Quando nacquero i Seminari

lug 15th, 2013 | By | Category: Primo Piano

«…sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei
Seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene
non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo
ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi…».
(card. Pietro SFORZA PALLAVICINO, 1607-1667,
Istoria del Concilio di Trento, XXI, 8, 3).

 

Il 4 dicembre 2013 ricorreranno i 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-
1563). Nella cornice di questa importante ricorrenza, un’altra data merita d’essere inclusa con merito ed un particolare ricordo: quella del 15 luglio 1563, giorno in cui i vescovi riuniti a Trento approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione del seminario in ogni diocesi. Un provvedimento di rilevanza epocale, che dotava la Chiesa di uno strumento per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, ancora oggi fondamentale e imprescindibile. Sembra utile pertanto rinverdire gli eventi ed i personaggi che determinarono la nascita dei seminari, nella certezza che la riflessione sul nostro passato possa offrire importanti stimoli al nostro presente ecclesiale.
Senza esagerare, si può tranquillamente affermare che il Concilio di Trento abbia
rappresentato uno degli snodi più significativi della storia della Chiesa moderna. Questo perché, raccogliendo e canalizzando gli impulsi positivi provenienti da vari ambienti del mondo cattolico, dette concretezza e sistematicità – pur tra numerose difficoltà e inconvenienti vari – a un anelito alla riforma della Chiesa largamente condiviso e, peraltro, sollecitato anche dall’enfasi riformata sul rinnovamento generale, attivando la successiva e graduale formazione di un modello ecclesiale destinato a durare nei secoli.
Ma a nessun soggetto ecclesiale più che al clero si rivolse la premura riformatrice dei padri
tridentini. Tale peculiare attenzione rispondeva ad una convinzione – che era anche un’attesa – particolarmente diffusa: la svolta spirituale e morale per la Chiesa intera sarebbe stata realmente possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e sacerdoti. Le emergenze su questo fronte erano numerose, relative alla residenza, all’assegnazione dei benefici ecclesiastici, alla cultura, al celibato e, più in generale, alla moralità e alla spiritualità dei chierici e, per quanto riguarda i vescovi, all’obbligo della cura pastorale e spirituale (anche catechetico e omiletico) del gregge ad essi affidato. A Trento ci si sforzò di affrontarle mediante decreti dottrinali – che precisavano, segnatamente sia in risposta alle affermazioni di Lutero e degli altri riformatori”, sia nel rilancio delle tante istanze di riforma presenti nell’episcopato europeo, la sostanza teologica di alcuni elementi cardine della fede cattolica – e di riforma – per fornire soluzioni il più possibile concrete alle varie urgenze della vita ecclesiale, attraverso esortazioni e prescrizioni canoniche.
Come ha osservato il grande storico del Concilio di Trento circa la rivoluzione protestante,
Hubert Jedin, «la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale».
Di questo dato i padri conciliari dovevano avere contezza. La consapevolezza che la riforma, a questo livello, sarebbe dovuta essere insieme spirituale e strutturale si fece tuttavia strada lentamente nella loro mente e nel loro cuore. Si può dire che il tema abbia tagliato trasversalmente il Concilio. La questione era subito emersa, nella IV sessione, allorché i padri tridentini avevano discusso dell’obbligo per i parroci di predicare almeno nelle domeniche e nei giorni di festa, stante la pressoché totale disattenzione per la predicazione (spesso delegata agli Ordini religiosi) e per la catechesi (con casi di analfabetismo religioso). Ci si chiedeva, infatti, quale effetto benefico fosse lecito attendersi da una tale ingiunzione, se poi i parroci non si fossero dimostrati all’altezza del
compito a causa di carenze formative. Diversi vescovi, comunque, erano del parere che il problema si sarebbe potuto risolvere senza l’introduzione di nuove leggi, ma con la fedele applicazione di quelle già esistenti.
La Chiesa aveva avvertito anche prima di Trento lo scrupolo di provvedere alla formazione
presbiterale, elaborando, di volta in volta, soluzioni idonee a far fronte ai bisogni dei tempi. Non a caso, diversi Pontefici avevano indetto concili in materia. Accanto alle indicazioni magisteriali – concernenti specialmente la necessità d’impartire ai candidati al presbiterato le basi culturali e cultuali – si erano sviluppate anche forme strutturate di formazione dei chierici, più o meno organiche e stabili, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano così nate le varie scuole connesse ai monasteri, alle parrocchie e alle cattedrali. Successivamente, con il sorgere delle Università, si sarebbero costituiti i collegi teologici., giuridici e delle arti, «un’altra tappa verso l’istituzione dei seminari: ad essi infatti avrebbero fatto riferimento molti padri conciliari, nel corso delle discussioni che prepararono il decreto sui seminari».
In tal modo i padri tridentini poterono avvalersi del confronto con alcuni modelli
istituzionali già esistenti, dei quali ricalcare la fisionomia per il nuovo istituto che stava per nascere.
Un primo, importante precedente rimontava all’incirca ad un secolo prima: il Collegio
Capranica, inaugurato a Roma tra il 1475 e il 1476 dal cardinale Angelo Capranica, fratello del fondatore, il cardinale Domenico. L’istituto accoglieva i giovani poveri, di età compresa tra i 15 e i 35 anni, che intendevano accedere alla vita ecclesiastica, provvedendo alla loro istruzione nel diritto canonico e nella teologia e alla loro formazione spirituale e disciplinare, sotto la guida di un rettore – scelto tra gli alunni, dagli alunni stessi – coadiuvato da quattro consiglieri.
Più immediate e significative fonti d’ispirazione per i vescovi impegnati nel concilio furono
i due collegi fondati a Roma da Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente nel 1551 e 1552: il Collegio Romano, che si presentava come «Scuola di Grammatica, di Humanità e di Doctrina Christiana» e impartiva gratuitamente ai suoi alunni la formazione culturale e spirituale, conservando sostanzialmente l’impianto tipologico dei collegi universitari; il Collegio Germanico, che nasceva invece con la specifica finalità di formare il clero tedesco (maggiormente colpito dalla ventata protestante) secondo la più rigida ortodossia cattolica e contemplava nei suoi regolamenti l’introduzione della figura decisiva del padre spirituale che avrebbe coadiuvato il rettore e i confessori nell’opera formativa.
Se queste istituzioni costituirono per i padri tridentini un’importante e concreta pietra di
paragone, le più interessanti indicazioni dal punto di vista teorico giunsero però dal sinodo
nazionale pro reformatione Angliae, convocato nel 1555 a Londra dal cardinale Reginald Pole. Tra i decreti di questa assise non solo compariva il termine “seminario” nell’accezione che Trento avrebbe conservato, ma veniva imposto ad ogni diocesi di costituirlo.
Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato
all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma).
La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una sorta di perenne vivaio vocazionale – era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si impadroniscano completamente dell’uomo» e la capacità di perseverare nella disciplina ecclesiastica ne risultasse compromessa. Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi «i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della chiesa».
Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico (disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale:
«Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli]
prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la
grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni, nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e necessarie a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto ciò che sembri adatto a conservare e far fiorire una istituzione così pia e così santa».
Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel
prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile
preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta,
realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera più specifica l’iter formativo dei loro seminaristi.
Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità,
su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità, quale luogo in cui «tutta l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore».
A 450 anni di distanza, il seminario appare ancora uno strumento indispensabile per la cura
e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo, segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva, della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in
particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina – è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laus
temporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa, «il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi, perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del Concilio di Trento».
† Vincenzo Bertolone

 

Fonte www.diocesicatanzarosquillace.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«…sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei

Seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene

non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo

ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi…».

