Vivere con il Vangelo o con la mafia

gen 29th, 2014 | By | Category: Mondo Cattolico

In una terra profondamente cristiana come la Sicilia, con tutte le sue feste e processioni in onore dei Santi, sembra molto paradossale che si possa uccidere un sacerdote a motivo della sua azione pastorale. Eppure tutto questo è accaduto ad un sacerdote, come don Pino, soltanto perché nella sua Palermo ha voluto vivere con serietà e coerenza il Vangelo, in cui profondamente credeva. Il luogo del suo martirio è lo stesso in cui egli era nato e dove era stato inviato come parroco in sostituzione di un altro, che aveva dato le dimissioni. Si tratta del quartiere Brancaccio, molto lontano dal centro ed interessato ad una forte espansione edilizia e ad alcune iniziative industriali. Esso, inoltre, è strettamente controllato dalla mafia e la famiglia di riferimento è quella dei Graviano.

Beato Pino Puglisi

Ultima tappa: Brancaccio, tempo della piena maturità umana e pastorale

Ordinato presbitero nel 1962, don Pino è stato sempre disponibile a tutto ciò che gli è stato richiesto e nei vari ambiti, in cui si è ritrovato impegnato, egli ha cercato sempre di elaborare una metodologia, che gli consentisse di aprirsi un varco al fine di avere un vero dialogo con l’altro. Nei primi anni di presbiterato la sua esistenza è divisa tra l’insegnamento della religione nella scuola e l’aiuto in varie parrocchie. Dal 1970 al 1978 gli viene chiesto di fare il parroco di un paese dell’interno della provincia di Palermo: Godrano. Non si tratta di una meta ambita da nessun prete, perché oltre che ad essere lontano dalla città è un paese difficile da gestire a motivo di faide interne.

Don Pino non soltanto accetta di buon grado questo invio in missione, ma si presenta al paese con vera povertà francescana. Di fronte alla resistenza delle persone, egli si avvale del metodo del movimento di fr.Rivilli e con la Cerrito cercano di avviare i circoli biblici, sperando in tal modo di favorire un maggior dialogo tra le famiglie e di superare la tragedia della faida. Mentre è parroco di Godrano, egli accoglie, inoltre, l’invito di alcune assistenti sociali, legate ad un Istituto voluto dal cardinale Ruffini, che gli chiedono di seguire un gruppo di volontari, impegnati in alcune zone impossibili come quella delle baracche lungo il fiume Oreto. Romagnolo, Decollati, Scaricatore sono questi i luoghi dove si concentra in modo particolare l’azione di questi giovani volontari.

Insieme a loro e alle assistenti sociali don Pino si cimenta nell’elaborazione di una metodologia, che gli tornerà utile, quando sarà chiamato a farsi carico del quartiere Brancaccio. Si tratta di favorire un lavoro di gruppo, di affrontare i problemi attraverso l’analisi dei bisogni del territorio, l’inventario delle risorse presenti, per arrivare a programmare delle azioni volte a promuovere i diritti delle persone. Nel 1979 don Pino lascia la parrocchia di Godrano per assumere l’impegno di responsabile del Centro Diocesano Vocazioni: un compito che egli porta avanti fino alla nomina di parroco di Brancaccio nel 1990. Si tratta di un lavoro di discernimento e di formazione che gli è molto congeniale e che allo stesso tempo richiede un’impostazione rinnovata rispetto al passato.

Su tutto questo don Pino mostra di avere le idee abbastanza chiare: “Nel dopo-Concilio il concetto è stato ampliato moltissimo e si lavorò per cancellare la logica del proselitismo, dell’intruppamento, che prima era accentuata. Il punto è che i preti non si possono limitare a ‘confezionare’ altri preti. L’itinerario spirituale deve prevedere tantissime altre strade. Ecco allora che vocazione non è altro che la risposta alla chiamata, al progetto di Dio, nei più svariati campi, dalla vita sociale a quella professionale”. Questa nuova impostazione finalizza l’azione al saper valorizzare ogni vocazione come scoperta del senso della propria vita e del proprio ruolo nel mondo.

