Fede e scienza: doni di Dio a servizio dell’uomo

nov 7th, 2013 | By | Category: Mondo Cattolico

Riportiamo la relazione che S.Ecc. mons. Giovanni Paolo Benotto, Arcivescovo di Pisa, ha tenuto al locale club Serra in occasione dell’apertura dell’anno sociale e quindi dell’impegnativo programma di testimonianza.

Desidero iniziare la mia conversazione facendo riferimento a due splendide opere che appartengono al patrimonio artistico della nostra città: il pergamo di Giovanni Pisano nella Cattedrale e l’affresco del Tempesti che si trova nella Sala delle Lauree dell’Arcivescovado.

Il pergamo rappresenta il giardino della risurrezione in cui campeggia il sepolcro vuoto del Cristo con la pietra ribaltata da cui l’Angelo della risurrezione, che nella celebrazione liturgica è rappresentato dal diacono, annuncia che Cristo è risorto e proclama il lieto messaggio del Vangelo. Vangelo che nell’ambone è raffigurato nella pietra con i vari episodi neotestamentari intervallati dalle figure degli apostoli che poggiano sulle figure dei profeti e delle sibille sorrette da colonne o da raffigurazioni simboliche che non esitano a mettere in relazione tra loro simboli cristiani e simboli pagani quasi a richiamare la possibilità di una sempre più profonda conoscenza del mistero della salvezza che abbraccia il vissuto dell’uomo di ogni tempo e di ogni cultura.

Ciò su cui mi interessa fissare l’attenzione è il sostegno che regge centralmente l’intero monumento: alla base, in sette formelle sono rappresentate le arti medioevali del Trivio – grammatica, dialettica, retorica – e del Quadrivio: aritmetica, geometria, musica e astronomia, insieme alla regina di tutte le scienze umane che è la filosofia.

Sopra queste formelle che fanno da piedistallo si innalzano tre figure femminili che, dandosi le spalle, quasi si fondono in un solo personaggio: si tratta della theoria teologica che affigge gli occhi per sceverare nella luce che abbaglia e apprenderla, della speculatio teologica che riflette a specchio parabolico la luce che illumina e com-prenderla e, infine della contemplatio teologica che giunge a gustare e a sperimentare la bellezza della scienza di Dio.

Tutto ciò a dire che l’annuncio della fede non rifugge e non astrae mai dalle conoscenze e dalle scienze umane, ma queste sono base indispensabile perché il far teologia, cioè l’atto di fede e l’annuncio del vangelo, siano pienamente umani, cioè capaci di esprimere tutta la ricchezza propria dell’uomo che è sempre dono che viene da Dio come il contenuto stesso della rivelazione divina.

La seconda immagine a cui desidero far riferimento è quella che si trova nella Sala delle Lauree dell’Arcivescovado, luogo in cui fino all’unità d’Italia si conferivano le lauree dell’Università pisana da parte del Gran Cancelliere dell’Università che era l’Arcivescovo pisano.

Al centro, sopra un alto podio su cui si legge la scritta “sedes sapientiae”, sta una donna – che non sembra essere la Madonna, bensì la Chiesa, che sulle sue ginocchia regge il bambino Gesù ritto in piedi sul libro della Bibbia. Gesù regge in mano una lente attraversata da un raggio di luce che proviene dalla Trinità rappresentata dalla colomba che dispiega le sue ali su Gesù, sovrastata dalla figura del Padre celeste. Il raggio di luce, attraversando la lente giunge ad una donna incoronata che allatta un bambino – si tratta dell’Alma Mater – l’Università di Pisa – identificata dallo stemma pisano che si trova ai suoi piedi. Dall’altra parte un angelo reca su un vassoio la tiara pontificia e la corona regia-imperiale. Stato e Chiesa insieme, riconoscono la funzione propria dell’insegnamento dell’Alma Mater che riceve luce e coronamento dalla rivelazione divina affidata alla Chiesa e da questa presentata e offerta al nostro tempo in un percorso che dall’eternità entra nella storia e la attraversa arricchendola di conoscenza piena e integrale.

