Serra Italia: lo stato del Serra, relazione del Presidente Ciacci a Bologna

giu 7th, 2014 | By | Category: Primo Piano

Pubblichiamo nella sua interezza la relazione del Presidente di Serra International Italia Biennio 2012-2014 Avv. Antonio Ciacci nel Congresso Nazionale di Bologna che espone il punto della situazione dello stato del Serra, con particolare riferimento a Serra Italia.

“Eminenza Reverendissima, Reverendi Cappellani, gentili ospiti, soci e socie di Serra International Italia, amici tutti – dichiara Antonio Ciacci - grazie per la vostra partecipazione a questo XIV Congresso Nazionale e dell’attenzione che vorrete rivolgere a questo mio messaggio che riepiloga, al termine di due anni di servizio come Presidente del Consiglio Nazionale Italiano, la situazione attuale del nostro movimento ed indica alcune tracce da seguire per il futuro, con l’intento di rinvigorire e diffondere sempre più gli ideali che pratichiamo.

Lo stato di un movimento come il nostro lo si analizza partendo dai dati numerici, passando per quelli economici ed arrivando a quelli contenutistici che, cioè, attengono a ciò che il movimento è ed a quello che il movimento fa, qui ed ora.

Per i primi due aspetti, numerico ed economico, posso dirvi, in sintesi, che i numeri sono dolorosi: da anni abbiamo un saldo negativo tra soci cessati e soci entrati, così come molti Club si estinguono per i pochi che nascono.

Non è un problema solo nostro, tutto l’associazionismo è un po’ in difficoltà, specie quello dei c.d. club service; la crisi economica ha colpito e colpisce, una sorte di pervasivo cinismo dettato spesso dall’insorgere di stringenti necessità, prima neppure contemplate in certi strati sociali, oscura la generosità dei nostri cuori; la enorme e capillare proliferazione dei mezzi di comunicazione (impensabile fino a pochi anni fa), sublimati nella mitica rete, ci induce a misconoscere il valore dell’essere fisicamente prossimi gli uni agli altri e così siamo sempre più connessi, ma sempre più soli.

Questa situazione generale si riflette ancor più negativamente su un movimento poggiato sul valore della convivialità prima ancora che sui propri ideali, laddove il gusto della conoscenza diretta, del parlarsi, dell’ascoltare, appare un valore superato dai tempi, antiquato, per l’appunto, e incapace di rigenerarsi. Così siamo sempre più vecchi (non anziani, vecchi) e sempre più isolati, scendiamo di numero e non riusciamo a fermare il declino; o almeno così ci sembra e cediamo a questa sorta di apriorisitica rassegnazione: ci siamo, ahimè, rassegnati alla rassegnazione.

Questo dato numerico, ripeto scoraggiante, riflette i propri effetti su quello economico: meno soci, meno quote, meno possibilità di avere un bilancio all’altezza dei nostri obiettivi.

All’inizio del mio mandato avevo coniato uno slogan: “estensione o estinzione”; temo di averne avuto la riprova negativa, nel senso che con poche estensioni si acuisce il rischio delle estinzioni.

Nel rispondere, però, ai molti inviti che Club e Distretti mi hanno generosamente proposto in questo biennio ho trovato realtà vivacissime, impegnatissime, contagiosamente positive, che manifestano un crescente entusiasmo per il Serra.

Allora, mi sono detto, la crisi non è irreversibile; poi, come potrebbe esserlo se il nostro è un movimento cattolico che si pone come obbiettivo quello di essere nel cuore pulsante della Chiesa, vicino ai suoi ministri consacrati?

Se il Serra riesce ad essere davvero quello che vuole essere non c’è problematica, contingente o di sistema, che non possa essere superata.

Il nostro futuro, allora, parte da qui: dal chiedersi quale sia il grado di consapevolezza delle nostre radici e dei nostri scopi, quale la cura e la passione con cui manifestiamo la nostra adesione al Serra, quale l’intensità del nostro impegno, quale, in una parola, l’entusiasmo che anima il nostro essere serrani.