Nel pensiero di don Pino, ogni persona umana va sostenuta nel realizzare il proprio progetto di vita all’interno della comunità cristiana senza dover necessariamente approdare alla consacrazione presbiterale o religiosa. In questi anni don Pino affina la sua disponibilità all’ascolto, a prendersi cura dell’altro accompagnandolo e accettando volentieri di offrirsi come guida per un cammino che porti ad una vera liberazione interiore ed alla capacità di sapersi assumere le proprie responsabilità. Egli cerca di perfezionare le sue competenze attraverso convegni e attraverso lo studio di vari autori sia di teologia, sia di psicologia umanistica. Nel 1990 il cardinale Pappalardo chiede a don Pino di lasciare il Centro Vocazioni, per assumere il compito di parroco di S.Gaetano nel quartiere Brancaccio.

Si tratta, per lui di tornare nel quartiere dove è nato, ma allo stesso tempo di sostituire un sacerdote giovane, Rosario Giué, che aveva avviato un buon lavoro di coscientizzazione, ma che si era sentito non sufficientemente sostenuto dallo stesso Pappalardo. Don Pino di fronte alla proposta del cardinale non oppone alcuna resistenza, ma la vive come un’ulteriore chiamata del Signore. Nell’assumere la responsabilità di guida di una comunità in un quartiere terribilmente segnato dal predominio mafioso, egli porta con sé il bagaglio di tutte le esperienze già fatte. Egli è maturo per esprimere sino in fondo le tematiche a lui più care: vocazione, diritti e dignità delle persone, perdono, povertà, attenzione agli ultimi, ma soprattutto annunzio del Vangelo, come parola che risana e che rende liberi.

Vivere la parrocchia non in modo autoreferenziale, ma con occhi e cuore aperti sul territorio

Nell’accettare la non facile missione di guidare la parrocchia di Brancaccio don Pino aveva avuto modo nel passato di chiarire a se stesso verso quale immagine di parrocchia bisognava andare. Adesso che si trova al Brancaccio egli sa bene che essa non può essere una “parrocchia- castello con fossato”, né una “parrocchia-nuvoletta” senza alcuna fantasia e né può essere una semplice “stazione di servizio”, che offre a pagamento dei servizi religiosi. Per don Pino la parrocchia deve essere anzitutto “la comunità dei chiamati”, la comunità di coloro che vogliono prendere in seria considerazione il loro battesimo e quindi la loro appartenenza a Cristo Signore.

Per crescere pienamente nel senso di appartenenza a Cristo Signore e di formare in Lui una vera comunità di fratelli e di sorelle è quanto mai opportuno curare le tre dimensioni della vita parrocchiale: liturgia, catechesi e carità. Si tratta di tre aspetti distinti, ma indivisi, destinati a convergere in ciascun soggetto credente, che celebra, si forma e si impegna. Se queste dimensioni restano sinergicamente unite la “comunità dei chiamati” può davvero proporsi come alternativa di vita cristiana in un territorio, che, invece, accetta passivamente il modello mafioso.

Iniziando la sua azione pastorale nella parrocchia di S. Gaetano Don Pino da una parte prende le distanze dalle iniziative intraprese dal parroco precedente e dalle persone in esse coinvolte, ma allo stesso tempo si colloca sulla stessa lunghezza d’onda, anche se con modalità diverse. Se il parroco precedente amava parlare di CEB, comunità secondo il modello della teologia della liberazione, Don Pino preferisce ispirarsi alle indicazioni del movimento “Chiesa-Mondo” di don Antonio Fallico, un sacerdote di Catania. Tutto questo non gli impedisce di continuare a voler dare un volto nuovo alla parrocchia, dove il parroco non è tutto, ma è sempre più colui che favorisce la comunione di tutti i battezzati, cercando di suscitare nei laici una volontà di responsabilizzarsi.

Don Pino nel presentare il progetto di parrocchia parla volentieri di comunità missionaria, di una comunità, cioè, capace di decentrarsi, pronta muoversi dal tempio verso il territorio e le sue tante periferie. Se la liturgia e soprattutto la liturgia eucaristica domenicale si pone come “fonte e culmine” della vita personale ed ecclesiale, questa a sua volta deve trovare la sua attualizzazione nella trama delle relazioni, che si è disposti a far lievitare all’interno del territorio. Seguendo questo progetto di parrocchia, don Pino cerca di coinvolgere i laici in una conoscenza più approfondita del quartiere, cercando di cogliere le urgenze, che chiedono una prima risposta ed i segni di liberazione già presenti in esso.

Così egli viene a contatto con una realtà di emarginazione e di devianza di giovani e di ragazzi, facile preda della criminalità organizzata ed incapaci di avere nelle mani un pur minimo strumento culturale, mancanti come sono, alcuni di loro, di una vera scolarizzazione di base. Il 4 ottobre 1991 don Pino si rivolge ai tanti amici che conosce in città con questo volantino: “C’è nella parrocchia un buon fermento di persone impegnate in un cammino di fede e, contemporaneamente in un servizio liturgico, catechistico e caritativo, ma i bisogni della popolazione sono molto maggiori delle risorse che abbiamo.

