Sorelle del cuore, donne gentili

set 13th, 2013 | By | Category: Pastorale Vocazionale

 

Chi ha visitato un convento di clausura non ha potuto sottrarsi a cio’ che quell’ambiente trasmette e all’impresssione che ne resta, ai gesti e ai silenzi veduti e intuiti.

Quei silenzi cosi’ somiglianti alla “ leggera voce di silenzio “  che sulla montagna annuncia la presenza del Signore e che certi attimi claustrali ricreano. Momenti in cui niente è immoto, ma palpabilmente vivo, di una serenità ispirata. E vivere l’attesa da soli in un vestibolo, in cui non v’è traccia di solitudine umana, con la sensazione di far parte per qualche momento di qualcosa di misteriosa grandezza, impersonandovi un ruolo privilegiato.

E’ il mondo delle suore di clausura, quel mondo di silenzio  “ che puo’ essere inteso come un dono o una penitenza. E’ un dono quando è lo spazio per incontrare Dio, per comunicare con Lui e in Lui. La contemplazione non è altro che l’incontro di due silenzi: quello di Dio e quello dell’uomo “.

La realtà attuale è vissuta da donne del nostro tempo con un’identità congregazionale fedelmente trasmessa e carismi immutati, in una vita di misurati contatti e piccoli lavori di sostentamento, in giornate di meditazioni e preghiera, dove  “ Il giorno si chiude nella pace della notte, che pure appartiene a Dio “ .  

Luoghi dove le preghiere si innalzano come una nuvola d’oro, per chi le invoca e per ignari destinatari. Per la Chiesa, per l’umanità impigliata nelle difficoltà del tempo, per la  forza di missionari lontani, per  i miti, i buoni, i sopraffatti ovunque si trovino, per la salvezza nostra e delle stesse oranti. Le preghiere che completano la nostra insufficienza e che suppliscono a quelle mai recitate, le preghiere per dei cari perlopiu’ sconosciuti.

Loro premio è quell’identità che recita “ Essere suora di clausura vuol dire essere una fiaccola che brilla, un segno evidente della grandezza di Dio, la testimonianza del suo Regno “ . ( le citazioni in corsivo da “ Essere suora di clausura oggi “, del 13 Aprile 2013, dedicato all’intervista di Alex Castelli ad una suora Carmelitana ).

Altre suore ricordo, le custodi delle giornate del mio asilo e delle  prime classi, con nomi indimenticabili e per noi fenomenali ( la mia maestra preferita fu Suor Adalgisa ). In questa realtà cosi’ diversa e lontana, ricordi infantili di colore immutato.

Figure ancora chiarissime, avvertite allora come ancelle nerovestite, nell’alternanza di attente vigilanze e svolazzanti partite a palla, duplici momenti a noi familiari. Non allora, ma in seguito, ho meglio compreso e ricordato quelle presenze cosi’ vicine ai nostri piccoli scoramenti. E in una tardiva visita dell’età adulta non priva di timidezza, la riscoperta di un viso e di un’anima immutati e l’eco di parole dedicate insieme all’uomo ed al bambino che fui, in una commistione ormai definitiva. Sono tornato poi, di là da quel portone, ad una vita che ho avvertito forse troppo densa, padrone di una gioia malinconica soltanto mia.

Conosco le suore che operano adesso nel campo educativo, attente operatrici di eccellente preparazione, con una vita intelligente e moderna, che affrontano le sfide e le difficoltà con professionalità autentica. Mi accorgo allora che nei ricordi descritti domina un sentimento datato, cui sola giustificazione è la sopravvivenza delle  impressioni personali che ho l’indulgenza di trattenere, insieme all’indistruttibile convinzione che non esistano suore stonate.

“ E la suora invento’ l’infermiera “, dall’Osservatore Romano del 30 Giugno 2012: “ L’assistenza agli infermi è stata la prassi delle beghine nel Nord Europa, cioè donne che si univano in gruppi  spontaneamente, senza l’approvazione ecclesiastica, per condurre una vita religiosa a cui si ispirarono, nell’Italia del XIII secolo, i Terzi ordini legati a Domenicani e Francescani “. E poi: “ Il primo a vincere il tabu’ che separava le religiose dalla cura dei corpi fu nel 1617 san Vincenzo de’ Paoli, con la fondazione delle Figlie della Carità. Nasce la prima compagnia di religiose col caratteristico copricapo con le ali “. L’inconfondibile aspetto che la memoria infantile serba per due sorelle affiancate, che attraversavano una piazza in un pomeriggio estivo: poche immagini ci sono sembrate poi cosi’  suggestive e rassicuranti.

Suor Odilia d’Avella, divenuta giovanissima Figlia della Carità, formatrice di infermiere: “ Cinquant’anni a stretto contatto con un mondo laico senza sentirne il peso. Una lunga esperienza vissuta nel rispetto reciproco. Il valore etico comune è il rispetto della vita e l’obiezione di coscienza “. Nel piazzale d’ingresso dell’Ospedale S. Chiara di Pisa è posta una lapide che descrive e suggella l’operato delle suore che li’ hanno lavorato, a memoria di una azione generosa verso l’uomo, nell’ ispirazione costante della croce.

Quando Papa Francesco dice alle suore “ Siate Madri come figure della Chiesa madre, non si puo’ capire Maria e la Chiesa senza la maternità e voi siete icona di Maria e della Chiesa “, ci raggiunge  l’immagine della Pietà di Palestrina, incertamente attribuita a Michelangelo, con una Madre non  intromessa  tra i corpi come la Pietà Rondanini, ma la cui immanenza è affidata solo al volto e alla mano destra sorreggente, questi due bastanti: un volto doloroso affisso sul figlio e una mano insolita per una Madonna, potente e venata, gravata dal peso che non puo’ sfuggire alla pietà.

E come ci segnala un articolo del 2 Luglio 2013, è il nome Mana ( madre in greco ), il titolo di un documentario della regista americana Valerie Kontakos, sulla storia di sei ventenni greche, che nel 1962 fuggirono dalle famiglie e dal villaggio per realizzare il sogno di diventare suore. Vivranno e vivono in un gruppo di cinque case tra le montagne, vicino Atene, per accogliere i bimbi abbandonati. Di quell’originario gruppo, ne restano quattro a gestire la comunità: Dorothea, Parthenia, Kaliniki e una immancabile Maria.

Le stesse sorelle di occasioni e incontri personali cui non mancano mai sorrisi regalati, premure senza giudizio e commiati di una riconoscibile serenità. Sono le stesse che nelle ricorrenze liturgiche ritroviamo piu’ numerose in piazze o sagrati, in uno sguardo d’intorno che sarebbe incompleto senza quelle presenze di allegria trattenuta; allegria di esserci, di contarsi, di partecipare, di rimarcare la loro silenziosa importanza. Ci è caro pensare che cio’ che avvertiamo sia la stessa sensazione che lo sguardo del Vescovo di Roma coglie traguardando dalla sua finestra la folla riunita. Una viva moltitudine dal colore delle rondini, che si disperderà piu’ tardi in Case e Conventi, nell’opera visibile e invisibile di tutti i giorni a venire.

Le ringraziamo di tutto, di cio’ che conosciamo e di cio’ che a noi sfugge, con i nostri voti per le gioie palesi e le difficoltà segrete. Esse sono con noi per sempre, le sorelle gentili che non abbiamo avuto.

Marco Creatini

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