CEI, una terna per la presidenza

mag 22nd, 2014 | By | Category: Primo Piano

Sarà ancora il Papa a nominare il presidente della Cei. Ma sulla base di una terna di nomi scelti dall’Assemblea generale dei vescovi tramite votazione.

È questa la modifica allo Statuto della Conferenza episcopale italiana approvata ieri sera nell’assise che si concluderà oggi a Roma. A darne notizia ai giornalisti è stato il cardinale presidente, Angelo Bagnasco. «Abbiamo lavorato con molta fraternità e siamo arrivati a una buona conclusione con la votazione di questa sera», ha commentato il porporato.

In sostanza, ha aggiunto Bagnasco, «si è scelto di mantenere il peculiare legame con il Santo Padre. Un legame unico che deve essere preservato, valorizzato e sempre meglio espresso.

D’altra parte – ha proseguito il presidente della Cei – si è scelta la via della partecipazione alla decisione finale del Pontefice tramite l’indicazione della terna». I tre nomi, ha anche spiegato il cardinale, per poter essere eletti dovranno aver riportato il 50 per cento più uno dei consensi degli aventi diritto al voto. Con il successivo regolamento, già nell’Assemblea straordinaria di novembre, saranno poi definiti gli altri dettagli (ad esempio se rendere noti ai vescovi i tre nomi scelti) e le altre modifiche allo Statuto.

I lavori assembleari di ieri si erano aperti con la Messa presieduta dal cardinale Marc Ouellet nella Basilica di San Pietro. Il prefetto della Congregazione per i vescovi ha sottolineato: «Non si convoca un’assemblea solo per dialogare tra di noi allo scopo di raggiungere un compromesso di ordine politico o organizzativo – ha sottolineato il cardinale –. Ci si riunisce, invece, per prendere più profondamente coscienza di che cosa siamo, grazie all’ascolto comune della testimonianza dello Spirito che opera in mezzo a noi e che si esprime attraverso i fratelli».

Ouellet ha quindi fatto notare che «l’obiettivo di qualsiasi assemblea episcopale è di fare corpo nello Spirito ricevuto dal Signore per pascere le sue pecore. Egli ci ha costituiti membri non solo della sua Chiesa – ha aggiunto il porporato canadese –, ma anche del corpo dei successori dei Dodici, che formarono il Collegio apostolico. Perciò siamo sempre invitati, anzi obbligati a assumere quell’atteggiamento teologale che permettere di cogliere più adeguatamente il punto di vista altrui e quindi di discernere ciò che lo Spirito sta dicendo alla Chiesa e verso dove la sospinge».

A questo proposito il porporato, commentando il Vangelo del giorno, ha spiegato: «L’assemblea è in un certo senso un esercizio di potatura, dal momento che per arrivare a una decisione comune ognuno deve essere disposto all’accoglienza e alla condivisione anche a prezzo di qualche concessione o rinuncia affinché regni l’unità e quindi sia assicurato un frutto maggiore al lavoro comune».

«Lavoriamo insieme, noi in Dio e Dio in noi, nell’ascolto comune della Sua voce – ha auspicato in conclusione il prefetto della Congregazione per i vescovi –: chiediamo la grazia di non abbassare il livello spirituale della nostra assemblea a un gioco di fazioni, di polarizzazioni e di politica. Che i nostri discorsi e le nostre decisioni rispettino la presenza di Dio in mezzo a noi e così lo Spirito Santo attuerà più efficacemente il retto discernimento delle soluzioni».

Mimmo Muolo

Fonte Avvenire

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Francesco ci ha preso per mano

Le parole del Papa “risuonano” ancora, nell’Aula nuova del Sinodo, quando il cardinale Angelo Bagnasco inizia il proprio intervento. E infatti, il giorno dopo, «la gioia dell’incontro che – come sottolinea il presidente della Cei – ha aperto nel modo più solenne questa nostra Assemblea» è palese non solo nei diversi passaggi del discorso del porporato, ma anche nell’atmosfera complessiva dell’assise. La prolusione di Francesco e il prolungato dibattito che ne è seguito (durato dalle 17,45 fin oltre le 19,00 di lunedì, quando poi il Pontefice ha salutato a uno a uno i confratelli cardinali e vescovi presenti e ha lasciato l’edificio, da solo e semplicemente a piedi, come del resto era giunto) hanno dato ai lavori un indirizzo preciso.

