Evangelii gaudium, “le colonne portanti” della visione di Papa Francesco

nov 26th, 2013 | By | Category: Apertura

 L’Esortazione apostolica è stata presentata questa mattina in sala stampa vaticana da monsignor Rino Fisichella, da monsignor Lorenzo Baldisseri e da monsignor Claudio Maria Celli, rispettivamente presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, segretario del Sinodo e presidente del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali.

Il Papa “utilizza un linguaggio sereno, cordiale, diretto in sintonia con lo stile manifestato in questi mesi di pontificato”, ha sottolineato l’arcivescovo Claudio Maria Celli.

Un invito alla Chiesa a recuperare una visione profetica e positiva della realtà, senza distogliere lo sguardo dalle difficoltà”. Così monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ha presenta l’esortazione apostolica di papa Francesco, sottolineando che “il Papa infonde coraggio e provoca a guardare avanti, nonostante il momento di crisi”. I sette punti raccolti in cinque capitoli e divisi in 288 paragrafi della Evangelii gaudium costituiscono per monsignor Fisichella “le colonne fondanti della visione di papa Francesco per la nuova evangelizzazione”. Il Papa “si rivolge alle chiese particolari perchè, vivendo in prima persona le sfide e le opportunità proprie di ogni contesto culturale, siano in grado di proporre gli aspetti peculiari della nuova evangelizzazione nei loro Paesi” e allo stesso tempo “traccia un denominatore comune per permettere a tutta la Chiesa e a ogni singolo evangelizzatore di ritrovare una metodologia comune, per convincersi che l’impegno di evangelizzazione è sempre un cammino partecipato, condiviso e mai isolato”.

Nella prospettiva della “Chiesa in uscita da sè verso il fratello” il Papa propone una pastorale in conversione a 360 gradi, partendo dalla parrocchia, dalle comunità di base, movimenti ed altre forme associative, dalle Chiese particolari, fino a pensare a una conversione del papato”. Lo ha sottolineato l’arcivescovo Lorenzo Baldisseri, segretario del Sinodo, presentando alla stampa l’Esortazione Evangelii gaudium. Per Baldisseri, “in analogia con le antiche Chiese patriarcali, il Santo Padre auspica che le Conferenze Episcopali possano sviluppare un contributo molteplice e fecondo perchè l’affetto collegiale trovi concrete applicazioni”.

Fonte Avvenire

 

Accoglienza e conversione, le “linee guide” del Papa

«Evangelii gaudium». Cioè «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù». È già tutto nelle prime righe il senso dell’Esortazione apostolica di Papa Francesco resa nota questa mattina. Un documento di ampio respiro, per certi versi “programmatico”, in cui Bergoglio sottolinea e approfondisce le linee guida di quest’inizio pontificato. Ecco allora «la trasformazione missionaria della Chiesa» che per un credente significa «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo».

E ancora, l’invito a essere vicini alle forme contemporanee di povertà e fragilità, dai senza tetto ai tossicodipendenti, dai rifugiati ai popoli indigeni, fino agli anziani sempre più soli e abbandonati e ai migranti. Presenza quest’ultima, che per Francesco, «pastore di una Chiesa senza frontiere» rappresenta «una particolare sfida». Perciò, scrive il Papa, «esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali».

Ma l’invito a non chiudersi in sé, a «uscire», riguarda innanzitutto la comunità ecclesiale nel suo insieme, riassunta nell’immagine della Chiesa «con le porte aperte». Tutti infatti possono partecipare in qualche modo alla vita comunitaria. E questo vale anche per i sacramenti, a cominciare dal Battesimo. E l’Eucaristia «sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e una alimento per i deboli».

Una sottolineatura, una riflessione nel segno dell’accoglienza, che percorre l’intero documento così come l’invito a «recuperare la freschezza del Vangelo» attraverso «una conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno». Ecco allora che il pensiero tocca lo stesso papato e una sua possibile «conversione» perché «sia più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alla necessità attuali dell’evangelizzazione». E, allo stesso modo, l’invito a rendere più concreto quel senso di collegialità che rimane una degli auspici mai pienamente realizzati del Concilio. Una trasformazione che passa attraverso quella che il Papa chiama «salutare decentralizzazione» e un maggiore coinvolgimento delle Conferenze episcopali che le concepisca «come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale».

Ma la necessità di conversione riguarda tutti i campi e settori, dal rischio del clericalismo alla lotta contro la mondanità spirituale, dalla promozione del ruolo femminile al dovere di puntare, nelle omelie, sulla brevità, rifuggendo da «una predicazione puramente moralista e indottrinante» per lasciare spazio a immagini, espressioni, capaci di offrire sempre speranza. Meglio, avverte Francesco, «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».

