Due giustizie

nov 5th, 2013 | By | Category: Primo Piano

Disse ancora questa parabola

per alcuni che presumevano di

esser giusti e disprezzavano gli

altri (Luca 18, 9)

Anche le parole, col tempo, si fanno logore e sdrucite, soprattutto quelle parole che, per la loro nobile destinazione, si prestano meglio al gioco e all’abuso dell’umana malizia. Dite “amore”: che dite? Cercate la “giustizia”: che cercate? Sono parole, queste, capaci dei contenuti più diversi e non di rado tra loro contrapposti. La parola divina diventando parola umana ha dovuto adattarsi a questi involucri volgari: e sempre accade che per un verso ne trabocca perché incontenibile, per altro verso vi sciaborda dentro come un liquido, per eccesso di spazio. A quali applicazioni non è stato distorto l’amore predicato da Gesù? E la giustizia delle Beatitudini non viene, di tanto in tanto, rivendicata perfino dai politici? Sovrumana fatica della Chiesa che, attraverso i secoli, è riuscita a preservare e custodire l’esatto vincolo tra parola umana e verità divina, vincendo il razionalismo che risolve la seconda nella prima e il fideismo o il fatuo misticismo, quello che disprezza i segni umani in omaggio all’ineffabile sublimità del mistero di Dio.

L’ampiezza e la perennità di simile rischio d’altra parte le possiamo verificare in noi stessi, se mai ci è stata concessa la grazia di prendere sul serio la parola di Cristo: questo bisogno di comprendere, sempre esaudito e non mai esaudito; questa perplessità che sempre rinasce quando il concetto chiaro e distinto sta per tradursi in azione concreta; questa intuizione che la verità piena sta sempre al di là di quelle parziali.

Proviamoci, per fare un’applicazione concreta, a trarre una conclusione dalla lettura della parabola evangelica del fariseo e del pubblicano. In realtà, il Signore stesso la suggerisce: “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”. Se desidero mettere in pratica questa indubitabile verità e coerentemente faccio il programma di umiliarmi come il pubblicano, non divento forse, ipso facto, un fariseo? Non è forse legittimo il fastidio per certa umiltà programmata che nel giardino di Cristo inaridisce la semplicità e il suo fiore che è la gioia? Le parabole di Gesù non sono il copione d’una commedia nel quale scegliere “la parte migliore”. Gesù non disprezza l’onestà del fariseo e nemmeno esalta il peccato del pubblicano. Il suo occhio si fissa terribile sulla presunzione del primo e commosso sull’umiltà del secondo. Presunzione e umiltà sono manifestazione spontanea e non riflessa dell’essere interiore, del suo naturale atteggiarsi dinanzi a Dio. La presunzione traspira con naturalezza dalla giustizia, consapevole e fiduciosa di sé, dinanzi alla quale Dio è superfluo; riconosciuto, sì, e pregato, ma solo perché prenda in considerazione i prodotti della coscienza, la pregiata mercanzia dell’uomo perbene. La giustizia interiore che cresce su se stessa, lievitata dall’orgoglio, non è mai, nelle sue apparenze, irreligiosa: il riconoscimento dell’esistenza di Dio vi cresce, per così dire, per necessità di mercato. Segretamente il fariseo dice: “Tu, o Dio, ci sei perché altrimenti a che mi servirebbero le mie virtù, e chi penserebbe a dare agli altri quel che si meritano?”.

* * *

Descritta così la presunzione sembra non ci riguardi, tanto è ridicola, come è ridicolo il fariseo descritto da Gesù. Ma tra l’umiltà e la presunzione non c’è il Rubicone: il trapasso effettivo, dalla giustizia cristiana alla giustizia farisaica avviene per silenziosi slittamenti, non in virtù di malizia, ma per la forza stessa della natura che dentro di noi opera, realizzando la propria emancipa-zione dalla Grazia lungo la linea delle nostre buone intenzioni e dei nostri trionfi.

Che accade infatti? Accade che giorno dopo giorno, mescolato come solo al mondo e alle sue forze oscure, devo esaminarmi e dunque giudicarmi. È Dio che giudica, lo so; ma come potrei dispensarmi dal mio giudizio su di me, quando le mie azioni, non sorrette dal vigore della retta intenzione, si fanno via via più opache e introducono dentro le mie fibre il contagio del mondo? Il mondo infatti – me ne accorgo sempre di più – non nutre la propria malizia soltanto con la coscienze malvagie, ma soprattutto con le coscienze molli, che non si giudicano più, ma si adattano e, con ottusità crescente, si conformano agli schemi convenzionali della bontà e della verità. E mentre mi giudico, mi distinguo. Qui, proprio qui, comincia l’infiltrazione dell’orgoglio. Mi distinguo dagli altri, mi salvo dall’anonima onnipotenza del mondo di cui gli altri con tutta evidenza sono schiavi inconsapevoli. Il mio occhio, fattosi acuto per consuetudine, scopre di giorno in giorno la vasta geografia del male e il giudizio con cui mi giudico diviene la sferza con cui frusto gli altri, generazio-ne adultera e perversa. Mi trovo migliore degli altri e ne godo e il mio gaudio mi accompagna anche nella preghiera. La virtù inebria soprattutto quand’è eroica: sulle vette si respira bene, si ha voglia di gridare verso il cielo e si guardano le caligini delle valli con una compassione che accresce l’autocompiacimento.

Mi accorgo della tentazione, ne ho terrore e ritorno tra gli altri, spezzando lo specchio in cui mi contemplavo compiaciuto e riprendendo il mio atteggiamento di carità e di umiltà. Ma l’umiltà-atteggiamento è la modestia, la quale sta all’umiltà come il galateo sta al Vangelo e la carità-atteggiamento è la gentilezza dolciastra da commesso di negozio.

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Non c’è modo di sottrarsi alle spire della presunzione fin tanto che la mia vita spirituale resta un affare mio. Non basta che io ami il bene: anche le vie del bene possono diventare vie della presunzione. Chi ama il bene è in pericolo anche lui, come chi ama il male. L’amore del bene veste l’anima di splendore, introduce nel dinamismo interiore, da cui scaturisce l’azione, un ordine agile e gaudioso come la salute, solleva dalle ombre dell’inconscio le inquietudini passionali e le chiarifica nello spirito che se ne fa palpitante e iridescente: l’amore per il bene ci fa aristocratici e ci può avvenire di camminare davanti a Dio come un’indossatrice sulla passerella. L’amore per il bene conduce a Dio, ma non necessariamente: le sue squisitezze e le sue arcane ripugnanze assurgono talora a forma sublime dell’esaltazione dell’io.

È necessario capovolgere il procedimento: la vera giustizia è quella che viene da Dio, non quella che nasce dall’uomo. La giustizia che nasce dall’uomo viene dopo: nell’ordine dei valori e delle cause se non nell’ordine cronologico. E dinanzi alla giustizia che viene da Dio chi potrebbe stare in piedi? Chi è il giusto che può dire “voialtri inginocchiatevi”? La giustizia non si produce, si riceve: dinanzi a siffatto dono tutti siamo poveri, anche se ci illudiamo di non esserlo. Se io mi giu-dico lo faccio anzi lo devo fare solo per verificare se mi sono mantenuto sempre in ginocchio: capita, in Chiesa, di mettersi in ginocchio e poi, con lenti spostamenti, sistemarsi a sedere.

GM. (mlc)

 

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