Gesù e la Resurrezione

mag 5th, 2013 | By | Category: Distretti e Club

 Il Preside della Facoltà di teologia di Genova, abate Davide Bernini, ha presentato, alla riflessione dei soci di Genova Nervi, un’interessante sintesi delle analogie e delle diverse sottolineature teologiche, nei  quattro vangeli, sul tema della Risurrezione

 

Don Bernini ha subito osservato che non sempre viviamo in pienezza il tempo liturgico di Pasqua, mentre abbiamo interiorizzato meglio la Quaresima, vista come periodo fecondo di preparazione alla Pasqua. Ma l’evento cardine dell’anno è proprio la Pasqua, e pure l’Eucaristia domenicale si configura come Pasqua settimanale. Entrando nel vivo del tema dell’incontro, il relatore ha evidenziato che nessun evangelista ha assistito al momento della Risurrezione di Gesù, ma tutti lo hanno poi incontrato. Dai racconti delle apparizioni (ai discepoli e alle donne), emergono le sottolineature teologiche degli autori, ma con elementi comuni, che attraversano i quattro Vangeli. 

In primo luogo, il riferimento al sepolcro vuoto: la ricerca archeologica dimostra che i racconti  evangelici sono coerenti con le modalità di sepoltura della tradizione ebraica (in sintesi, tombe scavate nella roccia, spazio centrale che accoglieva il corpo, due spazi ai lati per inserire altre salme; una grande pietra rotonda, disposta davanti all’ingresso del sepolcro, ne assicurava la chiusura).

. Il sepolcro vuoto è ricordato in tutti e quattro i Vangeli e ha una forte portata storica. Pure coloro che negavano la Risurrezione, riconoscevano che il corpo di Gesù non c’era più. Maria di Magdala è la prima a recarsi al sepolcro, “di buon mattino, quand‘era ancora buio”. (E non era solo buio fisico, lascia trapelare, con il suo linguaggio simbolico, il quarto evangelista). Dunque, Maria, vedendo ribaltata la pietra, corre da Pietro e Giovanni, ai quali esprime tutto il suo turbamento: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto” (Gv 20, 1-2),

Il sepolcro vuoto indica che il Risorto è lo stesso Gesù della storia, crocifisso durante l‘occupazione romana del territorio ebraico. Non è un altro Gesù. Secondo la nostra fede (fondata sui racconti evangelici), Gesù è davvero risuscitato, il che equivale a riconoscere, non solo che vive tuttora, ma che la Risurrezione è un evento e non solo un simbolo.

Circa l’annuncio della Risurrezione, i quattro evangelisti, pur con descrizioni differenziate, sono concordi nell’affermare che le donne hanno ricevuto l’annuncio[1] da qualcuno (un giovane, due angeli, due uomini).[2] Don Bernini ha poi compiuto un interessante excursus in campo artistico, evidenziando che il sepolcro vuoto viene rappresentato come lo spezzarsi dell’ultimo legame, quello del nostro nemico finale (la morte), la cui sconfitta è seguita dalla conseguente apertura dei cieli.[3]

Ma anche i tempi e le modalità dell’annuncio hanno grande importanza teologica: non c’è subito l’incontro con Gesù, ma prima l’annuncio alle donne e l’invito, riferito dai quattro evangelisti, a non aver paura! Qui la paura non va intesa come panico, ma rinvia a un  mistero che  sconvolge, così come avvenne con l’Annunciazione a Maria. L’invito a non aver paura segnala che stanno entrando in contatto con un mistero che le supera (ma non le schiaccia). La Risurrezione sollecita la loro fede, non con la presenza di Gesù, ma viene chiesto loro, come a noi, di accogliere un messaggio, una parola. E sono chiamate a farsi, a loro volta, annunciatrici del Cristo risorto.

L’abate Bernini si è poi soffermato sull’incontro con il Risorto, rimarcando che Gesù non vuole offrire una prova schiacciante, né cerca una rivincita. L‘intento primario non è di dimostrare che ha sconfitto i suoi carnefici. Se la logica della Risurrezione fosse questa, allora sarebbe dovuto apparire a Pilato, ai sommi sacerdoti, a quelli che lo hanno condannato. Invece, appare a coloro (le donne, i discepoli) che, anche attraverso questo evento, vengono sollecitati ad accoglierLo nella fede.

