Vescovo di Roma: ai giovani detenuti, non lasciatevi rubare la speranza

mar 30th, 2013 | By | Category: Apertura

Il pontefice ha visitato il carcere minorile di Casal del Marmo. – Citta’ del Vaticano, 28 mar – Inizia puntuale all’Istituto penale per minori (Ipm) di Casal del Marmo la Messa “in Coena Domini”, con il rito della lavanda dei piedi a 10 ragazzi e 2 ragazze, una italiana e una serba. Per espressa volontà di Papa Francesco, che ha “trapiantato” a Roma quella che a Buenos Aires era una consuetudine, la cerimonia è “estremamente semplice”: segue la liturgia classica del Giovedì Santo. Insieme al Papa concelebrano il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, e padre Gaetano Greco, cappellano del carcere minorile di Casal del Marmo. Presenti due diaconi, il primo del Seminario San Carlo, fra Roi Jenkins Albuen – terziario cappuccino dell’Addolorata, confratello di padre Greco – e due giovani del Seminario romano, di cui uno è vice-cappellano, padre Pedro Acosta, colombiano. Alla celebrazione partecipano 49 ragazzi dell’Ipm, 38 maschi e 11 femmine. Undici sono gli italiani e 38 gli stranieri, per lo più nordafricani e slavi.

Meno di cinque minuti, a braccio. Breve l’omelia di Papa Francesco a Casal del Marmo. Quasi a volersi concentrare su quello che viene subito dopo: lavare i piedi a 10 ragazzi e 2 ragazze, come Gesù fece con gli apostoli. “Questo segno è una carezza che fa Gesù”, le parole finali del Papa, “perché Gesù è venuto proprio per questo. È venuto per servire, per aiutarci”. “Questo è commovente, Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli”, le prime parole dell’omelia a commento del Vangelo di Giovanni. “Pietro non capiva, ma Gesù gli ha spiegato”, ha proseguito Papa Francesco: “Gesù, Dio, ha fatto questo! E lui stesso spiega ai discepoli. Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni degli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io”. “È l’esempio del Signore”, ha spiegato Papa Francesco ai ragazzi di Casal del Marmo: “Lui è più importante, e lava i piedi; fra noi quello che è il più alto, deve essere al servizio degli altri”. “Lavare i piedi”, dunque, “significa dire: io sono al tuo servizio. E anche per noi cosa significa questo? Che dobbiamo aiutarci”. “Aiutarci l’un con l’altro”: questo, per il Papa, “è ciò che Gesù c’insegna ed è quello che io faccio. E lo faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo, devo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore. Lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato”. “Ma anche voi aiutateci, aiutateci sempre”, l’invito del Papa ai ragazzi: “E così, aiutandoci, ci faremo del bene”. Adesso, durante la lavanda dei piedi, “ciascuno di noi pensi: davvero sono disposto, sono disposto a servire, ad aiutare l’altro? Pensiamo questo, soltanto. E pensiamo che questo segno è una carezza che fa Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo. È venuto per servirci, per aiutarci”.

Un grande applauso ha salutato l’ingresso del Papa nella palestra dell’Istituto penale minorile di Casal del Marmo, accompagnato da padre Leonardo Sapienza e dal ministro della Giustizia, Paola Severino. “Lei è il primo custode di questi ragazzi e delle loro speranze”, ha detto il ministro: “Sognano che la loro vita futura possa essere semplice e onesta, come le hanno scritto. Dopo che ha lavato i piedi a questi giovani e li ha guardati, ho visto tanto amore nei suoi occhi, e lo spirito di servizio che tutti noi dobbiamo avere”. Poi è stato il turno di Papa Francesco, che dopo aver ringraziato il ministro e le autorità si è rivolto ai ragazzi e ha detto loro: “Ringrazio voi, ragazzi e ragazze, per l’accoglienza. Sono felice di stare con voi. Avanti! Non lasciatevi rubare la speranza! Capito? Sempre, con la speranza, avanti”. Poi il Papa ha baciato e salutato le undici ragazze, una per una, che sono tornate a posto visibilmente commosse, come riferisce la radiocronaca esclusiva di Radio Vaticana, poi è stata la volta dei ragazzi. A tutti il Papa ha donato un uovo e una colomba. Alla domanda di un ragazzo sul motivo della scelta di Casal del Marmo, Papa Francesco ha risposto: “Le cose del cuore non hanno spiegazioni, vengono da sole”.