(card. Pietro SFORZA PALLAVICINO, 1607-1667,

Istoria del Concilio di Trento, XXI, 8, 3).

 

Il 4 dicembre 2013 ricorreranno i 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-

1563). Nella cornice di questa importante ricorrenza, un’altra data merita d’essere inclusa con

merito ed un particolare ricordo: quella del 15 luglio 1563, giorno in cui i vescovi riuniti a Trento

approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione del

seminario in ogni diocesi. Un provvedimento di rilevanza epocale, che dotava la Chiesa di uno

strumento per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, ancora oggi fondamentale e

imprescindibile. Sembra utile pertanto rinverdire gli eventi ed i personaggi che determinarono la

nascita dei seminari, nella certezza che la riflessione sul nostro passato possa offrire importanti

stimoli al nostro presente ecclesiale.

Senza esagerare, si può tranquillamente affermare che il Concilio di Trento abbia

rappresentato uno degli snodi più significativi della storia della Chiesa moderna. Questo perché,

raccogliendo e canalizzando gli impulsi positivi provenienti da vari ambienti del mondo cattolico,

dette concretezza e sistematicità – pur tra numerose difficoltà e inconvenienti vari – a un anelito alla

riforma della Chiesa largamente condiviso e, peraltro, sollecitato anche dall’enfasi riformata sul

rinnovamento generale, attivando la successiva e graduale formazione di un modello ecclesiale

destinato a durare nei secoli.

Ma a nessun soggetto ecclesiale più che al clero si rivolse la premura riformatrice dei padri

tridentini. Tale peculiare attenzione rispondeva ad una convinzione – che era anche un’attesa –

particolarmente diffusa: la svolta spirituale e morale per la Chiesa intera sarebbe stata realmente

possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e

sacerdoti. Le emergenze su questo fronte erano numerose, relative alla residenza, all’assegnazione

dei benefici ecclesiastici, alla cultura, al celibato e, più in generale, alla moralità e alla spiritualità

dei chierici e, per quanto riguarda i vescovi, all’obbligo della cura pastorale e spirituale (anche

catechetico e omiletico) del gregge ad essi affidato. A Trento ci si sforzò di affrontarle mediante

decreti dottrinali – che precisavano, segnatamente sia in risposta alle affermazioni di Lutero e degli

altri “riformatori”, sia nel rilancio delle tante istanze di riforma presenti nell’episcopato europeo, la

sostanza teologica di alcuni elementi cardine della fede cattolica – e di riforma – per fornire

soluzioni il più possibile concrete alle varie urgenze della vita ecclesiale, attraverso esortazioni e

prescrizioni canoniche.

Come ha osservato il grande storico del Concilio di Trento circa la rivoluzione protestante,

Hubert Jedin, «la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale»1

.

Di questo dato i padri conciliari dovevano avere contezza. La consapevolezza che la riforma, a

questo livello, sarebbe dovuta essere insieme spirituale e strutturale si fece tuttavia strada

lentamente nella loro mente e nel loro cuore. Si può dire che il tema abbia tagliato trasversalmente il

Concilio. La questione era subito emersa, nella IV sessione, allorché i padri tridentini avevano

discusso dell’obbligo per i parroci di predicare almeno nelle domeniche e nei giorni di festa, stante

la pressoché totale disattenzione per la predicazione (spesso delegata agli Ordini religiosi) e per la

catechesi (con casi di analfabetismo religioso). Ci si chiedeva, infatti, quale effetto benefico fosse

lecito attendersi da una tale ingiunzione, se poi i parroci non si fossero dimostrati all’altezza del

compito a causa di carenze formative. Diversi vescovi, comunque, erano del parere che il problema

si sarebbe potuto risolvere senza l’introduzione di nuove leggi, ma con la fedele applicazione di

quelle già esistenti.

La Chiesa aveva avvertito anche prima di Trento lo scrupolo di provvedere alla formazione

presbiterale, elaborando, di volta in volta, soluzioni idonee a far fronte ai bisogni dei tempi2

. Non a

caso, diversi Pontefici avevano indetto concili in materia. Accanto alle indicazioni magisteriali -

concernenti specialmente la necessità d’impartire ai candidati al presbiterato le basi culturali e

cultuali – si erano sviluppate anche forme strutturate di formazione dei chierici, più o meno

organiche e stabili, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano così nate le varie scuole connesse ai

monasteri, alle parrocchie e alle cattedrali. Successivamente, con il sorgere delle Università, si

sarebbero costituiti i collegi teologici., giuridici e delle arti, «un’altra tappa verso l’istituzione dei

seminari: ad essi infatti avrebbero fatto riferimento molti padri conciliari, nel corso delle discussioni

che prepararono il decreto sui seminari»3

.

In tal modo i padri tridentini poterono avvalersi del confronto con alcuni modelli

istituzionali già esistenti, dei quali ricalcare la fisionomia per il nuovo istituto che stava per nascere.

Un primo, importante precedente rimontava all’incirca ad un secolo prima: il Collegio

Capranica, inaugurato a Roma tra il 1475 e il 1476 dal cardinale Angelo Capranica, fratello del

fondatore, il cardinale Domenico. L’istituto accoglieva i giovani poveri, di età compresa tra i 15 e i

35 anni, che intendevano accedere alla vita ecclesiastica, provvedendo alla loro istruzione nel diritto

canonico e nella teologia e alla loro formazione spirituale e disciplinare, sotto la guida di un rettore

- scelto tra gli alunni, dagli alunni stessi – coadiuvato da quattro consiglieri.

Più immediate e significative fonti d’ispirazione per i vescovi impegnati nel concilio furono

i due collegi fondati a Roma da Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente nel 1551 e 1552: il Collegio

Romano, che si presentava come «Scuola di Grammatica, di Humanità e di Doctrina Christiana» e

impartiva gratuitamente ai suoi alunni la formazione culturale e spirituale, conservando

sostanzialmente l’impianto tipologico dei collegi universitari; il Collegio Germanico, che nasceva

invece con la specifica finalità di formare il clero tedesco (maggiormente colpito dalla ventata

protestante) secondo la più rigida ortodossia cattolica e contemplava nei suoi regolamenti

l’introduzione della figura decisiva del padre spirituale che avrebbe coadiuvato il rettore e i

confessori nell’opera formativa.

