Nuove parole e nuovi gesti

ott 23rd, 2013 | By | Category: Eventi

Le rivoluzioni di Papa Bergoglio.

Un religioso argentino, padre Angel Strada, ha raccontato che, in una conversazione con Jorge Mario Bergoglio avvenuta tre giorni prima della partenza per il conclave, l’allora arcivescovo di Buenos Aires tracciò questo identikit del futuro papa: «Prima cosa, deve essere un uomo di preghiera, profondamente unito a Dio. In secondo luogo deve essere convinto che Gesù è il Signore della storia. In terzo luogo deve essere un buon vescovo, capace di accogliere, tenero con le persone e capace anche di creare comunione. Infine deve essere capace di riformare la curia».

Oggi possiamo dire che nelle parole appena citate c’è il ritratto di papa Francesco. Che sia uomo di preghiera lo ha dimostrato fin dalla sua prima apparizione, quando ha chiesto a tutti di pregare con lui e per lui. Che sia profondamente convinto della regalità di Cristo lo si può verificare a ogni suo discorso, perché tutti sono incentrati sulla proposta di lasciarsi accogliere dal Signore, di abbandonarsi nella sue braccia misericordiose. Infine, quanto sia centrale il ruolo del vescovo lo ha detto e fatto capire a più riprese, prima di tutto definendo se stesso sempre come “vescovo di Roma” e mai come “papa” (e non solo per non urtare la sensibilità dei cristiani non cattolici, ma anche per sottolineare il suo ruolo di pastore legato al popolo) e poi sollecitando i vescovi a lasciar perdere il carrierismo per dedicarsi completamente al gregge (il vescovo, ha detto, deve portare su di sé l’odore delle pecore).

Quanto al tema delicatissimo della riforma della curia, una prima indicazione concreta è venuta quando il nuovo papa ha deciso di farsi aiutare da un gruppo di lavoro formato da otto cardinali di tutti i continenti, così da ridurre il centralismo e accrescere la collegialità. Ma molti altri messaggi sono arrivati in questa direzione, ogni volta che Francesco ha esortato la Chiesa a non essere “come una ong” e a testimoniare in modo credibile la misericordia di Dio senza dare troppa importanza alle strutture e all’organizzazione.

Gesti nuovi, parole nuove. In poche settimane il papa arrivato “dalla fine del mondo” ha imposto uno stile fatto di sobrietà ed essenzialità. Tutto, in questo papa, parla il linguaggio della semplicità e dell’umiltà, a partire dal suo modo di essere. Non ha mai voluto indossare i ricchi simboli della regalità pontificia (via la mantellina rossa, via la croce d’oro, via le scarpe preziose), non ha voluto abitare nel grande appartamento a sua disposizione nel palazzo apostolico, ha chiesto agli amici argentini di non venire a Roma per la messa di inizio pontificato e di destinare i soldi risparmiati a opere di carità. Sappiamo che a Santa Marta, l’albergo vaticano in cui vive, prende abitualmente l’ascensore, usa il telefono, si siede a tavola con gli altri ospiti e ha uno staff di collaboratori ridottissimo.

Sappiamo anche, perché lo abbiamo visto ormai più volte e perché lo hanno dimostrato anche le giornate di Rio de Janeiro, che Francesco ama il contatto con il popolo, che si lascia abbracciare e baciare, che parla con tutti senza cerimonie, che è disponibile e affabile. Ora si tratta di vedere se e quando tutte queste novità, che finora riguardano più che altro la sua persona, diventeranno anche patrimonio del governo centrale della Chiesa e si trasformeranno in quella famosa riforma della curia della quale sempre si parla.

Papa Francesco è un uomo che predica la bontà e la fratellanza, che vuole una Chiesa povera e per i poveri, che rifiuta onori e ricchezze, ma non è uno sprovveduto. Alle sue spalle ha una lunga esperienza di governo alla guida di una grande e complessa diocesi come quella di Buenos Aires, e possiede la tipica preparazione del gesuita: scrupolosa, attenta ai dettagli, mai superficiale. Chi lo conosce bene dice che ama studiare problemi in profondità e prendere decisioni nette, senza lasciare spazio alle ambiguità. Le circostanze in cui Bergoglio è diventato papa costituiscono esse stesse una grande novità. Mai nell’epoca moderna la Chiesa ha eletto il nuovo papa dopo la rinuncia del precedente, e mai nella storia due papi viventi si sono incontrati e parlati da fratelli, vivendo a pochi passi l’uno dall’altro (in passato, quando più di un cardinale ha rivendicato per sé il ruolo di papa c’è sempre stata una situazione di conflittualità). Inoltre, come sappiamo, Francesco è il primo papa sudamericano, il primo papa gesuita e il primo che ha scelto il nome del santo di Assisi.

I cardinali elettori hanno chiesto a papa Bergoglio di consentire alla Chiesa di voltare pagina dopo vicende particolarmente tribolate. Il cosiddetto scandalo Vatileaks, la fuga di notizie dall’appartamento papale, l’arresto e la condanna del maggiordomo Paolo Gabriele, il brusco licenziamento del presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e l’onda lunga dei processi per pedofilia e abusi sessuali commessi da sacerdoti hanno pesato come macigni sull’ultima parte del pontificato di Benedetto XVI. Durante le congregazioni generali, alla vigilia del conclave, Bergoglio ha chiesto una svolta radicale e un processo di purificazione senza sconti. Di qui, una volta diventato papa, i ripetuti suoi appelli, anche di fronte ai vescovi italiani, contro il carrierismo e contro l’idea che il consacrato possa trasformarsi in una sorta di funzionario. “Francesco, va’ e ripara la mia casa”: così disse il Signore al santo d’Assisi, mentre questi era in preghiera a San Damiano. Oggi sappiamo che Francesco è al lavoro.

Aldo Maria Valli

 

 

Fonte  Rivista del Banco Popolare.

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