante la messa celebrata a Santa Marta nella mattina di martedì 24 giugno, solennità della Natività del Precursore, ha voluto riproporre questo trinomio come paradigma della vocazione di ogni cristiano, racchiudendolo in tre espressioni riferite all’atteggiamento del Battista nei confronti di Gesù: «Dopo di me, davanti a me, lontano da me».

Giovanni ha lavorato anzitutto per «preparare, senza prendere niente per sé». Egli, ha ricordato il Pontefice, «era un uomo importante: la gente lo cercava, lo seguiva», perché le sue parole «erano forti» come «spada affilata», secondo l’espressione di Isaia (49, 2). Il Battista «arrivava al cuore» della gente. E se «forse ha avuto la tentazione di credere che fosse importante, non vi è caduto», come dimostra la risposta data ai dottori che gli chiedevano se fosse il Messia: «Sono voce, soltanto voce — ha detto — di uno che grida nel deserto. Io sono soltanto voce, ma sono venuto a preparare la strada al Signore». Il suo primo compito, dunque, è «preparare il cuore del popolo per l’incontro con il Signore».

Ma chi è il Signore? Nella risposta a questo interrogativo c’è «la seconda vocazione di Giovanni: discernere, tra tanta gente buona, chi fosse il Signore». E «lo Spirito — ha osservato il Papa — gli ha rivelato questo». Cosicché «lui ha avuto il coraggio di dire: “È questo. Questo è l’agnello di Dio, quello che toglie i peccati dal mondo”». Mentre «nella preparazione Giovanni diceva: “Dietro di me viene uno…”, nel discernimento, che sa discernere e segnare il Signore, dice: “Davanti a me… è questo”».

Qui si inserisce «la terza vocazioni di Giovanni: diminuire». Perché proprio «da quel momento — ha ricordato il vescovo di Roma — la sua vita incominciò ad abbassarsi, a diminuire perché crescesse il Signore, fino ad annientare se stesso». È stata questa, ha fatto notare Papa Francesco, «la tappa più difficile di Giovanni, perché il Signore aveva uno stile che lui non aveva immaginato, a tal punto che nel carcere», dove era stato rinchiuso da Erode Antipa, «ha sofferto non solo il buio della cella, ma il buio del suo cuore». È stato assalito dai dubbi: «Ma sarà questo? Non avrò sbagliato?». Tanto che, ha ricordato il Pontefice, chiede ai discepoli di andare da Gesù per domandargli: «Ma sei tu davvero o dobbiamo aspettare un altro?».

«L’umiliazione di Giovanni — ha sottolineato il vescovo di Roma — è doppia: l’umiliazione della sua morte, come prezzo di un capriccio», ma anche l’umiliazione di non poter scorgere «la storia di salvezza: l’umiliazione del buio dell’anima». Quest’uomo che «aveva annunciato il Signore dietro di lui», che «lo aveva visto davanti a lui», che «ha saputo aspettarlo, che ha saputo discernere», ora «vede Gesù lontano. Quella promessa si è allontanata. E finisce solo, nel buio, nell’umiliazione». Non perché amasse la sofferenza, ma «perché si è annientato tanto perché il Signore crescesse». È finito «umiliato, ma con il cuore in pace».

«È bello — ha affermato in conclusione Francesco — pensare la vocazione del cristiano così». Infatti «un cristiano non annunzia se stesso, annunzia un altro, prepara il cammino a un altro: al Signore». Inoltre «deve sapere discernere, deve conoscere come discernere la verità da quello che sembra verità e non è: uomo di discernimento». E infine «dev’essere un uomo che sappia abbassarsi perché il Signore cresca, nel cuore e nell’anima degli altri».

Fonte, Osservatore Romano, www.news.va.