Se queste istituzioni costituirono per i padri tridentini un’importante e concreta pietra di

paragone, le più interessanti indicazioni dal punto di vista teorico giunsero però dal sinodo

nazionale pro reformatione Angliae, convocato nel 1555 a Londra dal cardinale Reginald Pole. Tra i

decreti di questa assise non solo compariva il termine “seminario” nell’accezione che Trento

avrebbe conservato, ma veniva imposto ad ogni diocesi di costituirlo.

Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato

all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma)4

.

La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una

sorta di perenne vivaio vocazionale5

– era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da

motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come

l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il

momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si

impadroniscano completamente dell’uomo»6

e la capacità di perseverare nella disciplina

ecclesiastica ne risultasse compromessa. Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi

«i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e

di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri

ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i

figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della

chiesa»

.

Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i

dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico

(disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi

ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale:

«Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli]

prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la

grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie

utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di

tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni,

nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio

della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù

Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio

in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e

necessarie a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici

tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e

provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli

indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad

espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto ciò che sembri adatto a conservare e

far fiorire una istituzione così pia e così santa»

.

Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel

prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del

seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile

preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri

conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla

formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione

di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei

seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei

luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di

tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza

dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu

proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle

necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta,

realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione

spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei

vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera

più specifica l’iter formativo dei loro seminaristi.

Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità,

su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà

ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del

passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità9

, quale luogo in cui «tutta

l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di

nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore»10

.

A 450 anni di distanza, il seminario appare ancora uno strumento indispensabile per la cura

e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia

nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo

cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di

Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un

simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo,

segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se

non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva,

della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il

seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è

altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in

particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina –

è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa

deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei

Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

 

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laus

temporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i

significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva

proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa,

«il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa

la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la

lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione

ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere

ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il

Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi,

perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del

Concilio di Trento»

.

† Vincenzo Bertolone

«…sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei

Seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene

non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo

ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi…».

(card. Pietro SFORZA PALLAVICINO, 1607-1667,

Istoria del Concilio di Trento, XXI, 8, 3).

 

Il 4 dicembre 2013 ricorreranno i 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-

1563). Nella cornice di questa importante ricorrenza, un’altra data merita d’essere inclusa con

merito ed un particolare ricordo: quella del 15 luglio 1563, giorno in cui i vescovi riuniti a Trento

approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione del

seminario in ogni diocesi. Un provvedimento di rilevanza epocale, che dotava la Chiesa di uno

strumento per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, ancora oggi fondamentale e

imprescindibile. Sembra utile pertanto rinverdire gli eventi ed i personaggi che determinarono la

nascita dei seminari, nella certezza che la riflessione sul nostro passato possa offrire importanti

stimoli al nostro presente ecclesiale.

Senza esagerare, si può tranquillamente affermare che il Concilio di Trento abbia

rappresentato uno degli snodi più significativi della storia della Chiesa moderna. Questo perché,

raccogliendo e canalizzando gli impulsi positivi provenienti da vari ambienti del mondo cattolico,

dette concretezza e sistematicità – pur tra numerose difficoltà e inconvenienti vari – a un anelito alla

riforma della Chiesa largamente condiviso e, peraltro, sollecitato anche dall’enfasi riformata sul

rinnovamento generale, attivando la successiva e graduale formazione di un modello ecclesiale

destinato a durare nei secoli.

Ma a nessun soggetto ecclesiale più che al clero si rivolse la premura riformatrice dei padri

tridentini. Tale peculiare attenzione rispondeva ad una convinzione – che era anche un’attesa –

particolarmente diffusa: la svolta spirituale e morale per la Chiesa intera sarebbe stata realmente

possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e

sacerdoti. Le emergenze su questo fronte erano numerose, relative alla residenza, all’assegnazione

dei benefici ecclesiastici, alla cultura, al celibato e, più in generale, alla moralità e alla spiritualità

dei chierici e, per quanto riguarda i vescovi, all’obbligo della cura pastorale e spirituale (anche

catechetico e omiletico) del gregge ad essi affidato. A Trento ci si sforzò di affrontarle mediante

decreti dottrinali – che precisavano, segnatamente sia in risposta alle affermazioni di Lutero e degli

altri “riformatori”, sia nel rilancio delle tante istanze di riforma presenti nell’episcopato europeo, la

sostanza teologica di alcuni elementi cardine della fede cattolica – e di riforma – per fornire

soluzioni il più possibile concrete alle varie urgenze della vita ecclesiale, attraverso esortazioni e

prescrizioni canoniche.

Come ha osservato il grande storico del Concilio di Trento circa la rivoluzione protestante,

Hubert Jedin, «la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale»1

.

Di questo dato i padri conciliari dovevano avere contezza. La consapevolezza che la riforma, a

questo livello, sarebbe dovuta essere insieme spirituale e strutturale si fece tuttavia strada

lentamente nella loro mente e nel loro cuore. Si può dire che il tema abbia tagliato trasversalmente il

Concilio. La questione era subito emersa, nella IV sessione, allorché i padri tridentini avevano

discusso dell’obbligo per i parroci di predicare almeno nelle domeniche e nei giorni di festa, stante

la pressoché totale disattenzione per la predicazione (spesso delegata agli Ordini religiosi) e per la

catechesi (con casi di analfabetismo religioso). Ci si chiedeva, infatti, quale effetto benefico fosse

lecito attendersi da una tale ingiunzione, se poi i parroci non si fossero dimostrati all’altezza del

compito a causa di carenze formative. Diversi vescovi, comunque, erano del parere che il problema

si sarebbe potuto risolvere senza l’introduzione di nuove leggi, ma con la fedele applicazione di

quelle già esistenti.

La Chiesa aveva avvertito anche prima di Trento lo scrupolo di provvedere alla formazione

presbiterale, elaborando, di volta in volta, soluzioni idonee a far fronte ai bisogni dei tempi2

. Non a

caso, diversi Pontefici avevano indetto concili in materia. Accanto alle indicazioni magisteriali -

concernenti specialmente la necessità d’impartire ai candidati al presbiterato le basi culturali e

cultuali – si erano sviluppate anche forme strutturate di formazione dei chierici, più o meno

organiche e stabili, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano così nate le varie scuole connesse ai

monasteri, alle parrocchie e alle cattedrali. Successivamente, con il sorgere delle Università, si

sarebbero costituiti i collegi teologici., giuridici e delle arti, «un’altra tappa verso l’istituzione dei

seminari: ad essi infatti avrebbero fatto riferimento molti padri conciliari, nel corso delle discussioni

che prepararono il decreto sui seminari»3

.

In tal modo i padri tridentini poterono avvalersi del confronto con alcuni modelli

istituzionali già esistenti, dei quali ricalcare la fisionomia per il nuovo istituto che stava per nascere.

