Da Sant’Ambrogio a lezione di equità

gen 18th, 2014 | By | Category: Primo Piano

Erano gli anni del primo dopoguerra, padre Turoldo predicava ogni domenica alla Messa più frequentata nel Duomo di Milano. Si cominciavano a delineare i primi squilibri sociali, un tema che era congenito e congeniale con la figura del frate servita già molto popolare in Italia. E, così, una domenica nell’omelia egli dette fuoco alle polveri del suo arsenale oratorio, e le sue parole fiammeggianti incendiarono di sdegno alcuni fedeli che si premurarono di raccoglierle e di portarle sul tavolo dell’arcivescovo.

Davide Maria Turoldo

Allora a capo della diocesi ambrosiana c’era un benedettino diafano, segnato dalla semplicità geniale dei santi, il cardinale Ildefonso Schuster. Egli chiamò padre David e lo invitò a essere meno ardente e gli suggerì di scrivere la predica della domenica successiva così da contenere nello stampo freddo di un testo il turgore della sua passione.

Cosa che il frate fece. Quella mattina una folla ancor più numerosa era in attesa sotto le navate del Duomo. Con gesto ieratico, padre Turoldo dispiegò i suoi fogli e col registro della sua voce tonante, da cattedrale appunto, iniziò la lettura. Ahimè, il testo scritto risultava ancor più rovente del parlato precedente.

Siamo in grado di offrire ai nostri lettori alcuni squarci: «Fino a dove, o ricchi, estendete le vostre bestiali cupidigie? Vorrete forse finire ad abitare soltanto voi la terra, rivendicandone solo voi il possesso? La terra fu data in possesso a tutti, ricchi e poveri: perché, allora, vi arrogate il diritto di proprietà esclusiva del suolo?… Il mondo fu creato per tutti e, invece, voi pochi ricchi cercate di appropriarvene. Anzi, volete non solo la proprietà terriera per l’uso di voi soli pochi, ma volete anche il cielo, l’aria, il mare… Le vostre mense si alimentano col sangue dei poveri, i vostri bicchieri grondano del sangue di molti che avete strangolato col cappio… Le vostre donne sono travolte da una smania sfrenata di indossare smeraldi, giacinti, berillio, agata, topazio, ametista, diaspro, sardonice, e pur di soddisfare i loro capricci, spendono metà del loro patrimonio…».

Cardinale Schuster

Non mancava neppure uno schizzo di sarcasmo: «Ho saputo persino, da fonte attendibile, che un ricco avaro, quando gli veniva servito a tavola un uovo, si rammaricava perché così perdeva la possibilità di avere poi un pulcino». E concludeva: «Tu, o ricco, quando fai elemosina, non elargisci i tuoi beni al povero, ma semplicemente gli restituisci il suo. Infatti, ciò che giustamente è stato dato in uso a tutti, lo usurpi tu solo. La terra è di tutti, non dei ricchi…

Restituite, allora, al povero, pagate il vostro debito a chi è indigente, perché non potete placare in altro modo Dio a causa della vostra malvagità!». Naturalmente, subito quel gruppo zelante di fedeli corse dall’arcivescovo a segnalare con indignazione il nuovo e peggiore misfatto del frate, che fu così riconvocato dal cardinale. Turoldo si presentò e stese davanti a Schuster i fogli con la sua predica.

L’arcivescovo scorse le prime righe e si mise a sorridere, continuò a leggere ed esclamò: «Ma questo è s. Ambrogio!». Si alzò, benedisse il religioso e, com’era suo uso, lo congedò dicendogli un motto che spesso ripeteva: «Faccia bene il bene!». Questo lungo resoconto, con le relative ampie citazioni, è forse il modo migliore per recensire un’opera del grande vescovo milanese del IV secolo intitolata in latino De Nabuthe Jezraelita, composta forse attorno al 395, a poca distanza dalla morte di Ambrogio che avverrà il 4 aprile 397, dopo 22 anni di episcopato.

Col titolo esplicativo Il prepotente e il povero e con l’incisivo testo latino a fronte, questo scritto ambrosiano viene proposto come archetipo della collana intitolata Vetera et nova, che le edizioni San Paolo hanno inaugurato per far conoscere in maniera agile ma efficace le piccole gemme della letteratura cristiana antica e medievale, con particolare attenzione alla loro “attualità” e alla loro capacità di graffiare anche la contemporaneità. La limpida introduzione di Alberto Grosso chiarisce non solo l’itinerario biografico di Ambrogio, ma anche il nodo tematico che è ben espresso dal titolo apposto.

Cardinal Ravasi

Da un lato, infatti, si ha la prevaricazione del potere e della ricchezza sul povero; d’altro lato, però, si centra un punto capitale dell’autentica concezione dell’economia, la sua strumentalità e non il suo essere il fine a cui tutto sacrificare. Questo vale anche per la proprietà privata che è semplicemente uno dei mezzi per attuare il vero fine, cioè la destinazione universale dei beni creati da Dio e offerti all’intera umanità. Come scrive Grosso, nel testo di Ambrogio «si configura una necessaria prospettiva etica in cui il valore “uomo” viene posto al centro dell’attività economica. L’economia è per l’uomo» e non viceversa.

Per i lettori che non hanno molta assuefazione con la Bibbia vorremmo solo spiegare il titolo originario latino a prima vista un po’ criptico. Protagonista è un contadino di nome Nabot, la cui vicenda è narrata vivacemente nel capitolo 21 del Primo Libro dei Re. Il re di Israele di quel tempo (IX secolo a.C.) è Acab, dominato dall’ambiziosa moglie, una principessa fenicia di nome Gezabele. Egli vorrebbe allargare il parco della sua residenza di campagna a Izreel, nella pianura settentrionale del suo regno. Ma il proprietario della vigna confinante, che è appunto Nabot, appella al diritto ereditario familiare di proprietà, inalienabile secondo la stessa legislazione ebraica. A questo rifiuto il re non riesce a opporre validi motivi per raggiungere il suo scopo e cade in depressione.

Entra, allora, in scena la regina Gezabele che non ha scrupoli morali e che escogita un piano diabolico. Ricorrendo a testimoni subornati, fa istruire un processo farsa nel quale a Nabot si imputa la falsa accusa di aver maledetto Dio e il re, un delitto gravissimo che prevedeva la pena della lapidazione. Ed è ciò che la magistratura compiacente attua, eliminando così ogni ostacolo al desiderio di Acab.

Ma nel silenzio complice dei sudditi che non osano contestare il potere, si leva forte e solitaria la voce del profeta Elia che, senza attenuanti, denuncia il crimine: «Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno il tuo sangue!… I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreel!» (1Re 21, 19.23). La predizione si avvererà anni dopo quando un sanguinoso colpo di Stato eliminerà tragicamente la coppia reale. Le voci di Elia, Ambrogio e Turoldo si intrecceranno, dunque, nell’unico messaggio, quello della vera giustizia che non conosce eccezioni.

Gianfranco Ravasi

 

fonte Il Sole 24 Ore

 

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