Dimensione ecclesiale della spiritualità presbiterale

feb 22nd, 2013 | By | Category: Mondo Cattolico

In occasione della giornata di ritiro del clero, nel giorno della festa patronale di sant’Archelao, giovedì 14 febbraio alleore 9.30 a Oristano (presso il Seminario Arcivescovile), S.E. Mons. Mariano Crociata offre una relazione dal titolo “La dimensione ecclesiale della spiritualità sacerdotale” che di seguito si trascrive:

Che cosa intendiamo per spiritualità

Può sembrare peregrino, ma è almeno utile ribadire o esplicitare il concetto di spiritualità che adoperiamo. Il termine astratto non fa altro che generalizzare ciò che nel linguaggio paolino è la vita secondo lo Spirito, quella vita divina che è stata comunicata a ogni credente con il dono del battesimo, e consiste nell’inserimento nella comunione delle persone divine del Padre e del Figlio, tra le quali lo Spirito Santo costituisce la persona della comunione d’amore mutuamente e instancabilmente effusa. Lo stesso Spirito è la persona divina che rende sempre attuale l’iniziativa divina compiuta dal Figlio con la sua incarnazione e nel mistero pasquale; Egli, infatti, diventa la comunione personale di tutti coloro che sono stati acquistati da Cristo con la sua croce e con la potenza della risurrezione,  e come tali resi figli di Dio e fratelli tra di loro. La spiritualità cristiana, allora, definisce la vita divina che è stata partecipata e che viene condivisa in tale intreccio di relazioni nuove rese possibili e tenute vive dallo Spirito Santo.

Dimensione ecclesiale della spiritualità?

In che senso la spiritualità cristiana abbia una dimensione ecclesiale dovrebbe apparire ovvio, poiché ogni sua forma autentica non può non essere ecclesiale, per la semplice ragione che la vita secondo lo Spirito nasce con il battesimo e quindi nella Chiesa. Questa precede e rende possibile l’ingresso del singolo credente nella vita secondo lo Spirito.

Ciò vuol dire che nessuna autentica spiritualità può prescindere dal contesto e dai legami ecclesiali nei quali è sorta e cresce. Nondimeno la carenza o l’assenza di ecclesialità si può verificare o per assenza o povertà della risposta personale alla chiamata del Signore o anche per una insufficiente o  addirittura distorta comprensione teologica, quale si riscontra in modelli che privilegiano il carattere privato e separato della vita del cristiano e ancor più del presbitero, della sua identità e missione.

Spiritualità al plurale

La spiritualità viene vissuta e sviluppata nella condizione esistenziale e storica propria di ciascuno; in tal modo quanti vivono nella medesima condizione o in una simile si trovano a condividere forme e stili comuni dell’esperienza spirituale. Questo vale in modo particolare quando non sono soltanto le condizioni esteriori, ma è lo stesso sacramento a determinare i legami e la condivisione. Tale è il caso della spiritualità presbiterale; ma si potrebbe far valere analoga considerazione per la vita coniugale e familiare.

Spiritualità e identità teologica del presbitero

In effetti la concezione della spiritualità del presbitero dipende dalla comprensione della sua identità teologica.

Tradizionalmente la figura del presbitero è stata circoscritta al solo carattere sacerdotale, con un riferimento privilegiato al fondamento cristologico e sacramentale, e con la sua espressione privilegiata nella cura animarum (queste, a loro volta, intese individualisticamente, prescindendo dalla loro collocazione comunitaria e relazionale, e con un approccio quasi esclusivamente cultuale).

Il Concilio Vaticano II ha integrato questa teologia articolando la dimensione sacerdotale con quella profetica e con quella regale sulla linea dei tria munera riconosciuti come propri del sommo sacerdozio nell’episcopato, di cui il presbiterato rappresenta il grado inferiore ma strettamente connesso e, anzi, inseparabile da esso (cf. LG 28; PO 4-6). L’esercizio del triplice servizio pastorale pone il presbitero in relazione con il vescovo, con i confratelli e con tutto il popolo cristiano, conferendo una caratteristica dimensione ecclesiale alla sua figura e alla sua azione, in un orizzonte pneumatologico.  Il sacerdote, posto al servizio del popolo di Dio, promuove, perciò, la partecipazione dei laici nella Chiesa e, in essa, la cura della fraternità e della comunione.