Un primo, importante precedente rimontava all’incirca ad un secolo prima: il Collegio

Capranica, inaugurato a Roma tra il 1475 e il 1476 dal cardinale Angelo Capranica, fratello del

fondatore, il cardinale Domenico. L’istituto accoglieva i giovani poveri, di età compresa tra i 15 e i

35 anni, che intendevano accedere alla vita ecclesiastica, provvedendo alla loro istruzione nel diritto

canonico e nella teologia e alla loro formazione spirituale e disciplinare, sotto la guida di un rettore

- scelto tra gli alunni, dagli alunni stessi – coadiuvato da quattro consiglieri.

Più immediate e significative fonti d’ispirazione per i vescovi impegnati nel concilio furono

i due collegi fondati a Roma da Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente nel 1551 e 1552: il Collegio

Romano, che si presentava come «Scuola di Grammatica, di Humanità e di Doctrina Christiana» e

impartiva gratuitamente ai suoi alunni la formazione culturale e spirituale, conservando

sostanzialmente l’impianto tipologico dei collegi universitari; il Collegio Germanico, che nasceva

invece con la specifica finalità di formare il clero tedesco (maggiormente colpito dalla ventata

protestante) secondo la più rigida ortodossia cattolica e contemplava nei suoi regolamenti

l’introduzione della figura decisiva del padre spirituale che avrebbe coadiuvato il rettore e i

confessori nell’opera formativa.

Se queste istituzioni costituirono per i padri tridentini un’importante e concreta pietra di

paragone, le più interessanti indicazioni dal punto di vista teorico giunsero però dal sinodo

nazionale pro reformatione Angliae, convocato nel 1555 a Londra dal cardinale Reginald Pole. Tra i

decreti di questa assise non solo compariva il termine “seminario” nell’accezione che Trento

avrebbe conservato, ma veniva imposto ad ogni diocesi di costituirlo.

Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato

all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma)4

.

La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una

sorta di perenne vivaio vocazionale5

– era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da

motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come

l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il

momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si

impadroniscano completamente dell’uomo»6

e la capacità di perseverare nella disciplina

ecclesiastica ne risultasse compromessa. Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi

«i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e

di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri

ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i

figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della

chiesa»

.

Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i

dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico

(disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi

ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale:

«Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli]

prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la

grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie

utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di

tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni,

nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio

della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù

Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio

in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e

necessarie a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici

tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e

provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli

indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad

espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto ciò che sembri adatto a conservare e

far fiorire una istituzione così pia e così santa»

.

Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel

prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del

seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile

preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri

conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla

formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione

di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei

seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei

luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di

tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza

dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu

proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle

necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta,

realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione

spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei

vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera

più specifica l’iter formativo dei loro seminaristi.

Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità,

su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà

ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del

passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità9

, quale luogo in cui «tutta

l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di

nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore»10

.

A 450 anni di distanza, il seminario appare ancora uno strumento indispensabile per la cura

e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia

nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo

cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di

Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un

simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo,

segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se

non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva,

della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il

seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è

altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in

particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina –

è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa

deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei

Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

 

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laus

temporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i

significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva

proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa,

«il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa

la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la

lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione

ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere

ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il

Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi,

perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del

Concilio di Trento»

.

† Vincenzo Bertolone

«…sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei

Seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene

non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo

ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi…».

(card. Pietro SFORZA PALLAVICINO, 1607-1667,

Istoria del Concilio di Trento, XXI, 8, 3).

 

Il 4 dicembre 2013 ricorreranno i 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-

1563). Nella cornice di questa importante ricorrenza, un’altra data merita d’essere inclusa con

merito ed un particolare ricordo: quella del 15 luglio 1563, giorno in cui i vescovi riuniti a Trento

approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione del

seminario in ogni diocesi. Un provvedimento di rilevanza epocale, che dotava la Chiesa di uno

strumento per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, ancora oggi fondamentale e

imprescindibile. Sembra utile pertanto rinverdire gli eventi ed i personaggi che determinarono la

nascita dei seminari, nella certezza che la riflessione sul nostro passato possa offrire importanti

stimoli al nostro presente ecclesiale.

Senza esagerare, si può tranquillamente affermare che il Concilio di Trento abbia

rappresentato uno degli snodi più significativi della storia della Chiesa moderna. Questo perché,

raccogliendo e canalizzando gli impulsi positivi provenienti da vari ambienti del mondo cattolico,

dette concretezza e sistematicità – pur tra numerose difficoltà e inconvenienti vari – a un anelito alla

riforma della Chiesa largamente condiviso e, peraltro, sollecitato anche dall’enfasi riformata sul

rinnovamento generale, attivando la successiva e graduale formazione di un modello ecclesiale

destinato a durare nei secoli.

Ma a nessun soggetto ecclesiale più che al clero si rivolse la premura riformatrice dei padri

tridentini. Tale peculiare attenzione rispondeva ad una convinzione – che era anche un’attesa –

particolarmente diffusa: la svolta spirituale e morale per la Chiesa intera sarebbe stata realmente

possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e

sacerdoti. Le emergenze su questo fronte erano numerose, relative alla residenza, all’assegnazione

dei benefici ecclesiastici, alla cultura, al celibato e, più in generale, alla moralità e alla spiritualità

dei chierici e, per quanto riguarda i vescovi, all’obbligo della cura pastorale e spirituale (anche

catechetico e omiletico) del gregge ad essi affidato. A Trento ci si sforzò di affrontarle mediante

decreti dottrinali – che precisavano, segnatamente sia in risposta alle affermazioni di Lutero e degli

altri “riformatori”, sia nel rilancio delle tante istanze di riforma presenti nell’episcopato europeo, la

sostanza teologica di alcuni elementi cardine della fede cattolica – e di riforma – per fornire

soluzioni il più possibile concrete alle varie urgenze della vita ecclesiale, attraverso esortazioni e

prescrizioni canoniche.

Come ha osservato il grande storico del Concilio di Trento circa la rivoluzione protestante,

Hubert Jedin, «la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale»1

.

Di questo dato i padri conciliari dovevano avere contezza. La consapevolezza che la riforma, a

questo livello, sarebbe dovuta essere insieme spirituale e strutturale si fece tuttavia strada

lentamente nella loro mente e nel loro cuore. Si può dire che il tema abbia tagliato trasversalmente il

Concilio. La questione era subito emersa, nella IV sessione, allorché i padri tridentini avevano

discusso dell’obbligo per i parroci di predicare almeno nelle domeniche e nei giorni di festa, stante

la pressoché totale disattenzione per la predicazione (spesso delegata agli Ordini religiosi) e per la

catechesi (con casi di analfabetismo religioso). Ci si chiedeva, infatti, quale effetto benefico fosse

lecito attendersi da una tale ingiunzione, se poi i parroci non si fossero dimostrati all’altezza del

compito a causa di carenze formative. Diversi vescovi, comunque, erano del parere che il problema

si sarebbe potuto risolvere senza l’introduzione di nuove leggi, ma con la fedele applicazione di

quelle già esistenti.

