Dovere dei cristiani? non lasciarsi andare

feb 27th, 2013 | By | Category: Primo Piano
Ritornare “in alto” con lo slancio del cuore

don Domenico Pompili

Tra le tante cose lette, in occasione della rinuncia di Benedetto XVI al ministero di Vescovo di Roma, c’è anche la sottolineatura circa la tempistica predisposta. Papa Ratzinger avrebbe scelto di comunicare la sua decisione alla vigilia della Quaresima perché il tempo favorevole alla conversione fosse la premessa per una nuova stagione ecclesiale. La sua fine, insomma, ha da essere un nuovo inizio, esattamente come nell’esodo pasquale dalla morte si procede verso la vita. Che sia stato proprio così non è dato di saperlo con certezza. Resta però il dato oggettivo dell’11 febbraio, antivigilia del Mercoledì delle Ceneri, che mette in rilievo il carattere vincolante della stagione quaresimale, di cui abbiamo cominciato a muovere appena i primi passi.

In effetti, è proprio questo tempo forte quello in cui si riscopre un dato spesso dimenticato: per diventare cristiani è necessaria la forza del superamento, il resistere alla forza di gravitazione del lasciarsi andare. Se la vita è intesa comunemente come un adoperarsi contro la forza di gravitazione naturale che tende inesorabilmente verso il basso e trascina tutto con sé (basti pensare al declino fisico che porta con sé l’età), la possibilità di riscatto sta proprio nel sottrarsi a questo destino. Se ciò è vero per l’ambito biologico, a maggior ragione vale per la vita spirituale. L’uomo non diviene spontaneamente se stesso, assecondando i suoi impulsi o i suoi bisogni lancinanti; non lo diviene lasciandosi semplicemente andare; abbandonandosi alla gravità naturale del puro vegetare, ma lo diviene unicamente lottando contro la forza di gravitazione, in uno sforzo che è anche la riconquista della sua libertà sottratta alla sottomissione degli istinti, delle paure, dei pregiudizi. Siamo talmente superficiali che corriamo il rischio di non avvederci di questo e di essere ogni volta risucchiati da singole questioni, perdendo di vista la questione che coincide con il superamento di ciò che va verso il basso per liberarsi dalla dittatura dell’ovvio e del banale.
Per questo la Quaresima è un tentativo – ogni anno ricercato – di ri-salita, il che comporta evidentemente una presa d’atto che è ben più esigente che il semplice assecondare la discesa. Sarà forse per questo che l’episodio della Trasfigurazione, che andiamo a meditare, si apre con una annotazione geografica, collocando questa singolare esperienza ‘in alto sul monte’. Non solo – pare di capire – perché è sulle vette che compare il primo raggio di sole e l’ultimo che si lascia contemplare alla sera, ma perché è ‘in alto’che dobbiamo sempre ritornare con lo slancio del cuore se non vogliamo essere risucchiati ‘in basso’ dove si giace depressi e frustrati.
28Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva.
34Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.36Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Luca, a differenza degli altri Sinottici, menziona la preghiera. Anzi il verbo ‘pregare’ ricorre ben due volte. “Salì sul monte a pregare” e “Mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto”. Mentre Gesù vive un intimo e profondo rapporto con il Padre, solo per un attimo il suo volto cambia d’aspetto, riacquistando in realtà il suo vero aspetto. Non è un ‘altro’ volto, ma un volto ‘altro’, cioè con un’intensità che fa riferimento ad un orizzonte ‘altro’ rispetto a quello consueto. La preghiera quando è autentica produce una sorta di ‘straniamento’ rispetto al vivere consueto, non nel senso che ci allontana dalla vita nei suoi aspetti pratici, ma nel senso che ce ne fornisce una lettura diversa, allargata, con un orizzonte divenuto improvvisamente più vasto. Non si coglie mai abbastanza questo effetto del contatto con l’Assoluto. La preghiera quando è autenticamente aprirsi a Dio e non solo ripiegarsi sul nostro io, produce una sorta di realtà aumentata. A pensarci, un po’ come la tecnologia che ci fa entrare dentro la tridimensionalità con l’effetto di farci stropicciare gli occhi perché finalmente sembra che siamo ancora più dentro a quello che cade sotto il nostro sguardo. Così è del rapporto con Dio. Non ci allontana dalla vita, né ce la fa sentire distante o sfuocata, ma – al contrario – ce la mostra più chiaramente, in tutte le sue sfaccettature, riuscendo a farci cogliere l’insieme, la profondità e insieme la vicinanza di quello che stiamo vivendo.
