Sempre tentati di addomesticare il Vangelo

apr 25th, 2014 | By | Category: Mondo Cattolico

“Presero allora pietre per gettarle su di lui. Ma Gesù si nascose e uscì dal Tempio”. Il capitolo 8° di Giovanni si era aperto con la mancata lapidazione della donna adultera e si conclude con il tentativo di lapidare il Maestro. In questo caso, l’accusa è di blasfemia e giunge al culmine di un crescendo polemico tra Gesù e i dottori della Legge che è solo il riflesso condizionato del confronto serrato tra sinagoga e primitiva comunità cristiana e, sul lungo periodo, dello scontro tra cultura dominante e chiesa militante.

Non meraviglia, allora, l’epiteto di ‘indemoniato’ che viene affibbiato al giovane rabbi di Nazareth, dopo che poco prima era stato spregiativamente liquidato come un ‘samaritano’, cioè un eretico. Stavolta sono ancora più netti. “Ora siamo sicuri che sei indemoniato!”, lo apostrofano al termine di un dialogo in cui la rivelazione di Gesù sembra farsi più esplicita, ma anche più inerme ed esposta alla critica. Di fatto egli non esita ad esporsi facendo affermazioni che si prestano facilmente al sarcasmo quando non anche al disprezzo. “Chi custodisce la mia parola, non morirà in eterno”, tanto per cominciare. E poi: “Abramo esultò al pensiero di vedere il mio giorno”, e infine ancora più solennemente afferma: “Prima che Abramo fosse Io sono”. Qui addirittura il Maestro si becca l’accusa di essere vanaglorioso: “Chi pretendi di essere?”. Le accuse vanno tutte al cuore della persona, ma in fondo sono tutte prove della incompatibilità tra il Messia e i suoi contemporanei, del loro rifiuto ormai esplicito e minaccioso. Ma cosa rifiutano esattamente quelli di ieri e noi di oggi, sempre tentati di addomesticare il Vangelo di Gesù Cristo?

Anzitutto, si rifiuta la ‘pretesa’ di Gesù di vincere la morte, attraversandola fino in fondo. È chiaro infatti che egli non può pensare in quel momento di evitare la morte e presagisce chiaramente la sua fine cruenta eppure osa profetizzare che chi si fa suo discepolo “non assaggerà la morte in eterno”. Così apre la porta non già all’immortalità, ma alla risurrezione. Noi crediamo ingenuamente di essere immortali e per questo non c’è attesa della resurrezione. Solo chi sperimenta la morte aspetta con tutto se stesso la resurrezione. Ai nostri giorni ancor prima che l’incredulità per la vita eterna c’è la tacita persuasione che non si muore.

Poi si rifiuta l’originalità del profeta che tiene insieme il Primo e il Nuovo Testamento e non contrappone l’uno all’altro. C’è continuità tra lui ed Abramo perché quel che è nascosto nel Nuovo Testamento è già dentro al Primo e quel che si manifesta nel Primo è chiarificato nel Nuovo.

Infine si rifiuta la possibilità che Dio si nasconda nella povertà di un essere umano qualsiasi che si appalesa senza effetti speciali e senza prove di forza.

Quel che colpisce di Gesù è che non spiega ciò che afferma. Non torna indietro, non cerca un linguaggio più chiaro ed accessibile, non offre prove più convincenti. Nulla di tutto questo. Non si tratta di un problema di linguaggio, ma di sintonia. Ecco perché non spiega la sua rivelazione, ma si limita ad indicare l’origine dell’incomprensione. Che consiste nel rifiuto di Dio e della sua logica che sovverte i comuni criteri umani e perfino religiosi.

di Domenico Pompili*

*Sottosegretario Cei e direttore Ufficio comunicazioni sociali

Fonte Copercom

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