Papa e Chiese orientali: il valore della diversità nell’unità

nov 24th, 2013 | By | Category: Mondo Cattolico

Un bilancio sullo sviluppo delle idee conciliari sull’Oriente cattolico a 50 anni dal Concilio Vaticano II è stato al centro della plenaria della Congregazione per le Chiese orientali, conclusasi questa mattina in Vaticano. «Esse non sono esenti da difficoltà», affermano dalla Congregazione per le Chiese orientali, «dovute nel contesto in cui sono inserite, con le sofferenze causate dalle guerre, da alcuni impedimenti alla libertà religiosa e di culto, fino a vere e proprie persecuzioni di molti dei suoi figli, dal fenomeno della massiccia diaspora, con i molti esempi di accoglienza e sostegno da parte di Vescovi latini, come anche da luoghi nei quali il riconoscimento pratico della pari dignità e particolare identità stenta a stabilizzarsi».

«Pur con le dovute differenze dal punto di vista canonico», affermano dalla Congregazione per le Chiese orientali, «si può affermare che l’esperienza della sinodalità, così radicata nella tradizione orientale, abbia mostrato la sua fecondità come metodo di lavoro, sempre in quella tensione positiva al dialogo con il Pastore universale, il Santo Padre, che ha dedicato l’intera mattinata di giovedì 21, prima con l’incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi maggiori, poi nell’udienza concessa a tutti i membri e ai collaboratori del Dicastero, e le cui parole hanno avuto un profondo eco su numerose testate di informazione». 

Lo scorrere delle varie relazioni «ha consentito di riaprire gli occhi sulla bellezza dell’ecclesiologia conciliare, innestando nelle acquisizioni della Lumen Gentium il decreto Orientalium Ecclesiarum e la parte relativa agli Orientali di Unitatis Redintegratio (14-17). Il valore della diversità nell’unità, che appare così difficile secondo la logica mondana, è invece un fecondo paradosso peculiare della Chiesa cattolica, e l’esistenza delle Chiese orientali in comunione con il Vescovo di Roma è una ricchezza la cui luce non solo non deve venire offuscata, ma ancora e sempre più in profondità va conosciuta dagli stessi loro figli, oltre che da Pastori e fedeli latini».

Il riconoscimento dell’origine apostolica «non è un semplice auspicio sentimentale e commovente, bensì un’affermazione teologica e giuridica che, mentre indica un’origine, si mantiene attenta al loro organico sviluppo». Il fenomeno migratorio, «tanto presente nel passato e nel presente dell’umanità, ha fatto sì che molti orientali cattolici si trovino ora presenti in Europa, Stati Uniti, Canada, Sud America, Paesi del Golfo, Australia. Questo rappresenta una sfida – hanno proseguito – sia perché pone il serio problema, ben evidenziato dal Santo Padre, della permanenza dei cristiani in Medio Oriente, fortemente penalizzati dagli effetti della guerra in Iraq, dall’attuale situazione in Siria, senza dimenticare l’irrisolta questione israelo-palestinese e il travaglio per la rinascita di un Egitto plurale. Sia perché pone il problema di come la piena dignità delle Chiese patriarcale e arcivescovili maggiori comporti che i Capi di esse, chiamati anche Padri, lo possano essere realmente ovunque siano i loro figli, oggi ben oltre i confini considerati “propri”, e con le proprie rispettive tradizioni e discipline».

Accanto alla «significativa rappresentanza degli Arcivescovi latini che sono anche Ordinari per i fedeli orientali sprovvisti di un proprio Gerarca – come fu lo stesso cardinale arcivescovo Bergoglio a Buenos Aires prima dell’elezione al soglio pontificio – e ai quali è stata più volta espressa viva riconoscenza, andranno pensate e progressivamente sviluppate strutture amministrative ecclesiali proprie che, nel contesto della nuova evangelizzazione, animino secondo la propria tradizione spirituale e liturgica la vita delle numerose comunità nei Paesi di occidente».

Come è evidenziato «in Orientalium Ecclesiarum, la dimensione ecumenica deve essere sempre mantenuta nella sua grande importanza, assumendo un atteggiamento fecondo di autentica fraternità, paziente riconciliazione in presenza di ferite storiche o più recenti (si pensi ai Paesi dei regimi ex-sovietici), senza però che a essere penalizzati siano coloro che con la loro esistenza testimoniano ogni giorno che si può essere in comunione con il Vescovo di Roma, riconoscendone il primato, senza rinunciare al proprio modo di governarsi, di vivere il mistero della liturgia, di comprendere il mistero di Cristo secondo le proprie categorie teologiche, pur nell’identica professione di fede niceno-costantinopolitana».

E poi concludono: «L’Oriente cattolico è impegnato sul campo a far sì che il dialogo interreligioso sia vissuto anzitutto nella quotidianità dei Paesi del Medio Oriente, testimoniando la carità nel campo dell’assistenza e della formazione, per il bene di tutte quelle Nazioni nelle quali i cristiani sono cittadini ab origine, fin dagli inizi dell’evangelizzazione, prima di altri popoli e confessioni religiose».

 

Fonte avvenire

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