Migranti e valore aggiunto

feb 22nd, 2013 | By | Category: Primo Piano
Occorre disintossicare il dibattito sui temi legati all’immigrazione. Il fenomeno, relativamente recente per il nostro paese, è stato oggetto di distorsioni, talvolta interessate, che lo hanno ridotto a un problema di ordine pubblico (se non di criminalità in senso stretto), mentre è un fenomeno che ha aspetti sociali, economici, culturali, umanitari. E questi aspetti non rappresentano necessariamente maggiori oneri, difficoltà, impegni di risorse, maggiori rischi per la nostra società. Essi costituiscono anche delle opportunità.

La problematica va affrontata insomma con una nuova consapevolezza. Non si tratta di “buonismo” ma di ragionevolezza. Occorre – appunto – un nuovo ragionamento, pacato, veramente realistico: il discorso sugli stranieri in Italia, e in Campania, dove c’è una grande concentrazione (quasi mezzo milione) è pieno di miti negativi (gli immigrati ci rubano il lavoro; gli islamici sono terroristi; gli stranieri sono tendenzialmente delinquenti; gli zingari sono irrecuperabili…); bisogna analizzare quelli che sembrano motivi di preoccupazione, informando con esattezza… In una parola, bisogna dire le cose come stanno. Perché, quando questo ragionamento è possibile (come in un’occasione come questa) le conclusioni che possiamo trarre aprono alla speranza di una convivenza possibile, di un futuro non così preoccupante, anche se in compagnia di un numero crescente di immigrati.

La percezione dell’immigrazione è stata spesso influenzata da un’informazione allarmistica, che enfatizza solo gli aspetti problematici dell’immigrazione, che trascura le ragioni dell’accoglienza e le prospettive di integrazione, che dà corpo a paure e fantasmi nascosti nel profondo.

Un esempio per tutti: l’uso della parola “clandestino”. Migranti, profughi, rifugiati, perfino lavoratori stranieri – non solo immigrati in situazione irregolare rispetto al permesso di soggiorno – sono indicati con questa parola che suggerisce inganno, sfruttamento indebito, illegalità, crimine, dunque minaccia. Il (limitato) movimento di migranti – che spesso avrebbero titolo per essere riconosciuti come rifugiati – dall’Africa settentrionale verso le coste italiane diventa così la minaccia di un’invasione di delinquenti da contrastare anche militarmente. Ricordo che il viaggio attraverso il Mediterraneo per raggiungere il nostro paese ha un prezzo altissimo di vite umane (si parla ormai di 18mila vittime negli ultimi 25 anni). Ma il problema non sembra essere loro: è nostro perché siamo noi ad essere minacciati.

Questa rappresentazione è funzionale a una visione del fenomeno: ne è determinata e insieme la determina, la alimenta, la motiva. È il mercato della paura. «Ormai è impossibile – scriveva Ilvo Diamanti qualche tempo fa – affrontare il tema della “sicurezza” nel dibattito pubblico, ridotto a materia di propaganda politica. Sui giornali e in Parlamento. Se ne parla per catturare il consenso dei cittadini, non per risolvere i problemi». Infatti uno dei nodi, se non il principale, è la sicurezza: la paura (più o meno motivata, non importa) aumenta il bisogno di sicurezza e il consenso attorno a chi promette sicurezza. È l’assillo, l’ossessione, l’idolatria – direi – della sicurezza. In un momento storico che, pur con i suoi problemi, è uno dei più sicuri di tutti i tempi, almeno per gli europei. E così qui da noi, anche se qui ci sono motivi di preoccupazione, che vengono però da una guerra tra italiani.

La globalizzazione genera un senso di spaesamento. Siamo tutti messi davanti a problemi complessi. Pensiamo solo alla crisi economico-finanziaria di questi ultimi anni. Ne subiamo le conseguenze, ma accettare la complessità non è facile. Questo spinge a cercare spiegazioni semplificate e risposte rassicuranti.

Il pregiudizio o la ricerca del consenso determinano le scelte.

