Su Dio un film che vale più una predica

dic 29th, 2013 | By | Category: Cultura

Due domande del catechismo di Pio X («Dio ha corpo come noi?» e «Dio sa tutto?») come spunto per sviluppare una breve storia. Sei bambini presi dalla strada e fatti recitare davanti a una cinepresa nell’assolata periferia di una città che ricomincia a vivere dopo il disastro della guerra. E poi la mano sensibile e la penna leggera e profonda di Mario Soldati per la regia e una sceneggiatura spumeggiante scritta insieme con Cesare Zavattini e Diego Fabbri. Il risultato è Chi è Dio?, un piccolo capolavoro (perché dura solo 13 minuti) anticipatore del neorealismo desichiano di Ladri di biciclette, un cortometraggio voluto dalla Chiesa per una “catechesi viva” attraverso il cinema. 

La pellicola, prodotta dalla Orbis-Universalia nel 1945 per conto del Centro Cattolico Cinematografico e distribuita dalla San Paolo Film, si credeva perduta ma dieci anni fa la bobina fu ritrovata nei magazzini delle suore paoline di Roma e consegnata all’Istituto Luce: in seguito le immagini su celluloide sono state restaurate dalla Cinit e proiettate prima ad Assisi, a chiusura del Festival Religion Today, e poi alla Mostra del Cinema di Venezia del 2004. Ora il “corto” è diventato l’oggetto di una intelligente e approfondita analisi presentata nell’omonima monografia (vedi box) edita da Le Mani e curata da Marco Vanelli, docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Pisa e direttore della rivista di studi cinematografici “Cabiria”. Il libro (al quale è allegato il dvd col film), oltre a essere un nuovo e importante capitolo della storia del cinema italiano, tende a sottolineare innanzitutto la carica innovativa dell’opera dal punto di vista estetico e narrativo, la sua finezza psicologica e teologica dentro l’ardimentoso progetto di una ricostruzione morale in senso cattolico dell’Italia del dopoguerra, a partire dall’educazione dei più piccoli alla fede. Il film infatti, incentrato sulle verità fondamentali del cristianesimo, era indirizzato agli alunni della terza elementare e destinato a invadere, in quegli anni, sale parrocchiali e scuole. Ma ebbe una vita breve. Forse perché la sua dirompente forza di evangelizzazione risultava troppo esplicita e “mirata”, e quindi costretta a consumarsi dentro le mura di oratori e sagrestie. O forse perché si volevano percorrere altre vie, più ecumeniche e meno didattiche, ma sempre nella convinzione che «un buon film può avere un’efficacia più profonda di una predica», secondo il pensiero che Pio XII espliciterà più tardi, nel 1955, nei due famosi discorsi pronunciati in Vaticano per tracciare le linee del «film ideale» dinanzi ai rappresentanti di esercenti di sale cinematografiche, produttori, attori e registi.

Non sarà un caso comunque che cinque anni dopo l’uscita di Chi è Dio? la Chiesa, al di là di ogni ruolo censorio esclusivo e frenante, sosterrà il tentativo di creare un «neorealismo cattolico» valorizzando il genio di Roberto Rossellini, un altro cineasta laico (come i “socialisti” Soldati e Zavattini), nella realizzazione di opere che pure dai titoli lasciano capire qual è l’intento: Francesco giullare di Dio (scritto, tra gli altri, da padre Antonio Lisandrini, dell’Ordine dei Frati Minori) e Stromboli terra di Dio. A riprova di ciò, il contributo fattivo a entrambe le sceneggiature (ma solo nella prima è accreditato) di padre Felix Morlion, un domenicano di origine belga, fondatore dell’Università Pro Deo e, soprattutto, consigliere di papa Pacelli per le questioni attinenti al cinema e alle comunicazioni. E un qualche ruolo deve aver avuto, in questo cambiamento di rotta, anche il giovanissimo Giulio Andreotti che nel 1944 aveva lasciato la presidenza della Fuci diventando segretario personale di Morlion con il quale intrattenne strettissimi rapporti anche una volta assunto l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (con delega agli Spettacoli) nei governi guidati da Alcide De Gasperi.

In ogni caso, il valore artistico e “cinecatechistico” di Chi è Dio? rimane, oggi, a testimoniare lo sforzo di Soldati, Zavattini e Fabbri di far rinascere, con un nuovo stile, insieme al cinema italiano una concezione della vita che fosse “buona” anche per chi non si riconosce cristiano: e ciò si desume dall’essenzialità delle inquadrature e dal metodo asciutto del raccontare, «nella totale assenza di moralismi o terrorismi psicologici» precisa Vanelli nel libro.

Qual è il plot del film? Un’allegra “banda” di ragazzini entra di nascosto in un capannone dove uno di loro si impossessa di un giocattolo abbandonato, un veliero in miniatura chiuso in una bottiglia. Rubare? «Ma Dio ci vede, non si può», protesta il più piccolo dei fanciulli. «Che dici? Questo non è un furto! Hai paura di Dio? Ma sono tutte storie che inventano i grandi per farci stare buoni!» sbotta il più sgamato della compagnia. Allora i bambini, per sete autentica di verità, tempestano di domande gli adulti che incontrano: il postino, il signor Pietro che va in giro con un ombrello per ripararsi dal sole e la mamma di uno di loro: «Chi è Dio?». Il desiderio, l’anima, i pensieri, Dio è così, esiste ma non si può toccare, nè misurare, né vedere con gli occhi. È spirito che si “sente” con il cuore e muove la realtà. Una grande lezione. E non solo di cinema.

Fulvio Fulvi

 

 

Fonte Avvenire

 

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