E’ interessante notare che se gli incontri con Gesù fossero inventati, gli evangelisti non avrebbero tirato in ballo le donne, la cui testimonianza, secondo la tradizione ebraica (confermata pure dal Talmud), non era ritenuta valida. Ma la fragilità giuridica di queste apparizioni rientra nella logica della Risurrezione, che domanda la fede, ma non la determina (Gesù non ha voluto dire: ora vi faccio vedere io!). La presuppone, non la costituisce, se mai la rafforza, le dà fondamento. I discepoli, uomini di poca fede come noi, restano spiazzati: quando incontrano Gesù, fanno fatica a riconoscerlo e la Maddalena lo scambia addirittura per il giardiniere.

Va aggiunto che, rispetto all’esperienza sensibile che i discepoli avevano conosciuto prima della Croce, vi sono delle diversità nel corpo risorto (Gesù appare, scompare, non è riconoscibile facilmente, entra a porte chiuse) . D‘altra parte, vi sono segni che riportano a un’immagine di continuità (Gesù mangia il pesce con loro, mostra i segni dei chiodi nelle mani, nel costato). Vedendo i segni del corpo martoriato, i discepoli gioiscono, non perchè si compiacciano della violenza subita da Gesù. Ma perché quei segni mostrano fin dove si è spinto l’Amore di Dio per l’uomo peccatore. Sono segni indelebili, come sarà indelebile l’Amore che sapremo vivere e lasciare in ricordo su questa terra.

Il relatore ha poi accennato all’esperienza di Paolo, che incontra Gesù dopo l’Ascensione. E‘ un incontro diverso rispetto ai Dodici: sente una voce, vede una luce, intuisce lo splendore del Cristo risorto, il cui aspetto però resta misterioso. Paolo cerca di spiegare il mistero con la metafora del chicco di grano che si trasforma in spiga, ma che “non prende vita, se prima non muore” (I Cor 15, 36). Analogamente, dal seme del nostro corpo materiale si arriverà alla spiga del corpo spirituale (con la stessa continuità ontologica che unisce il seme alla spiga). Dunque, la materia è buona, non si oppone allo spirito (visione ellenista), ma viene trasformata, abitata dalla potenza dello Spirito.

Infine, un cenno al caso di Tommaso il quale, più che essere incredulo, rivendica il desiderio di vedere Gesù, come gli altri discepoli. Quando poi avviene l’incontro,  diventa testimone del Risorto anche a nostro beneficio, cioè soddisfa un desiderio che è pure il nostro. Il credente di oggi crede senza aver visto, ma perché qualcuno (i Dodici e gli altri testimoni della Risurrezione) hanno visto. A conclusione della serata, don Bernini ha ricordato che il Cristianesimo non è una dottrina etica, una teoria filosofica, ma l’annuncio di un evento, il più grande della storia: l’Incarnazione e la Risurrezione di Gesù Cristo.

 Sergio Borrelli



[1] Nei sinottici l’annuncio viene rivolto a due o più donne, mentre Giovanni cita solo Maria di Magdala, che riceve l’annuncio durante la seconda visita al sepolcro. Lì Maria torna, in coda a Pietro e Giovanni, dai quali era corsa, turbata e spaventata, dopo aver visto, nella prima visita, la tomba vuota.

[2] Matteo parla di un angelo il cui “aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve” (Mt 28, 3); Marco evoca un giovane “vestito d’una veste bianca” (Mc 16, 5); Luca ricorda due uomini che appaiono “in vesti sfolgoranti” (Lc 24, 4); Giovanni parla di “due angeli in bianche vesti” (Gv 20, 12).

[3] Nelle icone più antiche le porte degli inferi vengono rappresentate come le pietre di un sepolcro spezzato. La pietra rotolata via diventa segno dell‘incontro con Gesù, e la tomba viene raffigurata come una culla. Così, culla e tomba, che parlano della nascita e della morte di Gesù, diventano interscambiabili, la tomba viene vista come una culla e viceversa.

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