Cammini della Fede

nov 23rd, 2013 | By | Category: Primo Piano

Il Serra Club di Viterbo per celebrare la chiusura dell’Anno della Fede, ha organizzato la conferenza “I cammini della fede”, tenuta dal prof. Paolo Caucci von Saucken, uno dei più eminenti studiosi a livello mondiale dei grandi pellegrinaggi cristiani, cui hanno partecipato il Convegno di Cultura Maria Cristina di Savoia ed i Club Service di Viterbo Lions, Panathlon e Rotary.

Il pellegrinaggio, come ha sottolineato la Presidente del Club Maria Ester Ancarani Semprini aprendo i lavori, è un cammino che dura tutta la vita, perché cristiani non si nasce ma lo si diventa attraverso un lungo cammino di fede.

Mons. Lino Fumagalli, Vescovo della Diocesi di Viterbo, riprendendo quanto detto dalla Presidente, ha rimarcato che la vita di ogni essere umano è un pellegrinaggio con una meta trascendente. Il senso della vita, infatti, è dato dalla meta che si vuol raggiungere.

Il pellegrinaggio, ricorda Mons. Fumagalli, a partire dal IX secolo e con la riforma carolingia era una delle tre pratiche penitenziali ammesse. Una pratica pubblica non solenne per espiare alcuni peccati gravi che non comportassero la pratica penitenziale pubblica, come la pena capitale. Serviva a colui che si era macchiato di alcuni tipi di peccato per cancellarli ed ottenere il pubblico perdono.

Il relatore, prof. Caucci, ha ripreso questo concetto definendo il pellegrinaggio medioevale come una penitenza giudiziale, che consentiva di evitare ben più gravi pene corporali, per cui, spesso, era effettuato di individui di discutibile moralità, oltre che da fedeli.

la conchiglia della Fede

Una delle mete più note dei pellegrinaggi medievali, oltre la Tomba di S. Pietro a Roma e Gerusalemme, era il santuario di Santiago di Compostela, dove si trova la tomba di San Giacomo detto il Maggiore.

La storia dell’origine di questo pellegrinaggio, che ancora oggi viene praticato ed anzi sembra vivere una nuova vita, si ritrova nel cosiddetto “Codice Callistino” redatto dal papa Callisto II, composto da cinque libri ove si ritrova la sintesi del corpus dottrinario, ideologico e liturgico su cui si fondò il culto dell’apostolo e l’origine di questo pellegrinaggio.

La tradizione ci dice che San Giacomo, uno dei dodici apostoli di Gesù, fu mandato a cristianizzare la Spagna e si spinse fino alla Galizia. Al suo ritorno in Palestina fu decapitato da Erode Agrippa nel 44 d.C. e che la salma di questo Santo fu miracolosamente traslata in Spagna.

Nell’anno 813 l’eremita Pelagio, preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato allo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta:”Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé”. Intorno a questa tomba fu costruita una chiesa e subito divenne una meta di pellegrinaggi.

Percorsi francesi

Nel 997 Santiago di Compostela fu distrutta dai Mussulmani e successivamente fu ricostruita da Bermudo II di León. Fu però il vescovo Diego Xelmírez ad iniziare la trasformazione della città in luogo di culto e pellegrinaggio, facendo terminare la costruzione della Cattedrale iniziata nel 1075.

Il relatore si è poi soffermato in particolare su tre aspetti del pellegrinaggio medioevale: il pellegrino, la rete viaria percorsa dai pellegrini e la Via Francigena.

La figura del pellegrino è ben descritta nel Codice Callistino, che sancisce che ogni pellegrino doveva essere riconoscibile per avere con se sempre un bastone ed una bisaccia, che venivano benedetti prima di iniziare il viaggio.

Il bastone serviva, ovviamente, come mezzo di difesa e di sostegno fisico del pellegrino, ma aveva anche un significato spirituale: rappresentava la Fede. Così le gambe del pellegrino in viaggio diventavano tre, come la Trinità.

La bisaccia era considerata il segno della Carità: essa doveva essere portata aperta per ricevere e dare.

I pellegrini, infatti, ha precisato il prof. Caucci, non portavano denaro – erano sempre soggetti ad attacchi di malviventi lungo il cammino – per cui vivevano solo dell’elemosina che ricevevano, elemosina che a loro volta dovevano dare ad altri ancora più bisognosi che incontravano.

Percorso Santiago-Gerusalemme

Il popolo dei pellegrini, proprio per la natura penitenziale dell’impegno, era composto da uomini generalmente analfabeti, spesso violenti e dediti ad azioni riprovevoli, ai quali si affiancavano certamente uomini spinti dalla fede a compiere un viaggio di così lunga durata ed in condizioni perigliose su strade difficili.

Non tutti riuscivano a ritornare al paese di partenza. Coloro, però, che ritornavano al paese di origine avevano acquisito un bagaglio culturale inimmaginabile alla partenza e potevano successivamente godere di un prestigio personale rilevante.

Lungo il viaggio, infatti, egli era venuto in contatto con una moltitudine di persone di diversa nazionalità, cultura, lingua e tradizioni: si incontravano lungo il percorso, nelle tappe e nelle soste, si scambiavano le informazioni, si acculturavano scoprendo nuove realtà, ma, soprattutto, familiarizzavano tra loro e cercavano di comunicare attraverso una lingua comune.

il pellegrino

Si venne a creare una cultura originale che è stata dopo molti secoli alla base del concetto dell’unione europea.