In mattinata Papa Francesco ha celebrato nella Basilica di San Pietro la sua prima messa del crisma, durante la quale i sacerdoti – circa 1600 – rinnovano le promesse fatte al momento della ordinazione e durante la quale vengono benedetti gli oli che durante l’anno liturgico verranno usati per i riti.
Nell’omelia Papa Francesco ha delineato l’identikit del sacerdote all’insegna della missionarietà e della capacità di raggiungere le ”periferie”, non solo geografiche ma anche esistenziali. Per un maggiore approfondimento si trascrive l’omelia del Vescovo di Roma

Cari fratelli e sorelle,

con gioia celebro la prima Messa Crismale come Vescovo di Roma. Vi saluto tutti con affetto, in particolare voi, cari sacerdoti, che oggi, come me, ricordate il giorno dell’Ordinazione.

Le Letture, anche il Salmo, ci parlano degli “Unti”: il Servo di Javhè di Isaia, il re Davide e Gesù nostro Signore. I tre hanno in comune che l’unzione che ricevono è destinata a ungere il popolo fedele di Dio, di cui sono servitori; la loro unzione è per i poveri, per i prigionieri, per gli oppressi… Un’immagine molto bella di questo “essere per” del santo crisma è quella del Salmo 133: «È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste» (v. 2). L’immagine dell’olio che si sparge, che scende dalla barba di Aronne fino all’orlo delle sue vesti sacre, è immagine dell’unzione sacerdotale che per mezzo dell’Unto giunge fino ai confini dell’universo rappresentato nelle vesti.

Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28,21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti!.

Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato, passiamo adesso a guardare all’azione. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge “le periferie”. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione, cari fratelli, non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido … e il cuore amaro.

Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo; questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore: “preghi per me, padre, perché ho questo problema”, “mi benedica, padre”, “preghi per me”, sono il segno che l’unzione è arrivata all’orlo del mantello, perché viene trasformata in supplica, supplica del Popolo di Dio. Quando siamo in questa relazione con Dio e con il suo Popolo e la grazia passa attraverso di noi, allora siamo sacerdoti, mediatori tra Dio e gli uomini. Ciò che intendo sottolineare è che dobbiamo ravvivare sempre la grazia e intuire in ogni richiesta, a volte inopportuna, a volte puramente materiale o addirittura banale – ma lo è solo apparentemente – il desiderio della nostra gente di essere unta con l’olio profumato, perché sa che noi lo abbiamo. Intuire e sentire, come sentì il Signore l’angoscia piena di speranza dell’emorroissa quando toccò il lembo del suo mantello. Questo momento di Gesù, in mezzo alla gente che lo circondava da tutti i lati, incarna tutta la bellezza di Aronne rivestito sacerdotalmente e con l’olio che scende sulle sue vesti. È una bellezza nascosta che risplende solo per quegli occhi pieni di fede della donna che soffriva perdite di sangue. Gli stessi discepoli – futuri sacerdoti – tuttavia non riescono a vedere, non comprendono: nella “periferia esistenziale” vedono solo la superficialità della moltitudine che si stringe da tutti i lati fino a soffocare Gesù (cfr Lc 8,42). Il Signore, al contrario, sente la forza dell’unzione divina che arriva ai bordi del suo mantello.

Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni. Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere la nostra vita sacerdotale passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente.

Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco – non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione – si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù.

Cari fedeli, siate vicini ai vostri sacerdoti con l’affetto e con la preghiera perché siano sempre Pastori secondo il cuore di Dio.

Cari sacerdoti, Dio Padre rinnovi in noi lo Spirito di Santità con cui siamo stati unti, lo rinnovi nel nostro cuore in modo tale che l’unzione giunga a tutti, anche alle “periferie”, là dove il nostro popolo fedele più lo attende ed apprezza. La nostra gente ci senta discepoli del Signore, senta che siamo rivestiti dei loro nomi, che non cerchiamo altra identità; e possa ricevere attraverso le nostre parole e opere quest’olio di gioia che ci è venuto a portare Gesù, l’Unto. Amen

Fonte: www.vatican.va

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