Vi sono nell’ambiente molte famiglie povere, anziani malati e soli, parecchi handicappati mentale e fisici, ragazzi e giovani disoccupati senza valori, senza un senso della vita, tanti fanciulli e bambini sono abbandonati a se stessi, evadono l’obbligo scolastico, sono preda della strada, ove imparano devianza e violenza. Che cosa fare per venire incontro a tante necessità? Assieme ad alcuni membri della comunità parrocchiale abbiamo pensato ad un centro polivalente di accoglienza e di servizio”. Con questo volantino nasce ufficialmente l’idea-progetto del centro di accoglienza, che prenderà il nome di “Centro Padre Nostro”.

Questo viene inaugurato il 29 gennaio 1993 ed un mese dopo l’inaugurazione, don Pino cerca di delineare quello che deve essere il compito della struttura: “Ogni cristiano è in Cristo sacerdote, re e profeta. Da Lui riceve questa importante missione al servizio della persona nella sua totalità. Come cristiani, come cittadini, come volontari continueremo a chiedere alle autorità locali ciò che è dovuto a questo quartiere. Il nostro servizio in questa realtà assume una veste di supplenza riguardo alle gravi carenze sociali che sono emerse. Questa premessa è necessaria per evitare che la nostra presenza venga equivocata”.

“Padre nostro” e non “cosa nostra”: l’esperienza cristiana alternativa a quella mafiosa

L’amica e collaboratrice Lia Cerrito nel ricordare come Don Pino sia giunto alla decisione di chiamare il Centro “Padre Nostro” accenna soprattutto al progetto che era maturato in lui e che consisteva nel fare della preghiera del Padre Nostro un grande strumento di crescita umana e cristiana. L’idea, in effetti, si era intrufolata nella sua testa grazie ad una piccola raccolta di dispense che il movimento della Presenza del Vangelo aveva elaborato qualche anno prima su sollecitazione del vescovo di Agrigento, p. Carmelo Ferrara.

Così la Cerrito ricorda quei giorni: “Teneva tra le sue mani enormi il mio fascicoletto con questo corso e rifletteva ad alta voce: ‘Il centro ora può nascere e lo chiameremo, lo chiameremo…Padre nostro!’. Non fu una scelta casuale, ma un segnale per tutta Brancaccio. Immaginiamoci ad esempio i bambini del quartiere che si dicono: “Andiamo al Padre nostro”, “Io vado al Padre nostro”. Ecco il nome è già una metafora del ritorno al Padre, quello vero e non il boss della borgata”. Ma, intanto, la mafia sotto la spinta dei Corleonesi inizia la fase stragista con l’attentato e l’uccisione di Giovanni Falcone il 23 maggio 1992 e subito dopo di Paolo Borsellino il 19 luglio.

Sono fatti così eclatanti che spingono don Pino a mettere a tema per la prima volta in modo esplicito la questione-mafia. Grazie a quelle dispense sul Padre nostro egli intuisce che al linguaggio mafioso va contrapposto un altro linguaggio, che favorisca la presa di coscienza della propria dignità e della chiamata imprescindibile ad essere delle persone libere. Insieme all’inseparabile Lia Cerrito cerca di rielaborare quelle dispense sul Padre nostro per abbozzare un percorso formativo da proporre in modo particolare ai ragazzi. Avendo a che fare quotidianamente con i ragazzi del Centro don Pino può meglio rendersi conto dell’aria che si respira nel quartiere.

E’ ben presente in lui la consapevolezza che tutto ciò che avviene a Brancaccio deve prima passare dal vaglio della mafia e questo lo porta ad affermare che la gente ormai ha acquisito una ‘forma mentis’ precisa, si è abbeverata da sempre alla fonte culturale del malaffare, del sopruso, del ricatto e dunque dell’abbassare la testa all’arroganza di chi comanda. La mafiosità, secondo Don Pino, è entrata nelle vene delle persone e fa sembrare loro tutto normale: normale uccidere, normale rubare, normale prevaricare, normale ubbidire al violento di turno. Nella locandina che annuncia una serie di incontri sul tema del Padre nostro così egli scrive: “Il Padre nostro come preghiera antimafia propone il recupero del significato di ‘nostro’, che si dilata molto al di là dell’espressione mafiosa ‘Cosa nostra’, simbolo di chiusura.

