Ricordati degli schiavi

mar 24th, 2013 | By | Category: Primo Piano
E’ la richiesta fatta da Gustavo Vera, presidente di ”La Alameda”, a Bergoglio prima di partire per il Conclave. ”Se diventi Papa ricordati di 27 milioni di persone schiavizzate. Sarà un salto importantissimo nel mondo, un cambiamento rivoluzionario”. Il cardinale si scherniva: ”Non può essere. Ho 76 anni”
La stanza di Gustavo Vera, presidente di “La Alameda”, una organizzazione contro il lavoro in schiavitù e la tratta di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale, ha un’intera parete dove sono accatastate decine di scatole di cartone. Dentro ciascuna, i fascicoli completi di 150 denunce giudiziarie raccolte in pochi anni: storie di ragazze sfruttate sessualmente negli 8mila bordelli argentini, dove vengono trafficate 60mila donne; di migranti clandestini che lavorano 15 ore giorno a 250 euro al mese nelle centinaia di fabbriche tessili delle più note griffe di indumenti o scarpe; bambini impiegati nelle industrie avicole a contatto con sostanze velenose e mortali: le uova e i polli vanno a finire nella grande distribuzione mondiale. “La Alameda” chiama in causa marchi famosi come Adidas, Puma, Le Coque sportif, Arena, Carrefour…
Bergoglio con Nancy. Gustavo, tra una sorsata di mate e una sigaretta, apre il computer e commenta le foto sulla pagina Facebook dell’organizzazione. “Qui è il cardinale Bergoglio con Nancy, una ragazza costretta a prostituirsi. Era coinvolta in una brutta storia di sfruttamento e narcotraffico, c’erano di mezzo poliziotti e personaggi noti. Volevano ucciderla. Il cardinale, per proteggerla, si è fatto fotografare con lei. Di solito non concede molte interviste, ma in questi casi sa usare sapientemente i media”. Le foto scorrono: “Questa è la prima messa che ha celebrato con noi, il 1° luglio 2008, nella parrocchia Los Emigrantes, nel barrio La Boca”. C’erano un migliaio di cartoneros, il mestiere che i porteños (gli abitanti di Buenos Aires) hanno inventato per sbarcare il lunario dopo la crisi del 2001, raccogliendo dalla spazzatura cartoni e materiali riciclabili per rivenderli. “Pronunciò una omelia molto forte, divenuta storica”. Uno di questi cartoneros, Sanchez, era il 19 marzo in piazza San Pietro per assistere alla messa di inizio pontificato.
Minacce e attentati. Da allora, dal primo incontro nel 2008 nella stanza al 3° piano dell’arcivescovado in Plaza de Mayo, l’amicizia e l’appoggio morale e spirituale del cardinale Bergoglio non venne più a mancare. Il cardinale volle sapere tutto sul lavoro in schiavitù, sulla tratta di donne, le mafie, il narcotraffico e le connivenze di politici, funzionari e poliziotti, sulle minacce e gli attentati subiti da “La Alameda”: 18 tra incendi, sedi devastate e spedizioni punitive. In una Gustavo fu picchiato e finì in ospedale con 13 punti di sutura in testa. Bergoglio, da parte sua, raccontò delle situazioni gravi e dei pericoli simili che correvano i suoi preti e suore delle villas miserias. “La Alameda” è un’organizzazione laica, complessa e multiforme, e coinvolge persone di ogni credo e religione. Nonostante ciò, alcuni atei più convinti dicono ora, fieramente, di essere diventati “bergogliani”. Le messe pubbliche furono una sua idea e intuizione per sensibilizzare la gente su questi temi. Un traffico mondiale che tiene in schiavitù 27 milioni di persone in tutto il mondo.
La grande crisi del 2001. “La Alameda” nasce in seguito alla grande crisi del 2001, con il crollo economico dell’Argentina e l’impoverimento generale. Per trovare qualcosa da mangiare alcuni abitanti del barrio Avellaneda mettono in comune quel poco che hanno, riunendosi una volta a settimana nel parco cittadino. Nel giro di poche settimane la gente aumenta a dismisura, il cibo viene condiviso e distribuito quotidianamente. Una vera mobilitazione popolare che si trasforma in assemblea permanente. Si organizzano iniziative culturali, sociali, con un metodo di partecipazione dal basso per superare insieme le difficoltà. Nel frattempo, accanto al parco Avellaneda, fallisce uno storico bar. L’assemblea lo occupa. Dopo sette anni di lotte giudiziarie i cittadini lo ottengono in comodato d’uso. Oggi è la sede di “La Alameda” (www.fundacionalameda.orgwww.mundoalameda.com.ar), che ospita un comedor (una mensa popolare gratuita), laboratori tessili e di ceramica per bambini e adulti in fuga dai laboratori clandestini, sostegno scolastico e biblioteca. Da qui si irradiano quattro fronti di attività, che vanno dalle cooperative tessili ai mercati solidali, alla tutela dei diritti sindacali fino all’ultimo e più delicato fronte, quello dell’investigazione e denuncia del lavoro in schiavitù e il sostegno delle vittime. Su un canale apposito di YouTube “La Alameda” mette on line decine e decine di video raccolti con telecamere nascoste nei luoghi dello sfruttamento. In uno dei più drammatici si vede un bambino di 4 anni che lavora in una delle tante industrie avicole delle zone rurali. Parla all’interlocutore con leggerezza, come fosse un gioco, dei veleni con cui viene in contatto. A 6 anni quel bambino è morto.

Un excelente tempista. “Bergoglio ha incontrato decine e decine di vittime per aiutarle concretamente – racconta Gustavo -. Le riceveva a casa sua. Avevano sempre la precedenza su tutti. Lo abbiamo visto commuoversi. Ha una grande capacità di ascolto ed empatia. Conosceva a memoria le storie di ciascuno, e spesso le citava nelle omelie e nei suoi interventi pubblici”. Gustavo Vera lo descrive come “un uomo di cultura straordinaria, di grande sensibilità, unexcelente tempista che va a fondo delle cose e non ha paura di niente. Proprio come me. Per questo siamo amici”.

Lo chiamava “vice-papa”. Gli ultimi scambi di battute tra i due, al telefono, sono eloquenti. Gustavo, da quando il suo arcivescovo aveva preso 40 voti al conclave in cui fu eletto Papa Benedetto XVI, scherzava con lui chiamandolo “vice-papa”. A marzo, prima di partire per Roma gli fece una raccomandazione: “Se diventi Papa ricordati di 27 milioni di persone schiavizzate. Sarà un salto importantissimo nel mondo, un cambiamento rivoluzionario”. Il cardinale si scherniva: “Non può essere. Ho 76 anni”.

Patrizia Caiffa
Agensir
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