La Chiesa aveva avvertito anche prima di Trento lo scrupolo di provvedere alla formazione

presbiterale, elaborando, di volta in volta, soluzioni idonee a far fronte ai bisogni dei tempi2

. Non a

caso, diversi Pontefici avevano indetto concili in materia. Accanto alle indicazioni magisteriali -

concernenti specialmente la necessità d’impartire ai candidati al presbiterato le basi culturali e

cultuali – si erano sviluppate anche forme strutturate di formazione dei chierici, più o meno

organiche e stabili, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano così nate le varie scuole connesse ai

monasteri, alle parrocchie e alle cattedrali. Successivamente, con il sorgere delle Università, si

sarebbero costituiti i collegi teologici., giuridici e delle arti, «un’altra tappa verso l’istituzione dei

seminari: ad essi infatti avrebbero fatto riferimento molti padri conciliari, nel corso delle discussioni

che prepararono il decreto sui seminari»3

.

In tal modo i padri tridentini poterono avvalersi del confronto con alcuni modelli

istituzionali già esistenti, dei quali ricalcare la fisionomia per il nuovo istituto che stava per nascere.

Un primo, importante precedente rimontava all’incirca ad un secolo prima: il Collegio

Capranica, inaugurato a Roma tra il 1475 e il 1476 dal cardinale Angelo Capranica, fratello del

fondatore, il cardinale Domenico. L’istituto accoglieva i giovani poveri, di età compresa tra i 15 e i

35 anni, che intendevano accedere alla vita ecclesiastica, provvedendo alla loro istruzione nel diritto

canonico e nella teologia e alla loro formazione spirituale e disciplinare, sotto la guida di un rettore

- scelto tra gli alunni, dagli alunni stessi – coadiuvato da quattro consiglieri.

Più immediate e significative fonti d’ispirazione per i vescovi impegnati nel concilio furono

i due collegi fondati a Roma da Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente nel 1551 e 1552: il Collegio

Romano, che si presentava come «Scuola di Grammatica, di Humanità e di Doctrina Christiana» e

impartiva gratuitamente ai suoi alunni la formazione culturale e spirituale, conservando

sostanzialmente l’impianto tipologico dei collegi universitari; il Collegio Germanico, che nasceva

invece con la specifica finalità di formare il clero tedesco (maggiormente colpito dalla ventata

protestante) secondo la più rigida ortodossia cattolica e contemplava nei suoi regolamenti

l’introduzione della figura decisiva del padre spirituale che avrebbe coadiuvato il rettore e i

confessori nell’opera formativa.

Se queste istituzioni costituirono per i padri tridentini un’importante e concreta pietra di

paragone, le più interessanti indicazioni dal punto di vista teorico giunsero però dal sinodo

nazionale pro reformatione Angliae, convocato nel 1555 a Londra dal cardinale Reginald Pole. Tra i

decreti di questa assise non solo compariva il termine “seminario” nell’accezione che Trento

avrebbe conservato, ma veniva imposto ad ogni diocesi di costituirlo.

Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato

all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma)4

.

La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una

sorta di perenne vivaio vocazionale5

– era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da

motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come

l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il

momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si

impadroniscano completamente dell’uomo»6

e la capacità di perseverare nella disciplina

ecclesiastica ne risultasse compromessa. Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi

«i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e

di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri

ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i

figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della

chiesa»

.

Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i

dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico

(disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi

ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale:

«Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli]

prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la

grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie

utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di

tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni,

nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio

della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù

Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio

in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e

necessarie a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici

tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e

provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli

indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad

espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto ciò che sembri adatto a conservare e

far fiorire una istituzione così pia e così santa»

.

Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel

prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del

seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile

preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri

conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla

formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione

di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei

seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei

luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di

tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza

dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu

proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle

necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta,

realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione

spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei

vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera

più specifica l’iter formativo dei loro seminaristi.

Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità,

su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà

ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del

passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità9

, quale luogo in cui «tutta

l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di

nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore»10

.

A 450 anni di distanza, il seminario appare ancora uno strumento indispensabile per la cura

e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia

nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo

cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di

Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un

simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo,

segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se

non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva,

della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il

seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è

altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in

particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina –

è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa

deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei

Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

 

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laus

temporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i

significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva

proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa,

«il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa

la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la

lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione

ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere

ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il

Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi,

perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del

Concilio di Trento»

.

† Vincenzo Bertolone

«…sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei

Seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene

non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo

ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi…».

(card. Pietro SFORZA PALLAVICINO, 1607-1667,

Istoria del Concilio di Trento, XXI, 8, 3).

 

Il 4 dicembre 2013 ricorreranno i 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-

1563). Nella cornice di questa importante ricorrenza, un’altra data merita d’essere inclusa con

merito ed un particolare ricordo: quella del 15 luglio 1563, giorno in cui i vescovi riuniti a Trento

approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione del

seminario in ogni diocesi. Un provvedimento di rilevanza epocale, che dotava la Chiesa di uno

strumento per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, ancora oggi fondamentale e

imprescindibile. Sembra utile pertanto rinverdire gli eventi ed i personaggi che determinarono la

nascita dei seminari, nella certezza che la riflessione sul nostro passato possa offrire importanti

stimoli al nostro presente ecclesiale.

Senza esagerare, si può tranquillamente affermare che il Concilio di Trento abbia

rappresentato uno degli snodi più significativi della storia della Chiesa moderna. Questo perché,

raccogliendo e canalizzando gli impulsi positivi provenienti da vari ambienti del mondo cattolico,

dette concretezza e sistematicità – pur tra numerose difficoltà e inconvenienti vari – a un anelito alla

riforma della Chiesa largamente condiviso e, peraltro, sollecitato anche dall’enfasi riformata sul

rinnovamento generale, attivando la successiva e graduale formazione di un modello ecclesiale

destinato a durare nei secoli.

Ma a nessun soggetto ecclesiale più che al clero si rivolse la premura riformatrice dei padri

tridentini. Tale peculiare attenzione rispondeva ad una convinzione – che era anche un’attesa –

particolarmente diffusa: la svolta spirituale e morale per la Chiesa intera sarebbe stata realmente

possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e

sacerdoti. Le emergenze su questo fronte erano numerose, relative alla residenza, all’assegnazione

dei benefici ecclesiastici, alla cultura, al celibato e, più in generale, alla moralità e alla spiritualità

dei chierici e, per quanto riguarda i vescovi, all’obbligo della cura pastorale e spirituale (anche

catechetico e omiletico) del gregge ad essi affidato. A Trento ci si sforzò di affrontarle mediante

decreti dottrinali – che precisavano, segnatamente sia in risposta alle affermazioni di Lutero e degli

altri “riformatori”, sia nel rilancio delle tante istanze di riforma presenti nell’episcopato europeo, la

sostanza teologica di alcuni elementi cardine della fede cattolica – e di riforma – per fornire

soluzioni il più possibile concrete alle varie urgenze della vita ecclesiale, attraverso esortazioni e

prescrizioni canoniche.