Nella premessa al testo del corso, inoltre, don Pino dice chiaramente che egli intende fare cultura, ‘per restituire il significato cristiano alle parole che la mafia falsa e distorce’. Riprendendo un concetto di Giovanni Paolo II, che parla di struttura di peccato, egli lo dice esplicitamente della mafia, perché “si tratta di una cultura antievangelica e anticristiana, addirittura per certi aspetti, satanica: essa stravolge termini che indicano valori positivi e cristiani come famiglia, amicizia, solidarietà, onore, dignità. Li carica di significati diametralmente opposti a quelli cristiani allo scopo di dominare con la prepotenza, la complicità, l’asservimento e il disprezzo dell’altro”.

Il ‘Padre nostro’ a confronto con i disvalori della mafia

In questo itinerario catechetico don Pino propone uno sguardo sintetico sui possibili raffronti tra il cammino di umanizzazione che emerge dalla preghiera che ci ha lasciato il Signore e gli atteggiamenti che sostanziano la cosiddetta ‘cultura’ mafiosa:

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, sia fatta la tua volontà. A confronto con i parametri della mafiosità, arroganza, prepotenza e violenza, il Padre nostro propone per antitesi i valori evangelici della fede in Dio, nel Padre che è Amore, ma anche Autorità e davanti al quale siamo tutti uguali.

Venga il tuo regno. A confronto con tutte le forme di violenza, di oppressione dell’uomo, di disprezzo, di emarginazione il Padre nostro ci propone la sacralità della vita, della dignità della persona umana, figlia di Dio e che non ha bisogno di appoggiarsi su falsi piedistalli per essere grande e che non deve esercitare poteri abusivi per farsi rispettare; della libertà da ogni dipendenza schiavizzante, condizionamento, dagli idoli del denaro, del potere, dell’apparire.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. A confronto con tutte le forme dell’egoismo e con tutte le forme di aggregazione finalizzate al male, il Padre nostro propone il valore della fraternità responsabile, dell’inità, del servizio, della solidarietà.

Rimetti a noi i nostri debiti. A confronto con la sete esasperata di ricchezza il Padre nostro ci propone il valore della sobrietà, della solidarietà, della gratuità, del lavoro onesto, responsabile, competente, la fiducia non passiva nella Provvidenza.

Non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal male. E infine a confronto con tutte le arroganze, le prepotenze, le violenze il Padre nostro ci fa chiedere liberazione, ma ci chiede anche di farci liberatori, di riconoscere il Male dai mille volti: miseria, ignoranza, malavita, vizio.

Insieme all’elaborazione di questo itinerario un po’ per scherzo, un po’ con amarezza si sofferma a formulare una preghiera possibile del piccolo mafioso e che egli intitola: U patrinnostru du picciottu:

Parrinu mia e da nostra famigghia

tu si omu d’onuri e di valuri

lu to nomi l’ha fari arrispettari

e tutti quanti t’avemu a obbidiri

Chiddu chi dici, ognunu l’avi a fari

picchì è liggi, si nun voli muriri

Tu nni sì patri c anni duni pani

pani e travagghiu

E nun t’arrifardii d’arrimunnari anticchia a cu pusseri

picchì sai ca i picciotti hannu a mangiari

Cu sgarra, lu sapemu, avi a pagari

Nun pirdunari, vasinnò si n’fami

Ed è ‘nfami cu parra e fa la spia.

Chista è la liggi di sta cumpagnia. Mi raccumannu a tia, parrinu miu, liberami di sbirri

E da custura

libera a mia e atutti li to amici.

Sempri sarà accussì e cu fici fici.

Mettendo le due preghiere a raffronto quasi in sinossi Don Pino chiede ad ogni ragazzo, ad ogni uomo di buona volontà di decidersi a compiere una scelta di campo per dare un senso compiutamente umano alla propria vita e non svenderla per paura o per interesse a quella cultura mafiosa, che sa solo produrre macerie e morte. Don Pino ha scelto il Vangelo, il Regno di Dio come spazio di fraternità, ha scelto di non piegarsi di fronte a qualsiasi intimidazione, perché ha cercato con tutte le forze di fidarsi di quel Dio che in Cristo ha promesso la vita e la vita in abbondanza. Egli viene ucciso la sera del 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno.

Gregorio Battaglia

 

 

Fonte retesicomoro

 

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