Parroci: “Il Papa lo insegna, la confessione non è giudicare”

set 21st, 2013 | By | Category: Mondo Cattolico

L’apertura del Pontefice sui divorziati “avvicina chi è stato allontanato”

Aria nuova in confessionale. L’effetto-Bergoglio si esprime chiaramente nei sei mesi di costante pellegrinaggio a piazza San Pietro e nei bagni di folla a ogni uscita pubblica del Pontefice. Meno evidenti agli occhi del mondo sono le messe affollate in ogni diocesi e la crescente massa di penitenti nelle parrocchie. Lunghe file per accostarsi a un sacramento, quello della penitenza, che è tutto tranne che pratica morta. «Francesco ha avvicinato moltissimi fedeli al sacramento della riconciliazione assicura padre Alberto Compagnucci, sacerdote dal ’68 e priore della comunità carmelitana – Tanta gente è tornata a confessarsi grazie alla sensibilità e alla misericordia con cui il Papa spalanca le porte della Chiesa. Nessuno si sente più escluso».

E, infatti, fu dopo il Vaticano II che, proprio per motivi pastorali, è invalsa la prassi che permette al confessore e al penitente di guardarsi in faccia: la misericordia va esercitata senza barriere, muri, grate. Strano posto il confessionale. Per i credenti è un luogo sacro dove si dicono i propri peccati e se ne chiedela remissione. Perchi non crede può essere un posto ambiguo, anche spaventevole. Perché lì si dice tutto di sè, più o meno come dallo psicoanalista. Eppure in tanti, anche non credenti, grazie a Francesco vi si sono accostati, per quell’inestirpabile necessità insita nell’intimo d’ogni uomo di avere qualcuno a cui dire: «Mea culpa». Qualcuno che sappia comprendere, abbracciare, perdonare.

È un’ondata di «condivisione» che attraversa le generazioni e unisce situazioni. «Chi sono io per giudicare un gay, una donna che ha abortito o un divorziato risposato? – si chiede il parroco marchigiano don Giovanni Rossi, 56 anni Francesco non ha rivoluzionato la dottrina ma ha portato uno spirito e uno stile di apertura e di ascolto. È la solitudine la principale causa delle interruzioni volontarie di gravidanza, perciò serve un percorso di accompagnamento». Il rinnovamento a Roma produce un clima differente anche in periferia. «Finalmente la gente si sente accolta e non più giudicata sottolinea don Giuliano Fiorentino, fondatore delle comunità Oikos per il recupero dei tossicodipendenti – Aumenta la disponibilità a confrontarsi su temi che prima suscitavano paura. Mettere a nudo le proprie fragilità crea vergogna, perciò il confessore rischia di cadere in un abuso di potere e di autorità se non nutre questo delicatissimo sacramento di rispetto, accoglienza e paternità. Francesco rimette al centro della confessione la dimensione del dialogo, del confronto e ciò sta facendo crollare muri di diffidenza».

Insomma, occorre farsi carico delle situazioni individuali invece di scagliare condanne. «È assurdo accusare Francesco di “relativismo” – spiega il teologo Gianni Gennari – Il Papa colloca il discorso dottrinale nel contesto pastorale della confessione sacramentale e della vita quotidiana di un uomo di Chiesa. È il passaggio dal moralismo alla morale cristiana. Il moralista incontra il peccatore e subito gli sbatte in faccia la notifica del suo peccato, poi si volta dall’altra parte. Chi invece vuole essere morale ascolta il peccatore, che già sa da solo di esserlo, e poi si mostra disposto ad accompagnarlo nel cammino di conversione. Oggi spesso i “lontani” si sentono tali perché sono stati “allontanati” o forse mai avvicinati con l’annuncio della misericordia divina». Luogo tremendo, il confessionale. Perché li dentro ci si mette a nudo.

Ma anche luogo dove ci si può sentire protetti: la confessione è segreta, nessuno può riferirne. Nel XIII secolo fu il chierico inglese Tommaso di Chobham a scrivere in un Manuale di confessione il perché della necessità di mantenere il segreto: «Il sigillo della confessione deve essere segreto perché lì il confessore siede come Dio e non come uomo». Un Dio amico, però, che perdona e non condanna. Con Francesco finisce il «ricatto», spiega padre Ugo Sartorio. «Il confessionale non è un tribunale e il compito di noi sacerdoti non è quello di schiacciare le persone, umiliarle e farle sentire con le spalle al muro – precisa il religioso francescano – Dentro ogni uomo c’è la bellezza di Dio e se non riusciamo a vederla siamo noi i peccatori.

Papa Bergoglio ristabilisce la verità del Vangelo: Gesù fa piovere sui buoni e sui cattivi, lui non mi ama perché sono buono ma vuole che io sia buono perché lui mi ama. Basta con il ricatto (“io ti perdono se tu ti converti”), la misericordia viene prima della conversione. E invece ci scandalizza il perdono concesso per qualunque peccato». Per Francesco il perdono non è un accessorio nella vita di fede. È sostanza, parte integrante, per non dire fondante. ««Anche il Papa ha difetti, e ne ha tanti» ha detto Bergoglio durante un’udienza generale del maggio scorso. «Ma il bello – ha garantito il Papa – è che quando ci accorgiamo di essere peccatori, troviamo la misericordia di Dio che sempre perdona, è lui ci riceve nel suo amore».

 

Giacomo Galeazzi

fonte lastampa.it

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