Far parte di un movimento fondato sul volontariato senza entusiasmo è inutile per chi a quel movimento aderisce e per quello stesso movimento, che si trova inevitabilmente gravato di zavorre pesanti.

Il Serra, allora, deve soprattutto piacere e piace se viene ben presentato e viene ben presentato se chi lo presenta lo ama e lo ama veramente, se chi lo ha capito ne testimonia l’appartenenza con la vita prima ancora che con la parola.

Diceva Paolo VI che il mondo ha bisogno più di testimoni che di maestri e ascolta i maestri solo se sono anche testimoni. Giovanni Paolo II, portando nel mondo il coraggio invincibile della propria sofferenza fisica, ha fatto delle proprie limitazioni, in un uomo che del fisico prestante faceva un mezzo di comunicazione impareggiabile, un manifesto della Croce da portare al mondo; unendo, in un paradosso miracoloso, la pena e la gioia, ha parlato a folle di giovani mai radunate da alcuno. Benedetto XVI, spingendo all’estremo la propria ragionevolezza coniugata mirabilmente alla Fede, con una lucidità profetica di enorme valore intellettuale e con un atto esemplare di umiltà, ha saputo sconvolgere gli equilibri di un mondo ingessato nelle proprie prassi coperte di polvere, rinunziando al proprio Ministero ed ha spalancato la finestra su Papa Francesco, una vera e propria primavera della Chiesa che con segni concreti e tutti diretti all’essenzialità del messaggio evangelico promette una novità nella continuità per una sempre maggiore credibilità della Chiesa.

Grandi Profeti del nostro tempo i Papi di questo e dello scorso secolo, che dovrebbero meglio ispirarci per capire che la prima cosa che conta è la coerenza della nostra vita.

Essere serrani, quindi, vuol dire, prima di tutto, essere buoni cristiani, fedeli agli insegnamenti di Cristo.

Molti di noi hanno ruoli di un certo rilievo nella vita sociale, è questo un tratto caratteristico del movimento: ebbene se un professionista, un insegnante, un imprenditore, un medico è socio del Serra e non tiene comportamenti eticamente ineccepibili come può pretendere di essere attrattivo per nuovi soci? Forse può esserlo (attrattivo) per chi nel club cerca, impropriamente, appoggi o scorciatoie, ma non rende un buon servizio alla causa.

Ognuno di noi ha una famiglia: ebbene se all’interno della propria famiglia il socio del Serra non vive la comunione con il proprio coniuge, i propri figli, i propri genitori, i parenti tutti, se non vede nella comunità familiare il riflesso di quella di Narzareth come può pretendere di predicare i principi teologici, oggi messi violentemente in discussione, che riconoscono nella famiglia cristiana la prima cellula della Chiesa vivente? Se alle buone parole non si accompagnano le condotte buone è meglio tacere.

Tutti, ogni giorno, viviamo a contatto con le povertà e le miserie, morali e materiali, vecchie e nuove, con gli scandali, con le violenze: se ci limitiamo a condannare, da benpensanti, senza capire le cause di tanto disordine, senza agire per rimuovere l’ingiustizia che origina il male come possiamo assolvere alla missione di vicinanza alle periferie del mondo tanto cara a papa Francesco? Se pensiamo di cavarcela con una distratta elemosina sarebbe meno ipocrita non farla.

Ecco, allora, che un buon serrano è tale se, da buon cristiano, si sforza sinceramente di vivere concretamente, con tutti i propri limiti, gli ideali evangelici.

Essere serrani, poi, vuol dire aver capito bene cosa sia il Serra, saper vivere il nostro specifico servizio.

Spesso ci perdiamo in fuorvianti ricerche, perdiamo la bussola, come naviganti confusi fra i venti e le onde: un giorno siamo un gruppo che prega per le vocazioni, un altro un gruppo che frequenta e sostiene il Seminario, un altro ancora un gruppo che si riunisce per una cena fra amici e così via.

Nel Serra si prega, si aiutano i seminari, si vive in convivialità, ma ognuna di queste attività, declinate secondo le sensibilità di ciascuno, non fanno il Serra e non lo definiscono.