Luca prosegue dicendo: “Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. I due personaggi richiamano immediatamente il Pentateuco e i Profeti, in una parola la rivelazione dell’Antico Testamento. Grazie a questa inserzione si fa chiara la destinazione del Maestro che compirà a suo modo l’uscita da questo mondo a Dio nei giorni della sua passione, morte e resurrezione, ma insieme si capisce meglio quanto l’AT sia essenziale per decifrare il destino stesso di Gesù e dell’umanità. Non si deve scegliere tra il Nuovo Testamento e l’Antico Testamento quasi fossero in competizione, ma occorre leggere l’uno nell’altro e per questa via ritrovare anche lo spessore esistenziale della rivelazione al popolo eletto che non è stata abolita, ma portata a compimento dal Messia.
E i tre amici di Gesù, Pietro Giacomo e Giovanni, che fanno dinanzi a questa scena? Sono estasiati e senza parole? No! “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno”. Questo fatto, che sconcerta e che peraltro si ripresenterà anche in altre circostanze, lascia pensare in questo caso che la scena sia avvenuta di notte, giacché più volte si fa riferimento a Gesù che quando ancora era buio era solito ritrarsi tutto solo a dialogo con Dio. La spossatezza dei discepoli, tuttavia, può far balenare anche qualche altra considerazione a partire dall’intuizione di esperienza comune per cui spesso il sonno finisce per essere il rifugio nei momenti di difficoltà e comunque è sinonimo di una condizione di passività e di disorientamento. Non si è lontani dal vero se abbiamo l’impressione che tanti siano oppressi dal sonno. Anche la Chiesa vive un momento di fatica e di oppressione. Tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare. Basta infatti  procedere nella lettura del testo per scoprire che il risveglio apre la strada ad una imprevedibile ed emozionante visione. Al punto che Pietro appena si rende conto di quel che è successo, anche se Luca sottolinea che “è incapace di capire quello che sta dicendo”, suggerisce di bloccare l’attimo fuggente per eternizzare quella sensazione di imprevedibile suggestione.
L’alternarsi di una condizione di sonno e di tristezza cui segue la luce e la sorpresa è una legge dell’esistenza umana che va raccolta. Imparare a vivere dentro l’una e l’altra senza cesure, ma con senso di realismo, fa bene a tutti. Ciò significherà che nei momenti di buio occorre di continuo tornare con il pensiero a quelli luminosi che pure abbiamo sperimentato, senza lasciarsi circoscrivere dalla sensazione del fallimento. Ma anche quando tutto sembra scorrere liscio, occorre preservare una buona dose di vigilanza che non ci faccia mai dimenticare i momenti di fatica e di smarrimento. Solo tenendo insieme le due esperienze è possibile non sezionare la vita e non essere sopraffatti né da un pessimismo cosmico, né da una ingenua autosufficienza.
L’ultimo particolare che attira l’attenzione è la nube che d’improvviso avvolge tutti e tutto. All’inizio c’è spavento perché si perde l’orientamento, come quando in aereo si incappa in una turbolenza, che sottrae la vista e fa sentire ancor più alla mercé dell’imponderabile. Ma poi subentra una voce che esce dalla nube e dice: “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. E appena la voce cessa , non resta che “Gesù solo”.
Già la vita spesso ci riserva situazioni in cui non si capisce più dove ci troviamo, condizioni che ci fanno sentire in balia di qualcosa che accada sulle nostre teste generando impotenza e rassegnazione. Però anche in questi momenti – grazie all’intuito della fede – non viene meno la possibilità che è dentro la voce, che è la presenza di Gesù. Sarà per questa ragione che i tre una volta tornati a valle potranno, pur in mezzo a contraddizioni e resistenze, arrivare a credere. Al punto che Pietro molti anni dopo, quando il Maestro non è più fisicamente con loro, potrà scrivere non senza un’emozione ancora intatta rispetto alla Trasfigurazione: “Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza” (2 Pt, 1, 19).
  Domenico Pompili
 Sottosegretario CEI e direttore Ufficio nazionale comunicazioni sociali
Fonte Copercom

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