Sia il Pergamo di Giovanni Pisano che l’affresco del Tempesti ci offrono due immagini fortemente evocative e indicative di una mentalità e di una concezione della sapienza e della conoscenza in cui fede e scienza, fede e ragione, erano pienamente alleate tra loro e complementari in ordine ad una esperienza piena e integrale della bellezza del sapere.

Una alleanza e un incontro che sono andati progressivamente in crisi e che proprio nella sede universitaria di Pisa hanno avuto il loro epilogo quando dopo l’Unità di Italia l’insegnamento della Teologia fu ritirato dalla pubblica università dal card. Corsi Arcivescovo di Pisa, prima che venisse soppresso dall’autorità civile. Segno ultimo e dirompente di un percorso parallelo che da tempo, per molti aspetti, si era attivato e che aveva fatto sì che molti fossero e siano tutt’ora convinti che fede e ragione, fede e scienza, non possono stare insieme e che anzi, la fede è di impedimento alla piena espressione della ragione umana.

Se nella Chiesa questo strappo non è mai stato accettato, pur tuttavia, anche nella Chiesa si è sentita tutta la difficoltà di un rapporto che si è fatto sempre più debole e fragile e non solo nell’immaginario collettivo, ma proprio nelle realtà nelle quali si pensa, si riflette, si fa scienza e si opera; spesso con una specie di rassegnazione che non sia più possibile fare niente per ricucire questo strappo.

Per l’ambito ecclesiale, un impulso fortissimo verso una inversione di tendenza si è avuto con la celebrazione del Concilio Vaticano II, il quale non soltanto si è interrogato circa la vita della Chiesa al suo interno, ma anche circa il suo rapporto con il mondo contemporaneo; riflessione che è sfociata nella Costituzione pastorale “La Chiesa nel mondo contemporaneo” – Gaudium et Spes – approvata il 7.12.1965 alla vigilia della conclusione del Concilio stesso.

Essa, dopo aver esaminata la condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo ed aver approfondito la dignità della persona umana; dopo aver riflettuto sulla comunità degli uomini e sull’attività umana nell’universo, mettendo così in luce la missione della Chiesa nel nostro tempo, affronta nella seconda parte “alcuni problemi più urgenti” che mantengono ancora oggi tutta la loro urgenza: la famiglia, la vita economico-sociale, la vita della comunità politica; la promozione della pace e la comunità dei popoli, non senza aver affrontato il tema della promozione del progresso della cultura.

Proprio all’interno di questa tematica viene affrontato il rapporto tra fede e cultura. Vengono messi in luce i molteplici rapporti tra vangelo e cultura e vengono indicate alcune modalità grazie alle quali è possibile una armonizzazione dei diversi aspetti della cultura.

Se il cristiano, come tale, è chiamato a “cercare e a gustare le cose di lassù”, come dice San Paolo, tuttavia non è esentato, anzi, è ancor più tenuto a collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più umano. L’impegno del credente nella realtà del lavoro, della riflessione scientifica, nella ricerca intellettuale, non è qualcosa che si pone in antagonismo con la sua fede, bensì rientra in quel mandato che il Creatore ha affidato all’uomo fin dalle origini che è quello di coltivare il giardino della creazione (cfr. Gen 1,26.28) perfezionandolo e nel compito affidatoci da Cristo di prodigarci al servizio dei fratelli.

Da qui lo studio delle varie discipline, attraverso le quali si contribuisce alla elevazione della famiglia umana; non solo la storia, la fisica, la matematica, la tecnica; ma anche l’applicazione ai concetti più alti del vero, del bello e del bene che attingono all’essere stesso dell’uomo e di tutto ciò che esiste, con l’ apertura all’ ascolto di quella sapienza che viene dall’alto che consente di raggiungere l’invisibile e di elevarsi verso il Creatore.

In questo modo non ci si fermerà solo alla conoscenza delle cose nel loro manifestarsi e nel loro interagire esterno, ma si potrà indagare sulle loro “intime ragioni” alla ricerca di quella verità verso la quale sempre anela il profondo del cuore umano; o, in altre parole, verso la comprensione del “senso” delle cose che oggi è, ancora di più che nel passato, esigenza insopprimibile di ogni persona che pensi con mente libera e sgombra da preconcetti e precomprensioni esterne.