Come ha osservato il grande storico del Concilio di Trento circa la rivoluzione protestante,

Hubert Jedin, «la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale»1

.

Di questo dato i padri conciliari dovevano avere contezza. La consapevolezza che la riforma, a

questo livello, sarebbe dovuta essere insieme spirituale e strutturale si fece tuttavia strada

lentamente nella loro mente e nel loro cuore. Si può dire che il tema abbia tagliato trasversalmente il

Concilio. La questione era subito emersa, nella IV sessione, allorché i padri tridentini avevano

discusso dell’obbligo per i parroci di predicare almeno nelle domeniche e nei giorni di festa, stante

la pressoché totale disattenzione per la predicazione (spesso delegata agli Ordini religiosi) e per la

catechesi (con casi di analfabetismo religioso). Ci si chiedeva, infatti, quale effetto benefico fosse

lecito attendersi da una tale ingiunzione, se poi i parroci non si fossero dimostrati all’altezza del

compito a causa di carenze formative. Diversi vescovi, comunque, erano del parere che il problema

si sarebbe potuto risolvere senza l’introduzione di nuove leggi, ma con la fedele applicazione di

quelle già esistenti.

La Chiesa aveva avvertito anche prima di Trento lo scrupolo di provvedere alla formazione

presbiterale, elaborando, di volta in volta, soluzioni idonee a far fronte ai bisogni dei tempi2

. Non a

caso, diversi Pontefici avevano indetto concili in materia. Accanto alle indicazioni magisteriali -

concernenti specialmente la necessità d’impartire ai candidati al presbiterato le basi culturali e

cultuali – si erano sviluppate anche forme strutturate di formazione dei chierici, più o meno

organiche e stabili, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano così nate le varie scuole connesse ai

monasteri, alle parrocchie e alle cattedrali. Successivamente, con il sorgere delle Università, si

sarebbero costituiti i collegi teologici., giuridici e delle arti, «un’altra tappa verso l’istituzione dei

seminari: ad essi infatti avrebbero fatto riferimento molti padri conciliari, nel corso delle discussioni

che prepararono il decreto sui seminari»3

.

In tal modo i padri tridentini poterono avvalersi del confronto con alcuni modelli

istituzionali già esistenti, dei quali ricalcare la fisionomia per il nuovo istituto che stava per nascere.

Un primo, importante precedente rimontava all’incirca ad un secolo prima: il Collegio

Capranica, inaugurato a Roma tra il 1475 e il 1476 dal cardinale Angelo Capranica, fratello del

fondatore, il cardinale Domenico. L’istituto accoglieva i giovani poveri, di età compresa tra i 15 e i

35 anni, che intendevano accedere alla vita ecclesiastica, provvedendo alla loro istruzione nel diritto

canonico e nella teologia e alla loro formazione spirituale e disciplinare, sotto la guida di un rettore

- scelto tra gli alunni, dagli alunni stessi – coadiuvato da quattro consiglieri.

Più immediate e significative fonti d’ispirazione per i vescovi impegnati nel concilio furono

i due collegi fondati a Roma da Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente nel 1551 e 1552: il Collegio

Romano, che si presentava come «Scuola di Grammatica, di Humanità e di Doctrina Christiana» e

impartiva gratuitamente ai suoi alunni la formazione culturale e spirituale, conservando

sostanzialmente l’impianto tipologico dei collegi universitari; il Collegio Germanico, che nasceva

invece con la specifica finalità di formare il clero tedesco (maggiormente colpito dalla ventata

protestante) secondo la più rigida ortodossia cattolica e contemplava nei suoi regolamenti

l’introduzione della figura decisiva del padre spirituale che avrebbe coadiuvato il rettore e i

confessori nell’opera formativa.

Se queste istituzioni costituirono per i padri tridentini un’importante e concreta pietra di

paragone, le più interessanti indicazioni dal punto di vista teorico giunsero però dal sinodo

nazionale pro reformatione Angliae, convocato nel 1555 a Londra dal cardinale Reginald Pole. Tra i

decreti di questa assise non solo compariva il termine “seminario” nell’accezione che Trento

avrebbe conservato, ma veniva imposto ad ogni diocesi di costituirlo.

Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato

all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma)4

.

La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una

sorta di perenne vivaio vocazionale5

– era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da

motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come

l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il

momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si

impadroniscano completamente dell’uomo»6

e la capacità di perseverare nella disciplina

ecclesiastica ne risultasse compromessa. Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi

«i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e

di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri

ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i

figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della

chiesa»

.

Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i

dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico

(disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi

ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale:

«Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli]

prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la

grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie

utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di

tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni,

nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio

della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù

Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio

in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e

necessarie a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici

tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e

provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli

indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad

espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto ciò che sembri adatto a conservare e

far fiorire una istituzione così pia e così santa»

.

Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel

prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del

seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile

preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri

conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla

formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione

di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei

seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei

luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di

tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza

dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu

proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle

necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta,

realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione

spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei

vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera

più specifica l’iter formativo dei loro seminaristi.

Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità,

su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà

ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del

passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità9

, quale luogo in cui «tutta

l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di

nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore»10

.

A 450 anni di distanza, il seminario appare ancora uno strumento indispensabile per la cura

e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia

nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo

cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di

Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un

simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo,

segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se

non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva,

della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il

seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è

altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in

particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina –

è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa

deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei

Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

 

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laus

temporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i

significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva

proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa,

«il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa

la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la

lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione

ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere

ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il

Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi,

perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del

Concilio di Trento»

.

† Vincenzo Bertolone

«…sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei

Seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene

non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo

ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi…».

(card. Pietro SFORZA PALLAVICINO, 1607-1667,

Istoria del Concilio di Trento, XXI, 8, 3).

 

Il 4 dicembre 2013 ricorreranno i 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento (1545-

1563). Nella cornice di questa importante ricorrenza, un’altra data merita d’essere inclusa con

merito ed un particolare ricordo: quella del 15 luglio 1563, giorno in cui i vescovi riuniti a Trento

approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione del

seminario in ogni diocesi. Un provvedimento di rilevanza epocale, che dotava la Chiesa di uno

strumento per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, ancora oggi fondamentale e

imprescindibile. Sembra utile pertanto rinverdire gli eventi ed i personaggi che determinarono la

nascita dei seminari, nella certezza che la riflessione sul nostro passato possa offrire importanti

stimoli al nostro presente ecclesiale.