In realtà, abbiamo a che fare con processi storici complessi, di lunga durata, che possiamo ambire a governare, a gestire, ma non certo a fermare con le motovedette o i respingimenti. La storia è fatta anche di migrazioni, le civiltà nascono e si sviluppano anche attraverso l’incontro tra le culture. È necessario prepararsi a un futuro prossimo in cui la nostra città, la Campania, il nostro paese, come il resto del mondo, saranno profondamente cambiati. Ma questa non è una sciagura.

È comprensibile che questa nuova stagione produca contrasti, resistenze o contraccolpi. Si sviluppa una sorta di antagonismo sociale, diffuso e multiforme, strettamente imparentato con il razzismo.

Gli immigrati in Italia sono circa cinque milioni (sono il 7.5 per cento della popolazione). Questi dati comprendono anche i cittadini di altri paesi della UE. I cittadini “extracomunitari” sono solo una parte di essi: ci sono in Italia, per esempio 1.2 romeni. In Germania sono quasi il nove per cento; in Spagna più del dieci; in Francia il 5,7; in Gran Bretagna il 7,1, in Austria il dieci, solo per fare qualche esempio. Ma in alcuni di questi paesi la percentuale dei cittadini di origine straniera (con la cittadinanza) è infinitamente maggiore…

Il nostro paese non è invaso dagli stranieri, anche se negli ultimi anni ha visto aumentarne la loro presenza. In generale, in questi ultimi anni è aumentato il numero degli immigrati provenienti dai paesi dell’Est europeo. I dati – appunto – aiutano una riflessione pacata su un fenomeno ormai stabile della nostra società. La presenza degli africani è andata diminuendo o addirittura stabilizzandosi in cifre piuttosto basse. La preoccupazione che spesso influenza il dibattito sull’immigrazione è quella per l’invasione dal sud, e da un sud musulmano. L’aumento degli stranieri è invece europeo e cristiano. Oggi la seconda comunità religiosa in Italia è quella cristiana ortodossa, con 1.5 milioni di presenze. Ed ha superato la comunità musulmana, che cresce ormai quasi solo per ricongiungimenti familiari e per le nuove nascite.

L’Italia ha bisogno perfino di più immigrazione. Servirebbero almeno 300.000 ingressi l’anno: è il giudizio dell’ONU, della Commissione Europea e dei maggiori demografi italiani. Gli ultimi decreti sui flussi immigratori hanno invece consentito l’ingresso di un numero molto più basso. E oggi si parla di chiudere i flussi, per la crisi.

La popolazione italiana cresce ormai quasi solo per l’apporto degli immigrati. Durante il 2008 gli abitanti dell’Italia hanno raggiunto la cifra di sessanta milioni, proprio grazie agli stranieri immigrati. Il quotidiano “Sole 24 Ore” ha stimato, a partire dai dati dell’Istat che, se non ci fossero stati gli stranieri, dal 1993 al 2006 la popolazione italiana sarebbe diminuita di 650.000 abitanti. I cittadini stranieri ringiovaniscono il paese. I minori stranieri, o figli di immigrati, in Italia sono circa ottocentomila. Senza gli stranieri la popolazione italiana sarebbe più invecchiata di quel che è. Dunque gli stranieri – tra l’altro – aiutano a riequilibrare le differenze generazionali Gli stranieri ringiovaniscono e rendono più dinamica la popolazione italiana.

Un altro aspetto su cui val la pena di soffermarsi è che gli immigrati pagano le tasse. Ovvero l’80/90 per cento degli stranieri regolarmente presenti fanno la dichiarazione dei redditi. Gli immigrati pagano due miliardi di euro di tasse, mentre la cosiddetta legge Bossi-Fini investe per loro 220 milioni l’anno di cui solo 40 per l’integrazione. Quasi tutto quello che si spende direttamente per gli stranieri è per il contrasto dell’immigrazione clandestina, per i Centri di identificazione e espulsione, come si chiamano adesso, i rimpatri e così via. Che non è integrazione.

L’Inps dichiara che ogni anno più di 5 miliardi di euro in contributi entrano nelle casse dell’Istituto lavoratori stranieri.