Il Serra è un movimento laico, di cattolici, che testimoniano nel loro quotidiano la propria fede e operano per la diffusione di una cultura vocazionale costituendo, al contempo, una rete di sostegno, morale e materiale, ai seminaristi ed alle persone consacrate.

Dobbiamo sfuggire alle contaminazioni negative: non siamo il “Seminario invisibile” o la stampella del Vescovo, non aspiriamo ai primi posti nelle sinagoghe, alla vedibilità, ma vogliamo concretamente operare per il conseguimento delle finalità che i nostri padri, in quel lontano 1934, sulla costa est degli Stati Uniti, disegnarono ai nostri passi.

Per dirla con una sintesi felice che i Distretti 69 e 70 hanno usato nel loro ultimo congresso dello scorso anno, dobbiamo essere per fare e dobbiamo sfuggire, in particolare, due derive, che evidenziavo nel corso della mia relazione al Cnis tenuto lo scorso settembre a Casale Monferrato: il clericalismo ed la autoreferenzialità.

Ho notato, infatti, nella mia esperienza serrana, che inizia nel 1989 (e vi riporto quello che scrissi a Casale) una progressiva clericalizzazione dei Club; beninteso, siamo al servizio della Chiesa e a favore delle Vocazioni, non possiamo essere che a fianco dei Vescovi, dei Sacerdoti, delle Religiose, dei Religiosi. Dobbiamo esserlo, però, secondo le peculiari modalità che vollero i nostri fondatori: obbedienti alla gerarchia ma autonomi, pronti a sovvenire alle necessità ma vagliando criticamente ogni richiesta, solidali con le persone consacrate ma pronti a suggerire la correzione se le vediamo sbagliare, vicini ai Vescovi ma senza piaggeria, assidui nella Preghiera ma infaticabili nell’azione, attenti ai temi religiosi ma capaci di trasfonderli nella realtà della nostra vita lavorativa, fermi nella difesa dei principi ma capaci di dialogare apertamente con chi la pensa diversamente. Il tutto con il nostro stile, conviviale e gioioso, considerandoci persone non limitate ma espanse dalla Fede. Bene, quindi, che nei Club si lavori con e per i Seminaristi, i Sacerdoti, i Vescovi, che si partecipi agli eventi cruciali nelle Chiese locali, ma non trascuriamo mai di marcare la differenze che rendono il nostro servizio diverso e per questo appropriato. Non siamo una milizia del Clero, ma laici adulti e consapevoli che, ogni giorno, concretamente, informalmente, appoggiano e favoriscono coloro che sono stati chiamati al sacerdozio e alla vita consacrata soprattutto diffondendo, nel mondo che frequentiamo, opinioni e culture favorevoli alla risposta di totale dedizione al Signore. Inoltre, soggiungevo a proposito della autoreferenzialità, forse non ce ne accorgiamo, ma molte delle nostre discussioni, delle nostre prese di posizione, delle nostre iniziative, non rispondono che a logiche interne al Club, spesso legate a disdicevoli personalismi e destinate a produrre i loro effetti solo all’interno dei nostri gruppi. Ce la cantiamo, ce la suoniamo e ce la balliamo e pensiamo così di aver terminato il nostro compitino. Riflettiamo su questi aspetti e guardiamo con umiltà dentro noi stessi; non diamoci troppa importanza, operiamo positivamente e possiamo essere riconosciuti, come i primi cristiani, per quanto ci amiamo, non per quanto ci contrapponiamo, finendo così per riprodurre meccanismi deteriori comuni (ed è un male) nel mondo del lavoro e delle relazioni sociali, ma contrari ai principi cristiani.

Visto, allora, cosa dovremmo fare, vediamo come imparare a farlo e parliamo di formazione: Marco Crovara in questo biennio ha sapientemente rielaborato il “Manuale del Presidente e del Governatore” sulla base di quello redatto oltre dieci anni fa dall’Amm. Brauzzi, uno dei grandi padri nobili di Serra Italia: abbiamo, quindi, un linguaggio comune, una didattica da seguire, una traccia precisa da percorrere.

