Mons. Drigani, un’ottica della Lumen fidei

apr 1st, 2014 | By | Category: Il Serra nel Mondo

“Papa Francesco, nell’Enciclica «Lumen Fidei» al n.46, ribadisce l’importanza della connessione tra la fede e il Decalogo. Per questo alla luce della fede, cioè dell’affidamento totale al Dio che salva, il Decalogo acquista la sua verità più profonda, contenuta nelle parole che introducono i Dieci Comandamenti: «Io sono il tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto» (Esodo 20,2)”. Con queste parole mons. Andrea Drigani, Docente di Diritto Canonico alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha introdotto il suo intervento all’incontro-dibattito organizzato dal Serra Club Firenze sul tema “Fede, preghiera e Decalogo (Lumen Fidei, 46)” che si è svolto giovedì 27 marzo nei locali della Parrocchia di San Piero in Palco.

“Il Decalogo, osserva il Papa – ha sottolineato mons. Drigani – non è un insieme di precetti negativi, ma di indicazioni concrete per uscire dal deserto di un «io» chiuso in se stesso ed entrare in dialogo con Dio.

mons. Andrea Drigani

Questo richiamo al Decalogo è costante e continuo nell’insegnamento cristiano, per rammentarci che c’è il diritto divino («ius divinum»). Dio ha dato delle leggi e le ha inserite nell’uomo e, come ci attesta l’ultramillenaria storia della cultura, sono accessibili all’intelligenza e giustamente si è parlato e si parla di un diritto naturale («ius naturale»). Ma non da tutti e non sempre vi è stata la capacità di conoscere e di accogliere questo diritto naturale. Scrive San Bonaventura (1221-1274), vescovo e dottore della Chiesa: «Una completa esposizione dei comandamenti del Decalogo si rese necessaria nella condizione di peccato, perché la luce della ragione si era ottenebrata e la volontà si era sviata». I comandamenti di Dio, perciò noi li conosciamo attraverso la Rivelazione divina e per mezzo della voce della coscienza morale che tuttavia sulla Rivelazione si deve fondare. Giovanni Paolo II in una splendida omelia pronunciata il 26 febbraio 2000 al monastero greco-ortodosso di Santa Caterina sul Monte Sinai, nei pressi del luogo dove Dio aveva consegnato a Mosè il Decalogo, affermava che i Dieci Comandamenti non sono l’imposizione arbitraria di un Signore tirannico; essi sono stati scritti nella pietra, ma innanzitutto furono iscritti nel cuore dell’uomo come legge morale universale, valida in ogni tempo e in ogni luogo.

Oggi come sempre, continuava il Papa, le Dieci Parole della legge forniscono la base autentica per la vita degli individui, delle società e delle nazioni; oggi come sempre, esse sono «l’unico futuro della famiglia umana». Perché il Decalogo salva l’uomo dalla forza distruttiva dell’egoismo, dell’odio e della menzogna, evidenziando tutte le false divinità che lo riducono in schiavitù: l’amore di sé sino all’esclusione di Dio, l’avidità di potere e di piacere che sovverte l’ordine della giustizia e degrada la dignità umana. Osservare i Comandamenti, diceva ancora Giovanni Paolo II, significa essere fedeli a Dio, ma significa anche essere fedeli a noi stessi, alla nostra autentica natura umana e alle nostre più profonde aspirazioni. Il vento che ancora soffia dal Sinai ricorda che Dio deve essere onorato nelle sue creature e nella loro crescita. In questo senso, concludeva il Papa, quel vento reca un invito insistente al dialogo fra i seguaci delle grandi religioni monoteistiche, nel loro servizio alla famiglia umana”.

Quindi mons. Drigani ha asserito che “la nostra fedeltà al Decalogo ovviamente non ci impedisce di collaborare, almeno per un pezzo di strada insieme, con coloro che fanno propri non tutti, ma alcuni elementi della legge morale universale. Nel più profondo rispetto per la buona volontà di tanti uomini, non fa parte della nostra identità teologale un giusnaturalismo ateo che ha le sue origini in Ugo Grozio (1583-1645). Infatti, per i credenti, non si può dire che Dio non esiste («etiamsi daremus non esse Deum»), per noi invece: «creatura sine Creatore evanescit» («La creatura senza il Creatore svanisce»). I cristiani hanno il diritto e il dovere di ripresentare il Decalogo all’umanità intera anche in certi frangenti politici, economici e sociali nello stile di quella che chiamerei la «regola del profeta Ezechiele» che voglio riportare: «Se dico al malvagio: “tu morirai!”, e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.

Ma se tu avverti il malvagio ed egli non si converte dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato. Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette il male, io porrò un inciampo davanti a lui ed egli morirà. Se tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate, ma della morte di lui domanderò conto a te. Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato» (Ezechiele 3,18-21). La missione della Chiesa, come riafferma il Vaticano II, è quella di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell’osservanza del Decalogo ottengano la salvezza”.

 

Massimiliano Colelli

 

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