Uno dei luoghi comuni nei confronti dei lavoratori stranieri è che alimentano il lavoro nero: dai dati dell’Agenzia delle Entrate, sembrerebbe il contrario. L’Inps dichiara che i lavoratori stranieri assicurati sono più del 90 per cento.

Gli immigrati contribuiscono a far crescere il prodotto interno lordo dell’Italia. Gli stranieri contribuiscono al PIL in misura del 10 per cento circa, pur essendo solo il 7.5 della popolazione.

Ancora… quasi il 70 per cento degli stranieri in Italia è cliente di un istituto di credito.

Si pensa, e si dice sempre più spesso, che gli immigrati portino solo problemi, che vengono le persone “peggiori”, che un atteggiamento permissivo del passato – peraltro tutto da dimostrare – ha avuto la conseguenza di far entrare in Italia folle di delinquenti senza prospettive e senza scrupoli. Anche in questo caso sembra piuttosto vero il contrario: un’alta percentuale  degli immigrati ha studiato nel proprio paese oltre undici anni, (scuola media e superiore) e il 30/40 per cento ha un diploma di laurea. Gli immigrati che giungono in Italia e nei paesi europei sono spesso i migliori dei loro paesi. Spesso sono giovani. Hanno desiderio di costruirsi un futuro. Sono la parte più dinamica delle loro società.

Tra gli immigrati regolari coloro che commettono reati sono il 5,9 per cento. È la stessa percentuale che si riscontra tra gli italiani. È tra gli immigrati irregolari che si registra una percentuale più alta. È la marginalità che crea insicurezza e più alto tasso di delittuosità, non l’essere immigrati, né tanto meno la provenienza geografica.

È un fenomeno analogo a quello che avveniva e avviene nelle periferie e nei quartieri popolari di Napoli, o che accompagnava l’immigrazione italiana all’estero. Nel1904 aNew York il 46 per cento degli omicidi era ad opera di italiani, quando questi erano il quattro per cento della popolazione. Come potete immaginarvi, la letteratura sulla naturale propensione al delitto degli italiani, passionali o delinquenti, e quindi sanguinari, era vastissima. E le pressioni di una parte dell’opinione pubblica per  espellere gli italiani. È la marginalità a incentivare comportamenti devianti o delittuosi. Non l’origine.

L’integrazione sociale e i diritti di cittadinanza appaiono la via più sensata per la creazione di immigrati fortemente inseriti nel nostro sistema sociale. La cittadinanza dei bambini figli di immigrati, che nascono in Italia, con la trasformazione del diritto di cittadinanza da quello fondato sul sangue a quello fondato sul suolo, o ancora meglio sulla cultura e sulla scolarizzazione, appare come il veicolo urgente e migliore per la creazione di una generazione di nuovi italiani e una generazione-ponte.

Concludendo: chi si oppone all’ingresso dei migranti nel nostro paese insiste sulla difesa delle nostra identità e dei nostri valori, della nostra cultura, davanti al pericolo di essere sopraffatti da altre culture e altre religioni. Ma a chi esprime questa preoccupazione, giova ricordare l’avvertimento di Enzensberger: «Quanto più un paese costruisce barriere per “difendere i propri valori”, tanto meno valori avrà da difendere».

Mons.Gino Battaglia

Chiudere la porta agli stranieri, oltre che irragionevole per i tanti motivi economici, demografici o sociali, è anche e soprattutto un problema per noi: più ci chiudiamo agli stranieri meno consapevolezza, meno responsabilità, meno solidarietà, meno giustizia, meno umana compassione scorreranno nelle vene della nostra società; più ostacoliamo l’ingresso dei profughi meno rispetto per la persona e per i suoi diritti caratterizzerà la nostra convivenza; più rallentiamo i processi di integrazione e meno avremo nel nostro futuro, impoverito dalla chiusura a risorse umane giovani e dinamiche; insomma, più ci difendiamo meno “civiltà” avremo da difendere, perché alla fine perderemo noi stessi. Davvero.

 Mons. Gino Battaglia

Direttore  dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della CEI

 

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