Senza esagerare, si può tranquillamente affermare che il Concilio di Trento abbia

rappresentato uno degli snodi più significativi della storia della Chiesa moderna. Questo perché,

raccogliendo e canalizzando gli impulsi positivi provenienti da vari ambienti del mondo cattolico,

dette concretezza e sistematicità – pur tra numerose difficoltà e inconvenienti vari – a un anelito alla

riforma della Chiesa largamente condiviso e, peraltro, sollecitato anche dall’enfasi riformata sul

rinnovamento generale, attivando la successiva e graduale formazione di un modello ecclesiale

destinato a durare nei secoli.

Ma a nessun soggetto ecclesiale più che al clero si rivolse la premura riformatrice dei padri

tridentini. Tale peculiare attenzione rispondeva ad una convinzione – che era anche un’attesa –

particolarmente diffusa: la svolta spirituale e morale per la Chiesa intera sarebbe stata realmente

possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e

sacerdoti. Le emergenze su questo fronte erano numerose, relative alla residenza, all’assegnazione

dei benefici ecclesiastici, alla cultura, al celibato e, più in generale, alla moralità e alla spiritualità

dei chierici e, per quanto riguarda i vescovi, all’obbligo della cura pastorale e spirituale (anche

catechetico e omiletico) del gregge ad essi affidato. A Trento ci si sforzò di affrontarle mediante

decreti dottrinali – che precisavano, segnatamente sia in risposta alle affermazioni di Lutero e degli

altri “riformatori”, sia nel rilancio delle tante istanze di riforma presenti nell’episcopato europeo, la

sostanza teologica di alcuni elementi cardine della fede cattolica – e di riforma – per fornire

soluzioni il più possibile concrete alle varie urgenze della vita ecclesiale, attraverso esortazioni e

prescrizioni canoniche.

Come ha osservato il grande storico del Concilio di Trento circa la rivoluzione protestante,

Hubert Jedin, «la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale»1

.

Di questo dato i padri conciliari dovevano avere contezza. La consapevolezza che la riforma, a

questo livello, sarebbe dovuta essere insieme spirituale e strutturale si fece tuttavia strada

lentamente nella loro mente e nel loro cuore. Si può dire che il tema abbia tagliato trasversalmente il

Concilio. La questione era subito emersa, nella IV sessione, allorché i padri tridentini avevano

discusso dell’obbligo per i parroci di predicare almeno nelle domeniche e nei giorni di festa, stante

la pressoché totale disattenzione per la predicazione (spesso delegata agli Ordini religiosi) e per la

catechesi (con casi di analfabetismo religioso). Ci si chiedeva, infatti, quale effetto benefico fosse

lecito attendersi da una tale ingiunzione, se poi i parroci non si fossero dimostrati all’altezza del

compito a causa di carenze formative. Diversi vescovi, comunque, erano del parere che il problema

si sarebbe potuto risolvere senza l’introduzione di nuove leggi, ma con la fedele applicazione di

quelle già esistenti.

La Chiesa aveva avvertito anche prima di Trento lo scrupolo di provvedere alla formazione

presbiterale, elaborando, di volta in volta, soluzioni idonee a far fronte ai bisogni dei tempi2

. Non a

caso, diversi Pontefici avevano indetto concili in materia. Accanto alle indicazioni magisteriali -

concernenti specialmente la necessità d’impartire ai candidati al presbiterato le basi culturali e

cultuali – si erano sviluppate anche forme strutturate di formazione dei chierici, più o meno

organiche e stabili, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano così nate le varie scuole connesse ai

monasteri, alle parrocchie e alle cattedrali. Successivamente, con il sorgere delle Università, si

sarebbero costituiti i collegi teologici., giuridici e delle arti, «un’altra tappa verso l’istituzione dei

seminari: ad essi infatti avrebbero fatto riferimento molti padri conciliari, nel corso delle discussioni

che prepararono il decreto sui seminari»3

.

In tal modo i padri tridentini poterono avvalersi del confronto con alcuni modelli

istituzionali già esistenti, dei quali ricalcare la fisionomia per il nuovo istituto che stava per nascere.

Un primo, importante precedente rimontava all’incirca ad un secolo prima: il Collegio

Capranica, inaugurato a Roma tra il 1475 e il 1476 dal cardinale Angelo Capranica, fratello del

fondatore, il cardinale Domenico. L’istituto accoglieva i giovani poveri, di età compresa tra i 15 e i

35 anni, che intendevano accedere alla vita ecclesiastica, provvedendo alla loro istruzione nel diritto

canonico e nella teologia e alla loro formazione spirituale e disciplinare, sotto la guida di un rettore

- scelto tra gli alunni, dagli alunni stessi – coadiuvato da quattro consiglieri.

Più immediate e significative fonti d’ispirazione per i vescovi impegnati nel concilio furono

i due collegi fondati a Roma da Sant’Ignazio di Loyola, rispettivamente nel 1551 e 1552: il Collegio

Romano, che si presentava come «Scuola di Grammatica, di Humanità e di Doctrina Christiana» e

impartiva gratuitamente ai suoi alunni la formazione culturale e spirituale, conservando

sostanzialmente l’impianto tipologico dei collegi universitari; il Collegio Germanico, che nasceva

invece con la specifica finalità di formare il clero tedesco (maggiormente colpito dalla ventata

protestante) secondo la più rigida ortodossia cattolica e contemplava nei suoi regolamenti

l’introduzione della figura decisiva del padre spirituale che avrebbe coadiuvato il rettore e i

confessori nell’opera formativa.

Se queste istituzioni costituirono per i padri tridentini un’importante e concreta pietra di

paragone, le più interessanti indicazioni dal punto di vista teorico giunsero però dal sinodo

nazionale pro reformatione Angliae, convocato nel 1555 a Londra dal cardinale Reginald Pole. Tra i

decreti di questa assise non solo compariva il termine “seminario” nell’accezione che Trento

avrebbe conservato, ma veniva imposto ad ogni diocesi di costituirlo.

Il decreto tridentino sui seminari, Cum adolescentium aetas, fu discusso e approvato

all’unanimità dai vescovi nella XXIII sessione (15 luglio 1563: canone 18 del decreto di riforma)4

.

La decisione di imporre alle diocesi l’apertura del seminario – chiamato a configurarsi come una

sorta di perenne vivaio vocazionale5

– era sostenuta, come manifesta la premessa del testo, da

motivazioni di carattere teologico e pedagogico insieme. Risultava chiaro ai padri come

l’adolescenza, fase esistenziale particolarmente delicata, allora come oggi, si presentasse come il

momento opportuno per avviare allo stato clericale i candidati, «prima che le cattive abitudini si

impadroniscano completamente dell’uomo»6

e la capacità di perseverare nella disciplina

ecclesiastica ne risultasse compromessa. Il Concilio stabilisce così che nei seminari siano ammessi

«i ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo matrimonio, sufficientemente capaci di leggere e

di scrivere e la cui indole e volontà faccia sperare della loro perpetua fedeltà ai ministeri

ecclesiastici. Il concilio vuole che si scelgano soprattutto i figli dei poveri, senza però escludere i

figli dei ricchi, purché si mantengano da sé e dimostrino impegno nel servizio di Dio e della

chiesa»

.

