Religiosità: tra fede e superstizione

mag 21st, 2013 | By | Category: Cultura

Nell’Aula Magna dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro si è svolto un incontro nel quadro del “Cortile dei gentili” voluto dal Pontificio consiglio della cultura

Saluto del Rettore dell’Università prof.Aldo Quattrone

Con il sano orgoglio dell’appartenenza al­l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, il Rettore prof. Aldo Quattrone ha accolto con gioia e gratitudine tutti i partecipanti allo in­contro del Cortile dei Gentili, che costituisce un momento prezioso di alto livello culturale, un’importante occasione per orientare lo sguardo della mente verso livelli più elevati,

Il Rettore A. Quattrone

in un periodo storico dominato dal relativismo, in cui «è sempre più difficile andare oltre l’imme­diato» e cresce sempre più il divario tra la “res significans” e la “res significata”, cioè l’incoe­renza tra ciò che si vuole testimoniare e la forza espressiva di chi testimonia. «La scelta del­l’Università quale luogo antropologico di in­contro realizza una nostra aspettativa e suscita la nostra gratitudine; questa scelta costituisce per tutti noi un privilegio e una sfida, perché tende a porre un argine alla fuga dei cervelli: anche qui è possibile promuovere l’incontro e l’armonia tra i vari saperi».

 

Saluto dell’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, S.Ecc.Mons. Vincenzo Bertolone

Il Cortile dei Gentili è un luogo franco, accessi­bile a tutti, un luogo di libero confronto fra tutti coloro che hanno veramente a cuore la polis, sulla base di argomenti interessanti, coerenti e rigorosi. Secondo gli orientamenti del Concilio Vaticano II, il dialogo fra le persone e fra le di­

L'Arcivescovo Vincenzo Bertolone

scipline può avvenire solo se si è capaci di ascoltare le ragioni degli altri, se ognuno trova posto nel cuore dell’ altro, se i rapporti sono im­prontati al rispetto e alla comprensione; solo così le varie prospettive possono trovare un co­mune punto di convergenza. Etica, religiosità e corresponsabilità sono i tre elementi comuni su cui le varie prospettive e le diverse discipline (scienze fisiche e naturali e scienze umane e antropologiche) possono incontrarsi. L’autonomia morale delle discipline fisiche non può arrivare alla definizione di ciò che è bene o male; questo ruolo spetta alla religione, mai relativa ma sem­pre assoluta poiché inerente al rapporto col di­vino, con l’Assoluto; e il divino non è mai in antitesi con l’umano ma è sempre fedelmente presente nella storia dell’uomo. La religiosità porta ad un ethos condiviso, mentre la corre­sponsabilità consiste nel dovere di rispondere insieme, nella libertà e nell’uguaglianza, delle azioni compiute.La Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo costituisce una solida base per la costruzione di un mondo più giusto se­condo i principi di libertà, uguaglianza e fra­ternità, proclamati in seguito alla rivoluzione francese ma di matrice certamente cristiana. L’apporto specifico dei cristiani alla realizza­zione del bene comune consiste nella gioia di servire, nel proseguire il cammino di ricerca, nell’incarnare la propria fede.

 

Dalla relazione del dott. Michele Prestipino

La religiosità dei meridionali, e dei siciliani in particolare (ma anche dei calabresi), si presenta con vari aspetti particolari, esteriori e coreo­grafici, espressivi di una fede cristiana distorta, mescolata con elementi di idolatria e supersti­zione profondamente radicati, già presenti alla fine del XIX secolo; questi aspetti sono interes­santi e importanti per conoscere non soltanto le forme espressive della religiosità popolare ma anche le tradizioni e il linguaggio della so­cietà criminale mafiosa e quindi per rendere più efficaci gli interventi di contrasto alla mafia messi in atto dall’ autorità giudiziaria e dalle forze di sicurezza. Seppure fonti di sorriso amaro, è interessante ricordare alcuni fatti “religiosi” sorprendenti, come ad esempio le pre­ghiere d’invocazione e di ringraziamento rivolte a S. Rosalia da un killer palermitano che si recava in una chiesa prima e dopo l’esecu­zione di un omicidio commissionato dal suo boss.

Molte immagini sacre di Padre Pio sono state trovate nel portafoglio di boss mafiosi (come Bernardo Provenzano, catturato 1’11 aprile 2006), mentre nei bunker dei criminali latitanti sono spesso reperibili al momento della cattura numerosi quadri a soggetto religioso, calendari di Padre Pio, scritte “religiose” sulle pareti, quali “Dio, proteggi questo bunker”, oppure “pizzini” (bigliettini) con riferimenti religiosi, versetti biblici o formule liturgiche apparente­mente indicativi di alta spiritualità; in verità si tratta non tanto di preghiere quanto piuttosto di scongiuri e formule scaramantiche, mentre l’uso di nomi sacri, versetti biblici e formule li­turgiche è spesso strumentale, con l’intenzione di indicare idee, persone o attività criminali specifiche che non si vuole citare esplicita­mente. Questo sistema di comunicazione, adot­tato dalla mafia in seguito alla dura e inattesa reazione dello Stato alle stragi mafiose del 1992 e alla perdita del proprio potere conseguente all’impegno dei collaboratori di giustizia, è fi­nalizzato ad arginare le grandi falle provocate da questi ultimi, a ristabilizzare l’organizza­zione mafiosa, a riavvicinare l’organizzazione mafiosa alla gente e al territorio, a recuperare l’identità, l’autorità e il consenso sociale, a le­gittimare il potere mafioso. Di fronte a questa sfida della distorsione strumentale della reli­giosità cristiana,la Chiesadeve lottare per la legalità e resistere con tutte le sue forze, ag­giungendo l’apporto specifico della sua tradi­zione bimillenaria.

