Dovere di interferire dei cristiani

mag 14th, 2013 | By | Category: Primo Piano
Sono passati vent’anni. Quel giorno, 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II è in Sicilia, ad Agrigento.
Prima di celebrare la Messa dalla Valle dei Templi, davanti a migliaia di persone, incontra in forma riservata i genitori di Rosario Livatino, giovane magistrato ucciso da Cosa Nostra. Il «giudice ragazzino» l’aveva apostrofato qualcuno, infastidito dalla trasparenza e dal rigore con cui quel giovane, animato da una profonda fede cristiana, viveva la sua missione di magistrato. L’incontro tocca nell’intimo Wojtyla, tanto che da lì a poco, alla fine della funzione, accade qualcosa d’inatteso. Parlando a braccio, il Papa chiama i siciliani «popolo che ama la vita, così attaccato alla vita, oppresso da una civiltà della morte». E aggiunge, la voce scossa dall’indignazione: «Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!».
Queste parole suscitano un’eco enorme in Italia e nel mondo. Mai la Chiesa aveva così esplicitamente condannato le mafie e la falsa religiosità dei mafiosi. Che infatti non tardano a reagire. Il 27 luglio la dinamite danneggia a Roma le chiese di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro. Il 15 settembre viene ucciso a Palermo don Pino Puglisi e qualche mese dopo, a Casal di Principe, don Peppe Diana.
Ma per capire l’effetto provocato, nei boss di Cosa Nostra, dall’invettiva del Papa, bisogna leggere un passo delle confessioni di un mafioso di primo livello, Francesco Marino Mannoia, raccolte quella stessa estate dai magistrati. «Nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile – dice – ora invece Cosa Nostra sta attaccando la Chiesa perché si sta esprimendo contro la mafia. Gli uomini d’onore mandano messaggi chiari ai sacerdoti: non interferite».
Cosa significa allora ricordare oggi le parole del Papa (a cui fecero eco, va detto, quelle di Benedetto XVI a Palermo nel 2010, quando definì la mafia «strada di morte»)? Cosa vuol dire tornare con la mente e il cuore a quella denuncia che risuonò come una profezia, e come una profezia seppe indicare una strada verso il futuro e al contempo rischiarare un passato avvolto da troppe ombre?
Credo che la parola chiave sia proprio in quel verbo: interferire.
Interferire vuol dire esercitare la parresìa, quel «parlare chiaro» che è il contrario dell’ipocrisia, della parola che nasconde e che confonde. «Laddove viene messa a rischio la dignità delle persone, e laddove viene umiliato, soffocato, un progetto di giustizia, la Chiesa ha il dovere di parlare» chiarisce «Educare alla legalità» documento della Cei del 1991.
Ma, prima ancora, interferire significa parlare con la propria vita e le proprie scelte, lasciare che siano i nostri comportamenti a testimoniare il nostro desiderio di giustizia e la ricerca di verità.
Tutti, allora, siamo chiamati a interferire. A cominciare dalla Chiesa, dove a fronte di tante espressioni d’impegno e di coraggio – di cui sono il primo a stupire e gioire nel quotidiano incontro con le comunità, le associazioni e le realtà di ogni parte d’Italia – ci sono state, e a volte persistono, inammissibili prudenze e reticenze. Non solo l’incompatibilità fra il Vangelo e le mafie non è stata rimarcata con la necessaria radicalità, ma si è persino ammessa la devozione mercenaria con cui gli«uomini di onore» cercano di accreditarsi come uomini di fede. Quella devozione che portava un Bernardo Provenzano a scrivere nei «pizzini» frasi come «il Signore vi protegga e vi benedica» e altri boss a versare quote per finanziare la festa patronale, a patto che la processione passasse sotto casa e tutti, al passaggio, mostrassero la dovuta deferenza. «Non si potrà mai capire – ha scritto padre Bartolomeo Sorge – come mai i promulgatori del Vangelo delle Beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione.
Il silenzio, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni».
Ma interferire è compito anche di tutta la comunità cristiana. La fede, occorre ribadirlo, non è un salvacondotto, non ci esonera dalle responsabilità della vita sociale e civile. Credere in Gesù Cristo
non comporta solo dare accoglienza ai fragili e ai bisognosi. Implica saldare lo slancio del cuore con l’impegno affinché siano riconosciuti i diritti di tutti, e quindi siano rimosse le cause che generano la povertà e l’ingiustizia. Se manca questa tensione «politica» – questo desiderio
d’interferire, appunto – la dimensione spirituale rischia di ripiegarsi in se stessa, diventare un percorso di sterile edificazione personale, un sedativo di quelle inquietudini che rendono viva una vita.
In ultima istanza, però, interferire è compito di tutti, indipendentemente dalle appartenenze religiose, politiche, culturali. È certo vero che da quel lontano maggio 1993 non si sono più verificate stragi di vittime innocenti di mafia, così come è vero che da allora sono emerse esperienze straordinarie, a cominciare da quelle sorte sui beni confiscati alle organizzazioni criminali e restituiti all’uso sociale. Questo non significa, però, che le mafie si siano indebolite. Si può dire, anzi, che abbiano trovato nell’idolatria della ricchezza, nella legalità «malleabile» – ad personam – nella perdita del lavoro e nel rifiorire potente della corruzione l’habitat ideale per incubare e propagare la loro peste.
Ecco allora il bisogno d’interferire, sostituendo l’egoismo con la responsabilità, l’immagine con la sostanza, l’indifferenza con la coerenza.
Rosario Livatino che – amo credere – ispirò quel giorno la denuncia del Papa, lo aveva sintetizzato in modo formidabile: «Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili».
don Luigi Ciotti
fonte La Stampa

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