Percorriamola, non ci lasciamo travolgere dalla pigra cialtroneria che ci induce a trattare tutto con superficialità, dedichiamo alcune delle nostre riunioni alla formazione, non diamo incarichi direttivi al primo che passa tanto perché è l’unico che non dice di no, non lanciamo meteore appena entrate in un club ad incarichi distrettuali o, addirittura, nazionali, facciamo esperienze graduali, assennate, spedite ma prudenti e creiamo persone che, nei Club, diano solide fondamenta al Serra.

Il Serra non è una struttura gerarchizzata, è nato nel mondo anglosassone ispirandosi a quel sano pragmatismo che tutto semplifica, senza cavilli, senza lacci o lacciuoli, senza carrozzoni ingombranti: è, in sostanza, la struttura del Serra, simile ad una piramide rovesciata. Si parte dal Club ed i vertici sono a sostegno dei Club, anche con la severa correzione, ma a supporto. Non ci devono essere sovrastrutture.

Ecco, le strutture: nel biennio precedente ed in questo abbiamo unanimemente dato vita ad importanti modifiche statutarie con due obbiettivi strategici: semplificare il governo del Serra Italia (governo nel senso che prima ho delineato) per renderlo più efficiente e dunque più efficace, e avvicinare maggiormente la base al contesto nazionale ed internazionale, perché anche di questo fondamentale e ambizioso connotato (l’universalità geografica) si nutre il Serra.

Confido che nel biennio prossimo si prosegua il cammino ponendo mano alla revisione, condivisa con tutti, del Regolamento e si possa arrivare ad una più consapevole armonia e ad una maggiore unità.

Ecco l’unità: siamo una specie in via di estinzione, dicevo prima, non facciamo come i capponi di Renzo, di manzoniana memoria, che trasportati all’Azzeccagarbugli di turno e destinati all’arrosto, si beccavano furiosamente fra di loro.

Non siamo ridicoli dicendo quello sì, quello no, se c’è quello io non ci sto, quello è pericoloso: se c’è da correggerci fraternamente facciamolo, ce lo ha insegnato Gesù, ma le nostre discussioni non ci dividano, ma ci uniscano nella ricerca del vero e del bene. Così suonava una preghiera recitata spesso dal mio Padre spirituale, Padre Corrado, Cappuccino di Livorno, quando ero nella Gioventù Francescana di Siena.

Tutte le opinioni hanno diritto di cittadinanza e non c’è argomento sul quale non ci si possa contrapporre, ma dobbiamo aspirare al bene comune non alla nostra personale soddisfazione, fosse anche solo dialettica.

Dunque testimonianza cristiana, senso della nostra specificità, formazione, praticità e unità siano i nostri costanti riferimenti.

Ed a tutto si aggiunga l’amicizia.

Dice lo scrittore Alberoni: “Dall’amico mi aspetto che condivida l’immagine che ho di me stesso o, perlomeno, che non se ne allontani troppo. Anche se la sua valutazione è positiva, non deve essere esagerata. Se è troppo favorevole mi dà l’impressione di adulazione. Se è troppo negativa, se si allontana troppo da ciò che io penso di me, allora non mi rende giustizia e, quindi, contraddice una esigenza base dell’amicizia. I due amici, cioè, devono avere delle immagini reciproche simili. Non identiche, naturalmente, perché allora non ci sarebbe nulla da scoprire, ma senza eccessive dissonanze. Da un amico, perciò, io mi aspetto che non mi fraintenda. Tutti mi possono fraintendere, ma non un amico. Se un amico mi fraintende, è finita”.

Ecco, sforziamoci di rassomigliarci nella diversità, di non fraintederci e di non essere fraintesi, daremo testimonianza agli altri di quello che vogliamo essere: amici veri, uniti in una comune aspirazione, diretti ad obbiettivi comuni, solidali nelle reciproche necessità e, infine, come disse Giovanni Paolo II ai Parroci della Capitale: “damose da fa”, siamo un Club service, se non serviamo, nel concreto, a qualcosa, allora sarà conseguente estinguersi. Noi invece, vogliamo progredire: e parecchio! E vogliamo durare: a lungo!

Pace e bene a tutti e grazie dal più profondo del mio cuore”.

Antonio Ciacci

Tags: , , , ,

Comments are closed.