 

Dalla relazione del dott. Giuseppe Pignatone, Procuratore Generale della Repubblica di Roma

Oltre che un’ organizzazione criminale, la mafia può essere considerata un modello” culturale” appreso nella propria famiglia ancor prima del­l’età della ragione, quando un bambino vive in ambienti dominati dalla prepotenza, dall’op­pressione politico-economica, dall’ obbedienza cieca, dalla vendetta, dalla distinzione dei vi­cini di casa in amici e nemici e non ha alcuna possibilità di conoscere e sperimentare un mo­dello diverso di relazioni umane. Secondo una ricerca effettuata dall’Università di Palermo nel 2005, di fronte alla sfida mafiosa anche la Chiesa si trova impreparata, divisa e conflit­tuale, considerando che 30 sacerdoti su 100 ri­tengono  la mafia un problema di competenza di magistratura  e polizia, un problema che non riguarda e non interpella l’impegno pastorale. Il silenzio e l’indifferenza sul tema della mafia (ancora molto diffusi a Reggio Calabria), la passività, l’individualismo, l’accettazione del malcostume (in tutte le varie categorie sociali), gli atteggiamenti ambigui senza uno schieramento chiaro e coraggioso nel campo della legalità e della giustizia provocano un progressivo avve­lenamento della società e rendono ancora più pericolosa la struttura criminale mafiosa e an­cora più lontano un futuro migliore, con più ampi spazi di libertà. La scalata sociale con­nessa alla mafia è illusoria. Il cambiamento non è impossibile, purché si prenda coscienza dei problemi, si rompa il silenzio, si superi l’atteg­giamento da spettatori inerti e si agisca in­sieme, congiungendo tutte le forze sane nello spirito della “santità media” quotidiana.

Dalla relazione del Cardinale Gianfranco Ravasi

Citando una battuta del filosofo inglese Hume (XVIII secolo), il Card. Gianfranco Ravasi ha ri­cordato che gli errori della filosofia sono sem­pre ridicoli, ma gli errori della religione sono sempre pericolosi, come anche oggi è possibile constatare pensando alle terribili conseguenze del

Il Cardinale Gianfranco Ravasi

fondamentalismo religioso. Dunque è ne­cessario distinguere la religione dalla fede, che corrisponde al punto più alto della passione umana: non tutti ci arrivano ma nessuno può andare oltre. La religione può essere imposta, ma la fede non è suscettibile di imposizione perché è una libera disposizione dell’ animo ad affidarsi totalmente all’Onnipotente, con il co­raggio di lasciare tutte le proprie sicurezze e tutti i propri appoggi, con il coraggio del pa­triarca Abramo, che uscì dalla sua terra per an­dare in un paese ignoto e rimase poi fedele alla volontà di Dio anche quando questa gli sem­brava crudele e incomprensibile (sacrificio del figlio Isacco). Il distacco dalle proprie sicurezze, come per un neonato il distacco dal seno materno, è forse un momento doloroso, ma è il momento più significativo della conquista della propria libertà necessaria per un vero atto di fede: lo svezzamento di un bambino, per quanto fonte di sofferenza immediata, è il più grande gesto di amore che una mamma possa fare verso il suo figliolo, gesto che lo avvia sulla strada dell’autonomia e della libertà.

La religione è invece un comportamento glo­bale sociale, caratterizzato da una specifica ri­tualità ma non sempre accompagnato da un’autentica fede, che anzi a volte è totalmente assente, perfino in un prete, che è funzionario del culto, La fede ha bisogno della religione come forma di manifestazione collettiva esterna, ma senza la fede, senza la dimensione dell’esperienza personale dell’incontro con Dio, la religione diventa un guscio vuoto e apre le porte alla superstizione,

Un’ altra doverosa distinzione è quella tra “sacro” e “santo”: la sacralità è tipica dei segni e gesti rituali e costituisce oggetto di studio della teologia e dell’antropologia culturale; la santità è invece una categoria etica ed esisten­ziale che dà sostanza e significato alla sacralità, In conseguenza la fede genera un’ etica e un im­pegno sociale: di fronte alla realtà sociale chi è dotato di un’ autentica fede religiosa non può tacere né rimanere nel tempio ma deve aprire le porte ed entrare nella società, mantenendo gli occhi aperti sulla storia e lottando contro ogni struttura di peccato che offende Dio e l’uomo, immagine di Dio nel mondo, nel tempo e nello spazio.

 

 

Fonte Comunità nuova

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