Detto in altro modo, Gesù chiama la comunità nel suo insieme e ogni credente ad incontrare l’altro e a offrirgli la sua Parola, nella gioia. Un’attività evangelizzatrice che ha come modello la Vergine. «Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto».

Riccardo Maccioni

Fonte Avvenire

Sintesi dellʹEsortazione Apostolica ʺEvangelii Gaudiumʺ

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano conGesù”: inizia così l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” con cui Papa Francescosviluppa il tema dell’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, raccogliendo, tra l’altro, ilcontributo dei lavori del Sinodo che si è svolto in Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema“La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede”. Il testo che il Santo Padre haconsegnato a 36 fedeli domenica scorsa, nel corso della Santa Messa di chiusura dellʹAnnodella fede, è il primo documento ufficiale del suo Pontificato, essendo stata la LetteraEnciclica ʺLumen Fideiʺ redatta in collaborazione con il predecessore Papa Benedetto XVI.

“Desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani – scrive il Papa ‐ per invitarli a una nuova tappaevangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa neiprossimi anni” (1). Si tratta di un accorato appello a tutti i battezzati perché con nuovofervore e dinamismo portino agli altri l’amore di Gesù in uno “stato permanente dimissione” (25), vincendo “il grande rischio del mondo attuale”: quello di cadere in “unatristezza individualista” (2).

Il Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”, trovando “nuove strade”e “metodi creativi”, a non imprigionare Gesù nei nostri “schemi noiosi” (11). Occorre “unaconversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno” (25) e una“riforma delle strutture” ecclesiali perché “diventino tutte più missionarie” (27). Il Pontefice pensa anche ad “una conversione del papato” perché sia “più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”.

L’auspicio che le Conferenze episcopali potessero dare un contributo affinché “il senso di collegialità” si realizzasse “concretamente” – afferma ‐ “non si è pienamente realizzato” (32). E’ necessaria “una salutare decentralizzazione” (16). In questo rinnovamento non bisogna aver paura di rivedere consuetudini della Chiesa “non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia” (43).

Segno dell’accoglienza di Dio è “avere dappertutto chiese con le porte aperte” perché quanti sono in ricerca non incontrino “la freddezza di una porta chiusa”. “Nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”. Così, l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste  convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia”. (47). Ribadisce di preferire una Chiesa “ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa … preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci … è che tanti nostri fratelli vivono” senza l’amicizia di Gesù (49).

Il Papa indica le “tentazioni degli operatori pastorali”: individualismo, crisi d’identità, calo del fervore (78). “La più grande minaccia” è “il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando” (83). Esorta a non lasciarsi prendere da un “pessimismo sterile” (84) e ad essere segni di speranza (86) attuando la “rivoluzione della tenerezza”(88). Occorre rifuggire dalla “spiritualità del benessere” che rifiuta “impegni fraterni” (90) e vincere “la mondanità spirituale” che “consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana” (93). Il Papa parla di quanti “si sentono superiori agli altri” perché “irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” e “invece di evangelizzare … classificano gli altri” o di quanti hanno una “cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo” nei bisogni della gente. (95). Questa “è una tremenda corruzione con apparenza di bene … Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali!” (97).

Lancia un appello alle comunità ecclesiali a non cadere nelle invidie e nelle gelosie: “all’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre!” (98). “Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?” (100). Sottolinea la necessità di far crescere la responsabilità dei laici, tenuti “al margine delle decisioni” da “un eccessivo clericalismo” (102). Afferma che “c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, in particolare “nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti” (103). “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne …non si possono superficialmente eludere” (104). I giovani devono avere “un maggiore protagonismo” (106). Di fronte alla scarsità di vocazioni in alcuni luoghi afferma che “non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione” (107).

Affrontando il tema dell’inculturazione, ricorda che “il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale” e che il volto della Chiesa è “pluriforme” (116). “Non possiamo pretendere che tutti i popoli … nell’esprimere la fede cristiana, imitino le modalità adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia” (118). Il Papa ribadisce “la forza evangelizzatrice della pietà popolare” (122) e incoraggia la ricerca dei teologi invitandoli ad avere “a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa” e a non accontentarsi “di una teologia da tavolino” (133).