E Bagnasco non lo nasconde, soffermandosi nel suo intervento (che Avvenire pubblica integralmente) soprattutto sulla parte che riprende «lo spirito» delle parole del Pontefice. Omette invece di pronunciare la parte (che si dà comunque per letta) in cui si accenna ai «luoghi in cui la nostra presenza di pastori oggi è maggiormente necessaria e significativa» (migranti, mondo del lavoro, famiglia, scuola e lotta al gioco d’azzardo). E la sua scelta appare come un ulteriore atto di omaggio al Papa, che di quei «luoghi» aveva ampiamente trattato nella prolusione di lunedì.

Il discorso del Papa bussola per il futuro.
Ma innanzitutto al presidente della Cei preme sottolineare che «con la sua parola papa Francesco ci ha preso per mano, ha valorizzato il cammino compiuto e additato priorità e modalità pastorali con cui proseguire. Ci ha messo in guardia – aggiunge il cardinale – da tutto ciò che rischia di oscurare in noi il primato di di Dio e del suo Cristo (le «legioni di tentazioni» di cui aveva parlato Francesco,ndr)». Ma soprattutto, fa notare Bagnasco, ha messo l’accento sull’unità e sulla applicazione del Concilio. Interessante a tal proposito è notare come nell’intervento del porporato vengano citati i predecessori conciliari del Pontefice: non solo Paolo VI, ma anche i santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II fino a Benedetto XVI. «Papa Francesco – afferma – prosegue l’applicazione del Concilio, animato dalla ricerca delle forme più idonee con le quali annunciare Gesù Cristo nel nostro tempo».

In particolare, sottolinea Bagnasco, questa fedeltà al Concilio deve «essere non soltanto sui contenuti, ma anche su un’esperienza la cui “nota dominante” rimane la fraternità, vissuta nella libera e ampia possibilità di indagine, di discussione e di espressione». Anche se, precisa il presidente della Cei, «per nessuno di noi parole come confronto, partecipazione e sinodalità sono icone sociologiche o strategiche, bensì realtà che mentre manifestano e rafforzano quanto già siamo, ci stimolano ad andare avanti con fiducia».

Il lavoro sullo Statuto.
Un primo campo di applicazione è proprio la revisione dello Statuto della Cei. Anche un ordinamento giuridico è al servizio della comunione. E la Cei vuole essere «spazio vitale di comunione», ricorda Bagnasco, ripercorrendo brevemente il lavoro fatto fin qui in seno al Consiglio permanente e alle conferenze episcopali regionali, visitate nei mesi scorsi dal segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino. «Ora i frutti di questo lavoro saranno presentati alla saggezza della nostra Assemblea». E «in questo orizzonte di riferimento tutto è aperto», sottolinea, poiché il fine «non è affermare noi stessi, ma essere il più possibile obbedienti allo Spirito».

I luoghi dell’impegno.<+Di_TesGB>Obbedienza che naturalmente va esercitata anche per «abitare» con coraggio missionario gli ambiti della vita. Nelle parte non letta Bagnasco invita a non restare indifferenti di fronte al dramma delle migrazioni. L’Europa specialmente «non può tirarsi indietro e guardare infastidita». Il presidente della Cei ricorda poi la vicenda delle studentesse rapite in Nigeria, le persecuzioni contro i cristiani che «continuano indisturbate», mentre «è necessario esigere che si ponga fine a questa vergognosa e pervicace inciviltà», le inondazioni nei Balcani e la tragedia della miniera in Turchia.

Grande attenzione anche al mondo del lavoro. Per le famiglie italiane, ricorda il porporato, la Chiesa ha fatto molto anche attraverso l’8xmille. Ma ora «chi ne ha le possibilità torni a investire con coraggio». E «siano reali, efficaci e veloci le misure di agevolazione fiscale agli imprenditori disposti a coinvolgersi per creare lavoro».
Infine Bagnasco ricorda l’importanza di famiglia e scuola (ricordando la giornata del 10 maggio scorso). «Chiediamo alle autorità responsabili – scrive – di avviare politiche che esprimano un sì convinto alla “famiglia senza surrogati”», onde favorirne la formazione, l’educazione dei figli, la cura degli anziani. «Snaturare la famiglia significa scendere nel più profondo, fino a toccare le corde dell’umano e sciogliere la persona dentro a rapporti liquidi e insicuri».

No al gioco d’azzardo.
Una condanna durissima, infine. La «piaga» del gioco d’azzardo è «frutto di una mistificazione che guarda specialmente al mondo giovanile come a un pascolo succulento». Il cardinale ne sottolinea i danni («in termini di risorse consuma molto di più di quanto porti alle casse dello Stato») e fa notare che induce «una concezione della vita e dei rapporti sociali in termini di scommessa , anziché di quotidiano, onesto lavoro». I giovani dunque «sono ingannati e questo è un crimine».

Mimmo Muolo

Fonte Avvenire

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