Presbitero: pastore e fratello

giu 24th, 2014 | By | Category: Primo Piano

Sull’ultimo numero della Rivista Settimana, ampio spazio è dedicato ad un’intervista sulla figura e l’identità del prete oggi.

A rispondere sulla questione, è il Cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione per il Clero.

La domanda sull’identità del presbitero oggi, a partire dal Concilio Vaticano II, trova una risposta profonda e al tempo stesso semplice e sintetica: il “presbitero come uomo di comunione e come pastore, fratello in mezzo ai fratelli. Penso che questo aspetto debba necessariamente costituire sempre più una caratteristica del sacerdote di oggi, per tutto ciò che significa partecipazione umana alla vita delle comunità, soprattutto in situazioni di precarietà, di carenza, di povertà, che non sono solamente quelle materiali”.

Sua Eminenza distingue in modo molto lucido, il sano rispetto della tradizione della Chiesa con il tradizionalismo che, invece, nasce piuttosto da forme nostalgiche che prediligono paramenti e apparati esteriori e rappresentano un malinteso senso della tradizione.

Facilmente – è il monito del Cardinal Prefetto – si può scadere in quello “stile da padroni” tipico del clericalismo “è clericale il prete che si atteggia a dirigente, tutto preso dalla burocrazia”.

L’intervista procede con interrogativi delicati e importanti, dalla stanchezza del prete a causa dell’attivismo alla vita preghiera, dal celibato alla dimensione dell’annuncio e della missione; tutte domande a cui Sua Eminenza risponde senza retorica, sottolineando il valore della sana umanità del presbitero come della sua vita spirituale, l’importanza dello slancio missionario e quello della fraternità, fino a introdurre il lavoro che la Congregazione per il Clero svolge ogni giorno e, in questo tempo, soprattutto investendo sulla formazione dei futuri presbiteri.

Uomo di comunione

Con il Concilio Vaticano II e il successivo magistero è apparsa una figura o un modello di prete con alcune caratteristiche specifiche. Potrebbe indicare le maggiori?

Con il decreto Presbyterorum ordinis, il Concilio ha posto in evidenza il profilo del sacerdote come maggiormente inserito nelle realtà pastorali e umane della società e del Popolo di Dio. Si tratta di un dato di fatto che certamente caratterizza abitualmente il profilo del sacerdote in cura d’anime; a tale sottolineatura generale, si aggiunge l’accento particolarmente marcato da parte di Papa Francesco, che parla spesso del presbitero come uomo di comunione e come pastore, fratello in mezzo ai fratelli. Penso che questo aspetto debba necessariamente costituire sempre più una caratteristica del sacerdote di oggi, per tutto ciò che significa partecipazione umana alla vita delle comunità, soprattutto in situazioni di precarietà, di carenza, di povertà, che non sono solamente quelle materiali. Ovviamente, esiste anche la partecipazione del sacerdote alla vita liturgica, che non è un aspetto nuovo, ma resta sempre molto importante nella vita del presbitero: la celebrazione della Santa Messa, della Liturgia delle ore con la comunità ecc. Si tratta di aspetti sempre attuali, permanenti nella vita pastorale del presbitero, che nel contempo si trova alla guida, dietro e in mezzo alla propria comunità, secondo l’immagine recentemente richiamata da Papa Francesco.

Vi sono forze e sensibilità ecclesiali che privilegiano il prete “tradizionale”. Per quali ragioni e con quali conseguenze?

Bisogna distinguere tra i preti che seguono la genuina tradizione della Chiesa e quelli un po’ tradizionalisti.

Per questi ultimi, credo che il riferimento sia soprattutto agli aspetti liturgici, a queste forme che vengono talvolta definite come nostalgiche, con un accento e una preferenza per la celebrazione nel rito straordinario, per i paramenti, l’apparato esteriore ecc. Si tratta di tendenze legate ad un malinteso senso della tradizione, certamente presenti anche oggi in qualche piccola frangia del Clero, ma certamente secondarie, per quantità e importanza.