Nel 1987 il Consiglio d’Europa ha, infatti, riconosciuto l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraversano l’Europa per giungere a Santiago de Compostela, dichiarando la via di Santiago “itinerario culturale europeo”.

Il prof. Caucci ha sottolineato con amarezza che nella stesura della bozza di statuto l’Unione Europea non ha voluto riconoscere le radici cristiane delle popolazioni europee, ma ha genericamente richiamato solo le radici culturali.

Ma le radici culturali sono nate e si sono rafforzate attraverso i percorsi dei pellegrini cristiani, che hanno avuto il merito di diffondere quella comunanza di fede e di esperienza di vita cristiana che ha consentito di dare vita all’attuale esperienza di unione dei popoli europei.

Il secondo aspetto trattato dal relatore ha riguardato la topografia dei percorsi dei pellegrinaggi nel medioevo, che il V libro del Codice callistiano ha consentito di ricostruire per conoscere i cammini seguiti dai pellegrini per andare a Santiago de Compostela.

Il valico di Roncisvalle, dove si svolse una battaglia tra le truppe di Carlo Magno ed i Mori nel 780 d.c., era un punto di passaggio quasi obbligato per andare a Santiago dalla Francia e dai Paesi siti ad Est.

Dalla Francia poi partivano ben quattro strade – Francigene – che si riunivano a Roncisvalle per proseguire secondo un unico tragitto verso Santiago e terminavamo a Finisterre (in Portogallo) sull’Oceano Atlantico, allora considerato il limite del mondo.

Su quelle spiagge i pellegrini raccoglievano una conchiglia che riportavano in patria come testimonianza dell’avvenuto pellegrinaggio.

Percorso spagnolo

Da allora la conchiglia è divenuta il simbolo del pellegrino e non solo per che si reca a Santiago de Compostella.

Ma esistevano nel Medio Evo anche diverse altre strade che portavano i pellegrini in luoghi santi di grande attrazione.

Tra di esse il Relatore ha ricordato le strade romee che conducevano a Roma, dette anche “Vie del volto e del sangue di Gesù”, perché i pellegrini andavano a Roma per vedere il volto del Cristo sanguinante sul telo detto Veronica.

Altre strade conducevano i pellegrini in Terra Santa a Gerusalemme ed erano chiamate vie gerosolimitane.

Tra queste strade si annovera la cosiddetta Via Francigena, che comunemente, ma erroneamente, viene intesa come il percorso tra Canterbury e Roma, perché il vescovo Segerico nel 990 ritornando a Canterbury da Roma, dove aveva ritirato il “pallium”, aveva descritto con dovizia di particolari il percorso seguito.

Affrontando il terzo aspetto della sua relazione, l’oratore afferma che il primo tratto di quella che in Italia chiamiamo Via Francigena è dovuto ai Longobardi, che ebbero la necessità militare e politica di collegare i diversi territori padani con quelli della Tuscia. Riattivarono parte della via Emilia romana fino da Fidenza e poi attraverso il passo del monte Bardone sbucarono in Lunigiana e attraverso Siena e la Via Cassia giunsero nella Tuscia. Da qui, attraverso la via Appia, arrivarono fino al principato di Benevento.

La particolarità di questa strada fu di mantenersi distante dalle coste, allora controllate dalla marineria di Ravenna e di utilizzare i ponti romani che erano rimasti integri dopo la caduta dell’Impero. Presso questi ponti furono costruite Abbazie, affidando ai monaci la cura dei ponti essenziali per i collegamenti.

I Franchi, dopo aver sconfitto i Longobardi, collegarono attraverso la Valle d’Aosta e la Valle di Susa questa strada con le vie franche, da qui il nome dato al percorso di Via Francigena.

Era essenzialmente una strada di penetrazione della cultura francese e dei commerci.

Collegandosi, però, con le via francigene, che attraverso Roncisvalle arrivavano a Santiago, si venne a creare un percorso che univa Roma con Santiago de Compostela.

Ma la via Francigena si fermava a Roma? Certamente no, ha affermato il relatore: essa proseguiva attraverso la via Appia verso il Santuario di Monte Sant’Angelo nel Gargano, poi verso la tomba di San Nicola di Bari fino ai porti delle Puglia, da dove i pellegrini proseguivano in nave verso la Turchia per arrivare, attraverso la Siria ed il Libano, fino a Gerusalemme.

San Giacomo

Questo percorso, cosiddetto della Francigena meridionale, è stato in buona parte scoperto negli ultimi anni, anche se le attuali vicende politiche dei paesi del Medio Oriente rendono difficile ultimare le ricerche.

Negli anni successivi questo percorso, che univa Santiago de Compostela con Roma e, attraverso i porti della Puglia, a Gerusalemme, costituì l’ asse principale su cui si innestarono altri percorsi di fede, in particolare quelli che collegavano i Santuari Mariani, come la strada Lauretana che giungeva fino a Loreto.

Oggi, o per iniziative di varie Associazioni o per rinnovato spirito di avventura, la cultura del pellegrinaggio sta vivendo un periodo di grande sviluppo ed i pellegrini vengono da tutte le parti del mondo, continuando quell’opera di diffusione della cultura raggiunta nel passato, ma oggi non più solo europea bensì mondiale.

Concludendo, il relatore, ha sottolineato che comunque il pellegrino di oggi deve essere considerato l’erede di una tradizione secolare di fede cristiana.

Adolfo Gusman

 

 

 

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