Se è vero che l’esasperazione della scienza può degenerare in scientismo come “rifiuto di ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle che sono proprie delle scienze positive”, “relegando nei confini della mera immaginazione sia la conoscenza religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico” (Fides et Ratio 88), questo però non porta la Chiesa a diffidare della scienza e tanto meno dei suoi valori positivi.

Il Concilio nella Gaudium et Spes (57) elenca alcuni di questi valori positivi: “lo studio delle scienze e la rigorosa fedeltà al vero nella indagine scientifica; la necessità di collaborare con gli altri nei gruppi tecnici specializzati; il senso della solidarietà internazionale; la coscienza sempre più viva della responsabilità degli esperti nell’aiutare e proteggere gli uomini; la volontà di rendere più felici le condizioni di vita per tutti, specialmente per coloro che soffrono per la privazione della responsabilità personale o per la povertà culturale”. Valori positivi che sicuramente sono premesse fondamentali rispetto alla ricezione del Vangelo.

Oltre tutto, c’è da dire che fra “messaggio della salvezza e cultura esistono molteplici rapporti”. Infatti la rivelazione che Dio ha fatto di sé al suo popolo si è incarnata in una specifica cultura, con un linguaggio che è proprio il linguaggio di quel tempo, nelle categorie culturali e scientifiche di quel momento.

La Chiesa stessa, nel corso dei secoli, in condizioni diverse, si è servita delle differenti culture, per diffondere e spiegare il messaggio cristiano, per studiarlo e approfondirlo, per meglio esprimerlo nella vita liturgica e nella vita della multiforme comunità dei fedeli (cfr GS 58).

Nello stesso tempo, la Chiesa non si lega in modo esclusivo e indissolubile a nessuna stirpe o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o recente. Proprio per questo essa può entrare in comunione con le diverse forme di cultura con un indiscutibile arricchimento reciproco.

La vera cultura, che nasce sempre da una ragione aperta, contribuisce alla realizzazione piena e integrale della persona umana. Questo si ha quando il ragionare non si esaspera diventando razionalismo, ma quando tutte le potenzialità della persona vengono messe in condizione di esprimersi nella loro globalità: penso ad esempio alla capacità di ammirare la bellezza; alla capacità di intuire e di contemplare con il raggiungimento di un giudizio personale in cui non sia escluso il senso religioso, morale e sociale. Cioè quando non ci si chiuda alle più alte espressioni dello spirito umano.

Non dobbiamo poi dimenticare che la ragione dell’uomo ha incessante bisogno di libertà vera e giusta per esprimersi compiutamente. Possiamo e dobbiamo dire che essa esige rispetto, salvi evidentemente i diritti della persona e della comunità entro i limiti del bene comune.

E’ pensiero consolidato della Chiesa, che in questo senso si pronunciò già durante il Concilio Vaticano I che “esistono due ordini di conoscenza distinti, cioè quello della fede e quello della ragione e che la Chiesa non vieta che le arti e le discipline umane si servano, nell’ambito proprio a ciascuna, di propri principi e di un proprio metodo” (GS 59).

“Fede e ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. E’ Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso”, così inizia la lettera enciclica di Giovanni Paolo II “Fides et ratio” del 14.09.1998.

Due ali con le quali rispondere a quella richiesta di senso che da sempre sale dal cuore dell’uomo e che permettono di imprimere un orientamento decisivo alla propria esistenza. E le domande, lo sappiamo, vertono sulla nostra stessa identità: chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché il male? Che cosa ci sarà dopo questa vita? O, con altre parole, si tratta di dare risposta a quella ricerca della verità che se anche costretta in spazi ridotti dalla prepotenza delle opinioni, ritorna sempre come esigenza insopprimibile di quel bisogno di assoluto che ciascuno si porta dentro.

Ed ecco che fede e ragione, teologia e filosofia danno il loro specifico contributo: “filosofia e scienze spaziano nell’ordine della ragione naturale, mentre la fede, illuminata e guidata dallo Spirito, riconosce nel messaggio della salvezza la pienezza di grazia e verità che Dio ha rivelato in Cristo, via, verità e vita”.