Viceversa i temi, forse, meno positivi e più rilevanti, sono quelli che riguardano la relazione dei sacerdoti con il Popolo di Dio. Mi riferisco ad un certo stile da padroni, quello di sempre, che il Santo Padre ha definito clericalismo e che spesso compare nelle sue parole e nelle sue preoccupazioni; è clericale il prete che si atteggia a dirigente, tutto preso dalla burocrazia, che magari si occupa eccessivamente della segreteria parrocchiale – creando passaggi talvolta complicati e onerosi per i fedeli, non privi di conseguenze, poiché oggi la gente ha grande sensibilità per essi.

Le persone richiedono, infatti, un prete con molta umanità, che risolve con leggerezza anche i temi burocratici, creando relazioni di grande fraternità, di vero accompagnamento spirituale nei confronti delle proprie comunità.

Il prete clericale o burocratico… sono due aspetti di sempre, ma il prete di oggi deve tenere particolarmente presenti queste situazioni, anche per rispondere alle attese del Papa, che li ha più volte richiamati come atteggiamenti da superare.

Occorre riferirsi a una visione che sia né tradizionalista, né nostalgica; l’accento, allora, va sul prete come servitore del Popolo di Dio, che cerca di accompagnare, di alimentare con i Sacramenti e di guidare, soprattutto nelle situazioni di crisi, di povertà (penso, ad esempio, all’accompagnamento dei novelli sposi, delle coppie in difficoltà ecc.). Ci sentiamo forse impreparati, ma è questa la nostra sfida di oggi; essere vicini a queste situazioni, che sono nate nell’ambito della società moderna, nella quale purtroppo un duro colpo è stato inferto proprio alla vita familiare…

Disciplina e distensione

Le urgenze pastorali riempiono la vita dei presbiteri. Talvolta a discapito dell’aggiornamento teologico e dei tempi per la vita spirituale. Cosa suggerirebbe?

Circa le urgenze pastorali, sottolineerei quanto ho maturato come personale convinzione; il prete deve dedicarsi alla vita pastorale, ma non può esaurire il proprio corpo e la propria mente nella corsa e nell’agitazione…

Occorre anche trovare il tempo di riposare, con umiltà e coraggio, come affermò Papa Benedetto XVI nella veglia a conclusione dell’Anno sacerdotale. Si tratta di una necessità molto sentita tra i sacerdoti; la stanchezza, lo scoraggiamento, nascono, talvolta, da un affaticamento, da un “super attivismo”, che fa male alla vita del prete. Esso deve essere contrastato con un proposito di disciplina personale, che preveda spazi per la vita di preghiera e per il necessario riposo, come pure per momenti di sana distensione, magari insieme ad altri sacerdoti, di cui il prete ha bisogno per poter mantenere un buon ritmo di servizio al Popolo di Dio.

In questo ambito, menzionerei la pratica, storicamente importante, dei ritiri e degli esercizi spirituali, come tempi di preghiera, riflessione, contatto con Dio, e non solo come occasioni di aggiornamento teologico e pastorale.

Il prete ha bisogno di essere molto fedele a questo dialogo con Dio, per poter portare Dio alle anime e parlare a Dio della propria comunità.

Anche il Papa, in riferimento a questa stanchezza del prete, ha detto che è giusto e normale che il prete arrivi a sera stanco a causa di un buon lavoro, di un impegno serio, e che dedichi quest’ultimo pezzo della giornata allo stare con il Signore e a un meritato riposo, per essere poi pronto ad affrontare il nuovo giorno, che spesso sarà altrettanto faticoso e impegnativo.

La Chiesa latina ha scelto il Clero celibe, mentre in quella di rito orientale è possibile il Clero uxorato. In varie parti del mondo la crisi numerica del Clero ha aperto la domanda sui viri probati. È una richiesta pertinente?

Per quanto riguarda il tema del celibato ecclesiastico, mi limiterei a richiamare le chiare parole del Santo Padre, di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa: “Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa”. Meglio e con maggiore autorevolezza non si potrebbe dire!

Papa Francesco sollecita fortemente la dimensione dell’annuncio e della missione. Quali reazioni percepisce nel Clero davanti a tali suggerimenti?

Credo che la novità di questo tempo per la Chiesa stia proprio nella necessità, da parte del sacerdote, di ritrovare entusiasmo per la catechesi, la predicazione, con una cura particolare per l’omelia.

