Una salvezza che arriva da Altrove

apr 28th, 2013 | By | Category: Cultura
ESERCIZIO DI RICERCA DELLA FEDE/6. LA DIFFERENZA TRA L’IO DELL’UOMO E IL TU DI DIO
La sequenza nel nostro Paese dell’elezione del Papa prima e ora del presidente della Repubblica, insieme alla mancanza da ormai due mesi di un Governo stabile per la nazione, risveglia una questione che, a volte, è stata censurata. Mi riferisco alla figura del padre e alla sua scomparsa che, non a caso, puntualmente riemerge in occasione di turbolenze collettive. In questi casi si fa strada la domanda di un leader, di una figura autorevole che sciolga le incertezze dei figli e restituisca un orientamento condiviso. Se ne era fatto interprete un editoriale ripubblicato – dopo 15 anni – ‘qua tale’ lo scorso 24 marzo e intitolato non a caso: “Il padre non c’è più e il paese è impaurito”. È interessante ascoltare il pungolo del suo ragionamento: “Si credeva che l’indebolimento dei vincoli parentali fosse una conquista della modernità, affrancata una volta per tutte dai legami del sangue e della tribalità; si pensava che l’individuo, liberato dai ruoli e dalle usanze ripetitive della gerarchizzazione, recuperasse la sua responsabilità, la sua libertà e la pienezza della sua realizzazione. Ma queste acquisizioni si sono verificate soltanto in piccola parte. Nella maggioranza dei casi l’individuo, abbandonato alla sua solitudine, non ha trovato altro rimedio che quello di confondersi nel branco, cioè in un soggetto anonimo e indifferenziato, sorretto soltanto da motivazioni emozionali quali l’individuazione di un branco nemico, la pratica anche esteriore di segnali distintivi, la volontà di potenza del gruppo, la scelta di un capo cui delegare tutti i poteri di decisione. Il branco è un prodotto della modernità e al tempo stesso è lo sbocco più arcaico che si potesse immaginare”. Fine della citazione di E. Scalfari.
Ma come si è arrivati al branco? Secondo M. Recalcati – nel suo ultimo libro “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre” – il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre perché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano qui non c’è più il conflitto tra le generazioni (Edipo) né la deriva edonista e sterile (Narciso), ma una domanda inedita di padre, quasi una invocazione, che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra. C’è la possibilità che torni a comparire dal mare qualcuno per riportare nell’isola la parola? E non più sotto forma di legge, ma di testimonianza?
A questa domanda, la fede da sempre offre una sponda. La fede, infatti, tende sempre a rimarcare una differenza sostanziale tra l’io dell’uomo e il tu di Dio, al punto che la vera comprensione del comandamento ‘Non nominare invano il nome di Dio’ non è genericamente la bestemmia, ma la presunzione di poter circoscrivere Dio ai nostri bisogni e alle nostre idee. La radicale differenza tra l’uomo e Dio non annulla la relazione, ma la rafforza perché evita il rischio di un assorbimento dell’uno nell’altro, come vagheggia certa religiosità New agee la persistente simpatia che godono le espressioni religiose dell’Oriente. Proprio la pagina evangelica della prossima Domenica di Pasqua, assai concisa per quanto parte di un brano ben più articolato e segnato dalla polemica tra il mondo dei giudei e il rabbi di Nazareth, ce ne offre una possibile interpretazione. Ascoltiamola:
“In quel tempo, Gesù disse: ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola’”.
Gesù è circondato da un ‘branco’ di interlocutori aspri e incattiviti che ne rifiutano l’identità e ne mettono in dubbio l’autenticità. Per questo reagisce e contrappone a quest’atmosfera violenta e prevenuta, l’immagine di un gregge che è proteso e ispirato dal pastore. Ciò che colpisce è anzitutto la ‘voce’ che è percepita dalle pecore e che finisce per essere la strada da seguire. Dire voce non è un generico suono, ma rivela un rapporto che è fatto di ascolto e di obbedienza: la radice sanscrita vak,da cui voce proviene, infatti indica il ‘chiamare’ (da cui anche vocazione). Dunque le pecore ascoltano e quindi seguono. Proprio questa è la maniera che dà ad intendere un rapporto singolare tra Dio e l’uomo. Non siamo più di fronte al vuoto e al buio, ma la parola che proviene da Dio riempie il senso dell’isolamento e quello del disorientamento. Per questo la parola di Dio risulta una voce che è in grado di orientare il cammino, secondo la celebre espressione “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmo, 118). Di più la voce suggerisce una comunicazione che è sottile e insieme pervasiva e che come nel caso del rapporto tra la madre e un figlio riesce immediatamente inconfondibile. È a questo livello di profondità del rapporto che si costruisce una relazione matura con l’Assoluto, laddove non si pretende di dettare a Dio le nostre idee e i nostri punti di vista, ma anzitutto ci si apre all’incontro con l’Altro. Suggerisce pure la voce che la conoscenza passa prima di tutto dall’ascolto (‘ascoltare’ non a caso è il verbo più presente nella Scrittura). Esattamente come nell’apprendimento delle lingue straniere dove la fatica più ostinata è proprio quella di tacere e apprendere il ritmo e la fonetica dell’altro, per carpirne fino in fondo le sfumature.
Poi il Maestro chiarisce l’azione del pastore che non è un mercenario che bada solo alla propria sicurezza e sopravvivenza, ma si prende cura del gregge. È il contrario dell’adolescente il pastore! Non pensa a sé e non si lascia sopraffare dai suoi desideri, ma sposta l’attenzione sull’altro, anzi offre la vita per il suo gregge. Più di una volta i Vangeli evidenziano che Gesù avrebbe potuto cavarsela, mettendosi in salvo, se avesse scelto una logica di potere, piuttosto che di obbedienza al Padre. E invece sceglie di dare loro la vita eterna. L’immagine della mano che non ammette strappi dice di un rapporto che non può essere manomesso che dal diretto interessato. Nessuno può sottrarci alla presa del pastore per dire che c’è una volontà di salvezza unilaterale che non conosce incertezze e pentimenti da parte di Gesù Cristo.
Infine Gesù fa riferimento all’impossibilità di essere strappati dalle sue mani. “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Dietro l’assicurazione di non essere strappati via dal pastore c’è la sicurezza di un riferimento che non viene mai meno. Anche il Figlio non è mai solo. Ed è una cosa unica con il Padre. L’appartenenza a qualcuno è decisiva. È come il tornare del padre dal mare. Siamo stati tutti Telemaco. Abbiano tutti almeno una volta guardato il mare, aspettando che qualcosa da lì ritornasse. E qualcosa torna sempre dal mare. La fede consiste in questa apertura sempre coltivata di una salvezza che arriva da Altrove. Non c’è possibilità di venir fuori dal nostro incerto quotidiano che affidandosi alla Parola che con le struggenti espressioni della lettera ai Romani (8, 31-39) risuona ancora oggi così:
31Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Com’è scritto: ‘Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello’. 37Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati.38Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.
Domenico Pompili
Sottosegretario Cei e direttore Ufficio nazionale comunicazioni sociali
Copercom
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