Concilio Vaticano II e Diritto canonico

mar 22nd, 2013 | By | Category: Apertura

“Il rapporto tra Concilio Vaticano II e Codice di diritto canonico in vigore è molto stretto. Quindi il Vaticano II è caratterizzato non solo da pastoralità ma anche da giuridicità e il Diritto canonico è collocato nel Mistero della Chiesa”. Con queste parole mons. Andrea Drigani,

Mons.Andrea Drigani

docente di Diritto canonico alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha introdotto la sua relazione all’incontro organizzato dal Serra Club Firenze su “Il rapporto tra Concilio Vaticano II e Codice di diritto Canonico del 1983. La rinuncia del Pontefice alla luce della tradizione ecclesiale” che si è svolto giovedì 28 febbraio nella parrocchia di San Piero in Palco.

“Giovanni XXIII – ha detto mons. Drigani – il 25 gennaio 1959 parlando ad un gruppo di cardinali nella sala annessa alla Basilica di San Paolo fuori le Mura faceva un triplice annuncio: l’intenzione di indire il Concilio ecumenico, la celebrazione del Sinodo diocesano di Roma e l’aggiornamento del Codice di diritto canonico del 1917. Quindi è necessario sottolineare l’opera di Paolo VI il quale al II Congresso internazionale di Diritto canonico asseriva che <<con il Concilio Vaticano II si è definitivamente chiuso il tempo in cui certi canonisti ricusavano di considerare l’aspetto teologico delle discipline studiate, o delle leggi da essi applicate. Oggi è impossibile compiere studi di Diritto canonico senza una seria formazione teologica>>. Paolo VI dà l’incipit per riavviare una riflessione teologica sul Diritto canonico ricordando che la Chiesa è una società sui generis e l’interpretazione nonché il commento del Diritto vanno fatti all’interno della vita della Dottrina teologica ecclesiale. Inoltre Paolo VI attua il Concilio con norme giuridiche poi inserite nel Codice di diritto canonico attuale promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983. È un Codice che non ha la rigidità del precedente riconoscendo altresì molto spazio al diritto delle chiese particolari”.

Sulla rinuncia di Benedetto XVI mons. Drigani ha messo in evidenza che “è un gesto legittimo e al contempo rivoluzionario. Legittimo perché previsto dal Diritto canonico. La rinuncia all’Ufficio pontificio viene introdotta nell’ordinamento giuridico della Chiesa da Bonifacio VIII nel 1298, quattro anni dopo l’abdicazione di Celestino V. Il vigente Codice riprende questa disposizione, già inserita nel primo Codice di diritto canonico. È un atto rivoluzionario considerate le circostanze che costituiscono un unicum nella storia: Benedetto XVI ci ha pensato in un contesto personale ed ecclesiale, diverso da quello degli altri papi che prima di lui hanno rinunciato. Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ut unum sint (1995) dice che bisogna ripensare al ministro petrino. Con questo atto Benedetto XVI ha proprio ribadito e rafforzato l’idea del ministero petrino spersonalizzando e non desacralizzando la figura del papa”.

Mons. Drigani ha concluso aggiungendo una postilla sulla modifica apportata nel 2007 da Benedetto XVI in materia di elezione del Pontefice spiegando che “Giovanni Paolo II nella Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis del 22 febbraio 1996 aveva previsto la possibilità che dopo 21 scrutini i cardinali elettori a maggioranza assoluta avrebbero potuto decidere di ridurre il quorum da due terzi alla metà più uno e addirittura fare il ballottaggio. Benedetto XVI riafferma che per l’elezione del papa è necessaria una maggioranza almeno di due terzi, soglia stabilità per la prima volta nel 1179 in una decretale di Alessandro III”.

Massimiliano Colelli

 

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