Dopo i criteri di ammissione, molto interessanti dal punto di vista pedagogico, il decreto tratteggia i

dati essenziali di un programma formativo che abbraccia i vari ambiti del ministero ecclesiastico

(disciplinare, culturale, liturgico, spirituale, morale e pastorale), lasciando comunque ai vescovi

ampio spazio d’integrazione e d’intervento locale:

«Perché possano essere più facilmente educati alla disciplina ecclesiastica, [i fanciulli]

prenderanno subito la tonsura e indosseranno sempre l’abito ecclesiastico; studieranno la

grammatica, il canto, il computo delle feste mobili sul calendario ecclesiastico e le altre materie

utili; attenderanno allo studio della sacra scrittura, dei libri ecclesiastici, delle omelie dei santi, di

tutto quello che attiene all’amministrazione dei sacramenti, specie all’ascolto delle confessioni,

nonché i riti liturgici e il cerimoniale. Il vescovo curerà che assistano ogni giorno al sacrificio

della messa, che si confessino almeno ogni mese, e ricevano il corpo del nostro Signore Gesù

Cristo quando il confessore lo giudicherà opportuno, e che nei giorni festivi prestino il loro servizio

in cattedrale e nelle altre chiese del luogo. Tutte queste cose, insieme ad altre opportune e

necessarie a questo scopo, i singoli vescovi le stabiliranno assistiti dal consiglio di due canonici

tra i più anziani e i più seri, che essi sceglieranno, secondo l’ispirazione dello Spirito santo, e

provvederanno con visite frequenti a farle sempre osservare. Essi puniranno severamente gli

indisciplinati e gli incorreggibili e quelli che danno cattivo esempio, arrivando, se necessario, ad

espellerli; eliminando ogni ostacolo, cureranno con zelo tutto ciò che sembri adatto a conservare e

far fiorire una istituzione così pia e così santa»

.

Queste disposizioni organizzative e disciplinari occupano all’incirca la metà del testo. Nel

prosieguo si tratta quasi interamente del reperimento dei fondi necessari al mantenimento del

seminario, attraverso la tassazione dei vari benefici ecclesiastici. Può stupire una simile

preponderanza della questione economica nel decreto e ci si potrebbe chiedere come mai i padri

conciliari abbiano insistito tanto sull’aspetto materiale e non piuttosto sulla spiritualità e sulla

formazione, cioè le vere emergenze. La storia dei seminari postridentini rende ampiamente ragione

di una simile scelta. Se è vero che il Concilio aveva prescritto categoricamente l’erezione dei

seminari, ciò non vuol dire che l’esecuzione del decreto potesse essere uniforme nei tempi, nei

luoghi e nei modi. In molte diocesi l’istituzione seminario decollerà soltanto dopo decenni di

tentativi più o meno fallimentari e, da qualche parte, addirittura a ben più di un secolo di distanza

dalla chiusura del concilio. Una delle più frequenti cause – se non la principale – di tale ritardo fu

proprio la penuria di mezzi economici, e perciò l’impossibilità per le diocesi di sovvenire alle

necessità del seminario. I padri tridentini avevano dunque ragionato in maniera molto concreta,

realistica e lungimirante, cercando di creare le premesse materiali perché l’importante missione

spirituale dei seminari potesse essere proficuamente adempiuta, lasciando invece alla saggezza dei

vescovi diocesani e alla loro conoscenza del particolare contesto il compito di articolare in maniera

più specifica l’iter formativo dei loro seminaristi.

Istituendo i seminari, il Concilio di Trento ha consegnato alla Chiesa un’importante eredità,

su cui non a caso insisteranno tutte le successive Relationes ad limina postridentine, e che sarà

ribadita prima e dopo i due concili contemporanei. Il seminario, insomma, non è un relitto del

passato. Lo stesso Concilio Vaticano II ne ha ribadito la necessità9

, quale luogo in cui «tutta

l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di

nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore»10

.

A 450 anni di distanza, il seminario appare ancora uno strumento indispensabile per la cura

e la promozione delle vocazioni al sacerdozio. Molte cose, è ovvio, sono cambiate da allora, sia

nella società che nella famiglia e nella Chiesa. La Chiesa, in particolare, ha percorso un lungo

cammino, nel corso del quale si è trovata a dover aggiornare più volte, nella fedeltà al cuore di

Cristo, i modelli di formazione al presbiterato alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Un

simile cammino dovrà costantemente essere percorso. Ciò vale particolarmente per il nostro tempo,

segnato dalla grande rapidità dei mutamenti culturali, sociali e antropologici, che ridisegnano, se

non proprio rivoluzionano, le concezioni dell’identità sessuata, della dimensione erotico-affettiva,

della forma di famiglia tradizionale fondata sul matrimonio eterosessuale. Se è vero, quindi, che il

seminario in quanto tale resta una struttura e una risorsa essenziale per la vita della Chiesa, è

altrettanto vero che la riflessione sui vecchi e nuovi problemi della formazione sacerdotale – in

particolare: la disciplina interna e le forme d’interazione tra Seminario e vita diocesana e cittadina –

è e continuerà ad essere necessaria e urgente, nella consapevolezza che la vera riforma della Chiesa

deve partire sempre dal suo interno: dai presbiteri e dai consacrati, quindi anche di coloro che nei

Seminari si preparano ad esserlo “all’altezza dei tempi”.

 

Ecco, allora, il perché del «fare memoria», che non è una manifestazione di nostalgica laus

temporis, bensì celebrazione per attualizzare il passato; per salvarlo dall’oblio se ne attualizzano i

significati per l’oggi, ricontestualizzandone la verità più profonda e permanente. Come scriveva

proprio Hubert Jedin esattamente mezzo secolo fa,

«il Seminario tridentino è stato una creazione nuova, non ben precisata sotto ogni riguardo, circa

la quale non si potevano avere ancora esperienze. Bisogna dunque tanto più apprezzare la

lungimiranza ed il coraggio dei Padri Conciliari, i quali indicarono la nuova via della formazione

ecclesiastica. Il Decreto della Sessione XXIII sta all’inizio di un lungo cammino, che doveva essere

ancora percorso dagli Istituti da esso creati. Esso non voleva dar luogo ad una pietrificazione. Il

Seminario doveva – e deve anche nei nostri giorni – adattarsi alle esigenze concrete dei tempi,

perché solo così può mantenere e tramandare lo spirito nel quale è stato creato dai Padri del

Concilio di Trento»

.

† Vincenzo Bertolone

 

Tags: , , , , , , ,

Comments are closed.