Fede e ragione non sono tra loro opposte: la verità che Dio ha consegnato all’uomo si inserisce nella vita dell’uomo, nella storia in cui Dio agisce e opera, giungendo al culmine di questo entrare nel tempo grazie all’incarnazione del Figlio suo in cui si ha la sintesi definitiva che la mente umana mai avrebbe potuto nemmeno immaginare: l’eterno entra nel tempo; il tutto si abbrevia e si nasconde nel frammento; Dio assume il volto dell’uomo.

Ed è proprio la fede che permette di entrare in questo mistero e ne favorisce la coerente intelligenza. Se il mistero di Dio è entrato nella nostra storia e grazie all’incarnazione Dio si è fatto uomo, assumendo tutto ciò che è proprio della nostra umanità, non è possibile comprendere a pieno questa meravigliosa realtà che insieme ci trascende, ma che pure ci comprende e ci abbraccia, se non mettendo in movimento le due ali della ragione e della fede: non basterebbe per volare una sola ala, fosse pure quella della fede e potersi così staccare da terra; occorrono entrambe, perché la fede non diventi fideismo che mortifica la ragione, ma anche perché la ragione non diventi razionalismo tronfio di sé che nella autoreferenzialità finisce per girare intorno a se stessa, ignorando quel di più e quell’oltre che solo la fede permette di indagare e di scrutare in pienezza.

Ragione e fede non possono essere separate senza che venga meno per l’uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo, Dio. Non solo, esse sono tra loro in armonia, come affermava San Tommaso: “la luce della ragione e quella della fede provengono entrambe da Dio: perciò non possono contraddirsi tra loro”.

La fede, dunque, non teme la ragione, ma la ricerca e confida in essa. Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento, così la fede suppone e perfeziona la ragione. Nello stesso tempo la fede è in qualche modo “esercizio del pensiero”; la ragione dell’uomo poi non si annulla né si svilisce dando l’assenso ai contenuti della fede che comunque vengono raggiunti con scelta libera e consapevole.

Se l’immagine dell’ambone di Giovanni in Cattedrale da il senso pieno di questa unità tra fede e ragione, a partire dal tardo medioevo, come già accennato, la legittima distinzione tra i due saperi si trasformò progressivamente in una sempre più netta separazione, anche se da parte della Chiesa, come testimonia l’affresco del Tempesti in Arcivescovado, si è sempre cercato di far cogliere invece la necessaria unità e il reciproco rapporto tra scienza e fede.

Ciò che il pensiero patristico aveva concepito e attuato come unità profonda, generatrice di una conoscenza capace di arrivare alle forme più alte della speculazione, venne di fatto annientato dai sistemi che sposarono la causa di una conoscenza razionale separata dalla fede e alternativa ad essa (cfr F.etR. 45).

Risultato ultimo è stato non il trionfo della ragione sulla fede, bensì l’indebolimento di entrambe e in non pochi casi l’offuscamento della vera dignità della ragione stessa, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di ricercare l’assoluto.

L’attuale rapporto tra fede e ragione – usando le parole di Giovanni Paolo II – richiede un attento sforzo di discernimento. La ragione, privata dell’apporto della rivelazione, ha percorso sentieri che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale.

E’ illusorio pensare che la fede, dinanzi ad una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia davanti una fede adulta, non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell’essere.

Credo che possa essere di stimolo per tutti un testo di San Bonaventura, il quale introducendo il lettore al suo Itinerarium mentis in Deum lo invita a rendersi conto che “non è sufficiente la lettura senza la compunzione, la conoscenza senza la devozione, la ricerca senza lo slancio della meraviglia, la prudenza senza la capacità di abbandonarsi alla gioia, l’attività disgiunta dalla religiosità, il sapere separato dalla carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio non sorretto dalla grazia divina, la riflessione senza la sapienza ispirata da Dio” (Prologo, 4).

E’ all’uomo completo, con una personalità integrale e integrata, che siamo chiamati a tendere; ad una società piena e completa dove abbia cittadinanza la terra e il cielo: fede e ragione, fede e scienza, fede e cultura sono di sostegno e di aiuto reciproco. E’ ciò che auguro ed auspico per tutti.

 

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