Nella Evangelii gaudium, il Papa ha dedicato parecchie pagine al tema dell’omelia, nella quale il prete annuncia la parola di Dio, parla del Vangelo alla propria comunità. Penso che questo sia un tempo veramente privilegiato per l’annuncio e la missione. Qui si aprirebbe la questione dell’annuncio rivolto anche a chi vive lontano dalla fede, a chi ha abbandonato la pratica cristiana…

Occorre inventare nuove formule e messaggi, come del resto fa Papa Francesco, per entrare in queste coscienze, che sembrano vivere nell’indifferenza religiosa, nel rifiuto della fede, o che vivono in un periferia della fede, che per il sacerdote significa assenza di Dio o noncuranza della Chiesa.

Queste persone costituiscono quindi, un impegno maggiore da parte sua, in vista della ricerca di quelle pecorelle smarrite, che hanno abbandonato il recinto del gregge e dimenticato la voce del pastore.

Un corpo e una famiglia

Il prete è legato al Vescovo e alla comunità. Sempre più emerge la dimensione collegiale del presbiterio. Come alimentarla? Vi sono state e vi sono esperienze di vita comune nel Clero. Sono eccezioni, sono utili, sono profezia del futuro?

Penso che il prete di oggi sia chiamato a una forte relazione con il proprio Vescovo, ne deve sentire nel cuore la paternità, come pure gli è necessaria la fraternità e l’amicizia degli altri sacerdoti.

Direi che è questa la “dimensione collegiale” della vita di un prete: sentire il Vescovo vicino, e i confratelli accanto a sé. È necessario che il prete dedichi molta cura a questa dimensione, cercando il Vescovo, bussando alla sua porta, “pretendendone” l’ascolto, e ricercandone sempre la fraternità.

Con questo impegno da parte di tutti i sacerdoti, avremo pastori più sensibili, più vicini ai confratelli, e avremo anche quelle piccole comunità sacerdotali, che oggi stanno nascendo in numero sempre maggiore.

Sembra, infatti, che si vada verso una vita più fraterna, per il servizio alle comunità parrocchiali, che a loro volta di frequente si riuniscono in “unità pastorali”, per moltiplicare l’efficacia ministeriale e assicurare, insieme, una protezione della mente e del cuore del sacerdote.

Anche questo dicastero, nella plenaria del prossimo ottobre, intende studiare il tema della fraternità sacerdotale, nel quale si vede un punto di ancoraggio, di certezza e di vera protezione per la vita e per una certa solitudine del Clero.

Dove si vive insieme, in una famiglia sacerdotale o comunità, ci si aiuta nelle cose della vita quotidiana, come pure nella preghiera e, ovviamente, nelle opere apostoliche.

La recente competenza sui seminari in capo alla sua Congregazione suggerisce la domanda: quali iforme sono auspicabili?

Stiamo preparando la nuova Ratio fundamentalis. Dedichiamo davvero molto tempo a questo lavoro negli incontri personali con i Vescovi, in occasione delle visite ad limina ecc.

È certamente il tema al presente più in evidenza nella Congregazione. Nel contempo, stiamo configurando il gruppo di lavoro, che si occupa appunto dei seminari, e stiamo stabilendo utili relazioni con le Conferenze episcopali e con i singoli Vescovi, così da investire il massimo sulla promozione dei seminari e sulla pastorale vocazionale.

La vita e la crescita dei seminari, infatti, sono collegate con una vita pastorale, che ha una grande attenzione per la cura delle vocazioni al ministero ordinato e delle famiglie.

Il seminario raccoglie, in qualche misura, i frutti di questa pastorale che si occupa, allo stesso tempo, delle vocazioni e delle famiglie.

Pensiamo di poter offrire così un utile servizio alle Chiese particolari e alle Conferenze episcopali. In verità, si tratta di un tema connesso oggi con contesti ancora più ampi e fondamentali, come quelli di una cultura secolarizzata, di una società che vive nell’indifferenza e nell’individualismo.

La crisi delle vocazioni ha dimensioni e motivazioni che sono molto al di là della possibilità di azione della stessa Congregazione, perché investono aspetti dell’attualità, complessa e globale, del mondo d’oggi, ma ciò non toglie che l’impegno del dicastero sia massimo anche in questo campo e che, insieme ai miei collaboratori, io offra con gioia il servizio che mi è stato richiesto.

Fonte: www.clerus.va

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