Riscoprire la gioia del perdono

giu 15th, 2013 | By | Category: Mondo Cattolico
È un fatto difficilmente contestabile che i più ostinati antagonisti del Maestro siano stati proprio gli uomini religiosi del suo tempo. Non si tratta qui di rispolverare accuse di deicidio che come tali non possono essere attribuite mai ad un popolo, ma semmai ad un atteggiamento che trova spazio tra quanti fanno professione di fede. Già questa constatazione dovrebbe mettere in allarme quanti per esperienza e perfino per competenza si sentono parte di un club di eletti, senza magari dirlo, ma sotto sotto pensandolo. Questa categoria di persone autosufficienti è la più lontana da Dio, ma rischia di far fare brutta figura a Dio stesso, ridotto ad essere il garante dell’ordine prestabilito, di cui alcuni sarebbero i burocrati attendenti. Insomma un problema in più per chi è faticosamente alla ricerca di un senso. Anche tra di noi non mancano “rigoristi” – spesso assai presenti nel mondo della Rete – dove pensano di poter spargere a piene mani sentenze e giudizi, sempre pronti a spaccare il capello in due, volenterosi nel creare precisi perimetri di appartenenza che dividono chiaramente le persone in due categorie: quelli che sono ‘dentro’ e quelli che stanno ‘fuori’, gli ‘ortodossi’ e gli altri. Dimentichi di quanto già Agostino aveva chiaramente stigmatizzato: “Molti di quelli che sembrano dentro sono fuori” e viceversa – potremmo aggiungere noi -: “Molti di quelli che sono fuori sono dentro, in realtà”. La pedagogia del Maestro lascia intendere che qui più che di fronte a due categorie di persone siamo di fronte a due diversi atteggiamenti che possono ritrovarsi talora nella stessa persona. Lasciamoci dunque ispirare dal Vangelo che ha al suo cuore la dialettica con i farisei che non sono tanto una classe ma il simbolo di un rifiuto tragico che l’evangelista Matteo in un passo parallelo ha descritto in modo ancor più colorito: “Giovanni venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto” (Mt 31, 32).
36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.  39 A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». 
Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 
47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
Per due volte il testo di Luca fa riferimento al fariseo, quasi a voler rimarcare il primo attore della vicenda. Siamo abituati a questa controversia con il mondo farisaico che non esitava a definire Gesù “un mangione e un beone amico dei pubblicani e di peccatori” (Lc 7, 34). Stavolta Gesù va a finire proprio in casa di uno di loro. Forse non è senza ironia il fatto che l’amico dei peccatori accetti di stare a mensa  con uno di quei giusti che proprio a motivo della loro giustizia hanno bisogno di conversione. È che il fariseo è un tipo serio, che non va banalizzato, è anzi drammatico, legato com’è al tentativo di vivere quanto più gli è possibile secondo la voce della coscienza. Il fariseo è il cavaliere della coscienza, della distinzione rigorosa fra bene e male, dell’accettazione intransigente di tutte le conseguenze, che ne derivano. Senonché proprio questa forma di rigore è anche il suo dramma. Tende infatti a non riconoscere che la differenza non può farla lui, ma solo Dio. Per questo tende fatalmente a diventare intollerante perché misura tutto sulla base del suo presunto essere giusto. Quando manca un riferimento esterno a noi e la coscienza stessa finisce per essere non la voce di un Altro, ma il megafono di noi stessi, il rischio è di rinchiudersi nella propria presunta giustizia e restarne sopraffatti. Alla fine, il fariseo non sa mettersi in discussione, evita di lasciarsi coinvolgere e ritiene di poter sempre stare a testa alta. Basta poco però a Gesù per far capitolare Simone: “A chi si perdona poco, poco ama”. Dunque se non si ha il senso del limite proprio, se non si mette in crisi il proprio io, difficilmente si può sperimentare l’amore.
Di tutt’altra pasta è la donna che entra furtivamente e compie tre gesti in rapida sequenza che lasciano sbigottiti gli astanti. Se già la sua presenza era un fatto audace giacché in casa di farisei difficilmente era ammessa una donna, a maggior ragione per una del suo stato. Lei bagna i piedi del Maestro, poi li asciuga con i capelli, quindi li profuma con olio. Si tratta di gesti teneri che hanno una oggettiva forma seducente, anche se lei intende solo manifestare il suo amore a colui di cui aveva sentito parlare e verso il quale si sente attratta, non percependo alcun giudizio previo di condanna. Quel che ancora è più sconcertante è tuttavia l’atteggiamento di Gesù che accetta le effusioni d’affetto senza battere ciglio. Se si trattasse veramente di una prostituta, Gesù, lasciandosi toccare, ne contrarrebbe l’impurità. Un comportamento scandaloso che il fariseo non può non rilevare. Ma tant’è. Questa scelta del Maestro che si lascia avvicinare e perfino toccare dalla donna dice cosa si intenda per amore casto. Non la chiusura ai sentimenti autentici e alla relazione con l’altro diverso da sé, ma la capacità di essere accogliente e rispettoso allo stesso tempo, senza trattenere nulla e conservando quella capacità di essere insieme trasparenti, tolleranti e teneri. Casti non si nasce, si diventa. E la vita si rivela un cammino che mette nel conto di attraversare necessari momenti di chiarificazione perché mai come nell’amore si nasce… imparati.
“La tua fede ti ha salvato” non significa che ha meritato di essere perdonata perché si è sottoposta ad alcuni gesti di singolare affezione. Sarebbe un modo per rientrare dentro la logica del do ut des, ma, appunto, perché ha creduto e per questa ragione sentendosi accolta ha voluto manifestare il suo amore. Questa prospettiva del perdono che va prima sperimentato per poter essere donato va rimarcata. Solo chi ha sperimentato questa forza dell’amore senza ragione troverà la forza per fare altrettanto. Ecco perché da questa pagina di Luca nasce un invito a riscoprire la gioia del perdono. È importante parlare di questa gioia proprio a chi si sente colpevolizzato, giudicato, escluso perché c’è chi brandisce a cuor leggero la morale dei farisei. Questo non significa per contrasto predicare o giustificare un facile permissivismo. L’amore infatti è quanto di più esigente e il perdono non ammette mezze ammissioni, reclamando invece una completa confessione. Altro però è respirare un’atmosfera di fiducia, di speranza e di gioia, altro è cogliere nell’aria un giudizio previo che schiaccia e uccide il peccatore piuttosto che contrastare il peccato. Finalmente con Gesù di Nazareth non ci si trova più di fronte a una legge dura, impersonale e impassibile, ma ci è dato di incontrare una voce calda: “La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”.
Ha scritto monsignor Tonino Bello: “La fede ci fa credenti, la speranza ci rende credibili, solo l’amore ci fa creduti”. Come dargli torto?
 Domenico Pompili
Sottosegretario Cei e direttore Ufficio nazionale comunicazioni sociali
Fonte Copercom
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