Si sofferma “con una certa meticolosità, sull’omelia” perché “molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie” (135). L’omelia “deve essere breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione” (138), deve saper dire “parole che fanno ardere i cuori”, rifuggendo da una “predicazione puramente moralista o indottrinante” (142). Sottolinea l’importanza della preparazione: “un predicatore che non si prepara non è ‘spirituale’, è disonesto ed irresponsabile” (145).   “Una buona omelia … deve contenere ‘un’idea, un sentimento, un’immagine’” (157). La predicazione deve essere positiva perché offra “sempre speranza” e non lasci “prigionieri della negatività” (159). L’annuncio stesso del Vangelo deve avere caratteristiche positive: “vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna” (165). Parlando delle sfide del mondo contemporaneo, il Papa denuncia l’attuale sistema economico: “è ingiusto alla radice” (59). “Questa economia uccide” perché prevale la “legge del più forte”. L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’” (53). Viviamo “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale” di un “mercato divinizzato” dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista” (56). Denuncia gli “attacchi alla libertà religiosa” e le “nuove situazioni di persecuzione dei cristiani … In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista” (61). La famiglia – prosegue il Papa – “attraversa una crisi culturale profonda”. Ribadendo “il contributo indispensabile del matrimonio alla società” (66) sottolinea che “l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita … che snatura i vincoli familiari”(67).

Ribadisce “l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana” (178) e il diritto dei Pastori “di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone” (182). “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza nella vita sociale”. Cita Giovanni Paolo II dove dice che la Chiesa “non può né deve rimanere al margine della lotta per la giustizia” (183). “Per la Chiesa lʹopzione per i poveri è una categoria teologica” prima che sociologica. “Per questo chiedo una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci” (198). “Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri … non si risolveranno i problemi del mondo” (202). “La politica, tanto denigrata” – afferma ‐ “è una delle forme più preziose di carità”. “Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore … la vita dei poveri!”. Poi un monito: “Qualsiasi comunità allʹinterno della Chiesa” si dimentichi dei poveri corre “il rischio della dissoluzione” (207).

Il Papa invita ad avere cura dei più deboli: “i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati” e i migranti, per cui esorta i Paesi “ad una generosa apertura” (210). Parla delle vittime della tratta e di nuove forme di schiavismo: “Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” (211). “Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza” (212). “Tra questi deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura” ci sono “i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana” (213). “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione … Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana” (214). Quindi, un appello al rispetto di tutto il creato: “siamo  hiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo” (216).

Riguardo al tema della pace, il Papa afferma che è “necessaria una voce profetica” quando si vuole attuare una falsa riconciliazione che “metta a tacere” i poveri, mentre alcuni “non vogliono rinunciare ai loro privilegi” (218). Per la costruzione di una società “in pace, giustizia e fraternità” indica quattro principi (221): “il tempo è superiore allo spazio” (222) significa “lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati” (223). “L’unità prevale sul conflitto” (226) vuol dire operare perché gli opposti raggiungano “una pluriforme unità che genera nuova vita” (228). “La realtà è più importante dell’idea” (231) significa evitare che la politica e la fede siano ridotte alla retorica (232). “Il tutto è superiore alla parte” significa mettere insieme globalizzazione e localizzazione (234).

“L’evangelizzazione – prosegue il Papa – implica anche un cammino di dialogo” che apre la Chiesa a collaborare con tutte le realtà politiche, sociali, religiose e culturali (238). L’ecumenismo è “una via imprescindibile dell’evangelizzazione”. Importante l’arricchimento reciproco: “quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri!”, per esempio “nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità” (246); “il dialogo e l’amicizia con i figli d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù” (248); “il dialogo interreligioso”, che va condotto “con un’identità chiara e gioiosa”, è “una condizione necessaria per la pace nel mondo” e non oscura l’evangelizzazione (250‐251); “in quest’epoca acquista notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam (252): il Papa implora “umilmente” affinché i Paesi di tradizione islamica assicurino la libertà religiosa ai cristiani, anche “tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali!”. “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento” invita a “evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (253). E contro il tentativo di privatizzare le religioni in alcuni contesti, afferma che “il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose” (255). Ribadisce quindi l’importanza del dialogo e dell’alleanza tra credenti e non credenti (257).

L’ultimo capitolo è dedicato agli “evangelizzatori con Spirito”, che sono quanti “si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo” che “infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente” (259). Si tratta di “evangelizzatori che pregano e lavorano” (262), nella consapevolezza che “la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo” (268): “Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri” (270). “Nel nostro rapporto col mondo – precisa – siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano” (271). “Può essere missionario – aggiunge – solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri” (272): “se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita” (274). Il Papa invita a non scoraggiarsi di fronte ai fallimenti o agli scarsi risultati perché la “fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata”; dobbiamo sapere “soltanto che il dono di noi stessi è necessario” (279).

L’Esortazione si conclude con una preghiera a Maria “Madre dell’Evangelizzazione”. “Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto

Città del Vaticano, 26 novembre 2013 (VIS).

 

Fonte Centro Apostolato Biblico Caserta

 

 

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