Il Papa all’Angelus del 25 giugno 2014 ritorna sul concetto del cristiano che fa rete e fa parte della Chiesa

Essere cristiano significa appartenere alla Chiesa, “una grande famiglia” nella quale “grazie ai fratelli e insieme ai fratelli incontriamo Cristo”. E’ una tentazione pericolosa pensare di salvarci da soli, di essere “cristiani di laboratorio”. Questo il cuore della seconda catechesi che il Papa, in questo mercoledì piovoso a Roma, ha dedicato alla Chiesa all’udienza generale.

Oltre trentamila fedeli sotto un cielo plumbeo e improvvisi scrosci di pioggia hanno assistito all’udienza del Papa in Piazza San Pietro. Altri, gli ammalati, l’hanno seguita dall’aula Paolo VI. E’ l’ultima, prima della pausa di luglio, ed è incentrata sull’importanza per il cristiano di appartenere ad un popolo, la Chiesa. Un concetto che il Papa fissa subito con un immagine incisiva, su cui torna più volte:

“Non siamo isolati e non siamo cristiani a titolo individuale, ognuno per conto proprio, no: la nostra identità cristiana è appartenenza! Siamo cristiani perché noi apparteniamo alla Chiesa. È come un cognome: se il nome è “sono cristiano”, il cognome è “appartengo alla Chiesa”.

Un’appartenenza che, “è bello notare”, prosegue Francesco è espressa nel nome stesso di Dio, che a Mosè, si definisce come Dio dei Padri – di Abramo, Isacco, Giacobbe – e ci chiama a entrare in questa relazione, che, dunque, ci precede e che ci viene trasmessa:

“Nessuno diventa cristiano da sé. Non si fanno cristiani in laboratorio. Il cristiano è parte di un popolo che viene da lontano”.

E questo popolo, si chiama Chiesa:

“Se noi crediamo, se sappiamo pregare, se conosciamo il Signore e possiamo ascoltare la sua Parola, se lo sentiamo vicino e lo riconosciamo nei fratelli, è perché altri, prima di noi, hanno vissuto la fede e poi ce l’hanno trasmessa, la fede l’abbiamo ricevuta dai nostri padri, dai nostri antenati, e loro ce l’hanno insegnata”.

Possono essere i genitori che chiedono per noi il Battesimo, i nonni che ci insegnano a fare il segno della croce, un parroco o una suora che ci trasmette le fede. Questa è la Chiesa, “una famiglia nella quale si viene accolti”, “grazie e insieme alla quale”, sottolinea il Papa, ”si impara a vivere da credenti”. Non esiste quindi il “fai da te nella Chiesa” come non esistono, aggiunge Francesco, “battitori liberi”:

“Talvolta capita di sentire qualcuno dire: “Io credo in Dio, credo in Gesù, ma la Chiesa non m’interessa…”. Quante volte abbiamo sentito questo? E questo non va. C’è chi ritiene di poter avere un rapporto personale, diretto, immediato con Gesù Cristo al di fuori della comunione e della mediazione della Chiesa. Sono tentazioni pericolose e dannose. Sono, come diceva il grande Paolo VI, dicotomie assurde”

E’ vero che “camminare insieme è impegnativo” e a volte faticoso, osserva Francesco, ma “è nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle, con i loro doni e i loro limiti, che il Signore ci viene incontro e si fa riconoscere. E questo significa appartenere alla Chiesa”. Da qui l’invocazione finale alla piazza:

“Cari amici, chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, la grazia di non cadere mai nella tentazione di pensare di poter fare a meno degli altri, di poter fare a meno della Chiesa, di poterci salvare da soli, di essere cristiani di laboratorio. Al contrario, non si può amare Dio senza amare i fratelli, non si può amare Dio fuori della Chiesa; non si può essere in comunione con Dio senza esserlo con nella Chiesa e non possiamo essere buoni cristiani se non insieme a tutti coloro che cercano di seguire il Signore Gesù, come un unico popolo, un unico corpo e questo è la Chiesa. Grazie”.

Fonte, Radio Vaticana, Gabriella Ceraso, www.news.va.

 

 

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