L’esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Pastores dabo vobis (25 marzo 1992) mette a tema e sviluppa l’inseparabilità di dimensione cristologica e dimensione ecclesiale del ministero. In Cristo si trova l’origine e il fondamento del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio di Cristo «costituisce la fonte unica e il paradigma insostituibile sacerdozio del cristiano e, in specie, del presbitero. Il riferimento a Cristo è allora la chiave assolutamente necessaria per la comprensione delle realtà sacerdotali» (n. 12). Perciò «i presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore […]. In una parola i presbiteri esistono ed agiscono per l’annuncio del Vangelo al mondo e per l’edificazione della Chiesa in nome e in persona di Cristo Capo e Pastore» (n. 15).

La dimensione ecclesiale non può essere ridotta a funzione, poiché si innesta anch’essa nel sacramento dell’ordine e fa parte integrante del riferimento fondante a Cristo. «Il riferimento alla Chiesa è iscritto nell’unico e medesimo riferimento del sacerdote a Cristo, nel senso che è la “rappresentanza sacramentale” di Cristo a fondare e ad animare il riferimento del sacerdote alla Chiesa. […] Il ministero ordinato sorge dunque con la Chiesa. [...] Così, – prosegue il testo – per la sua stessa natura e missione sacramentale, il sacerdote appare, nella struttura della Chiesa, come segno della priorità assoluta e della gratuità della grazia, che alla Chiesa viene donata dal Cristo risorto. Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende coscienza, nella fede, di non essere da se stessa, ma dalla grazia di Cristo nello Spirito Santo. Gli apostoli e i loro successori, quali detentori di un’autorità che viene loro da Cristo Capo e Pastore, sono posti — col loro ministero — di fronte alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stesso stare di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova della salvezza» (n. 16).

La frontalità del ministero rispetto alla Chiesa va integrata, secondo la medesima esortazione apostolica, con la comunione nella fraternità e la corresponsabilità nella missione di salvezza (cf. n. 74), ma anche con l’essere a capo e con il presiedere (cf. n. 26). In tale maniera la relazione del ministero ordinato alla Chiesa viene trattata nei suoi aspetti costitutivi, i quali segnalano una prospettiva precisa di interpretazione del Vaticano II sulla linea del Sinodo straordinario del 1985, il quale riconduce l’ecclesiologia conciliare alla categoria di comunione [1].

Al riguardo bisogna osservare che la riflessione ermeneutica ha sviluppato una visione articolata dell’ecclesiologia conciliare; nondimeno quella di comunione è una categoria che è suscettibile di raccordare varie prospettive, a condizione di considerarla soprattutto nel suo carattere fondamentalmente teologico, che vede la Chiesa come partecipazione e manifestazione della comunione trinitaria, in tal senso idonea a integrare la struttura misterica e sacramentale, nonché la sua natura di popolo di Dio, di corpo di Cristo, di tempio dello Spirito. Letta in quest’ottica, l’ecclesiologia conciliare e post-conciliare accoglie il ministero ordinato come sua dimensione costitutiva sia per il suo fondamento cristologico sia per il suo carattere sacramentale.

È doveroso annotare che più di recente è stato maggiormente avvertito il peso delle trasformazioni sociali e culturali in atto, che influiscono non solo sulla proiezione pubblica dell’immagine del prete e sulla sua autopercezione e autocomprensione, ma anche sulle condizioni e le modalità di presenza e di azione della Chiesa. Ciò ha portato a una maggiore considerazione dei contesti, degli ambienti e delle situazioni in cui il prete si trova a svolgere il suo ministero; da questo punto di vista uno degli aspetti particolari è da considerare la riduzione numerica del clero (ma, rispettivamente, anche dei fedeli) con l’inevitabile redistribuzione dei carichi pastorali in forme talora nuove anche dal punto di vista dell’organizzazione della Chiesa particolare. Di qui un’accresciuta considerazione della personalità e dell’umanità del presbitero, nei vari aspetti riguardanti anche le modalità e le condizioni concrete di vita. Difficile dire come tutto questo possa interagire con una lettura teologica della figura del presbitero; certo va preso atto dell’influsso che ciò esercita anche nella comprensione del ministero ordinato e soprattutto della sua spiritualità; ma soprattutto si impone una riflessione sulla storicità della condizione della Chiesa e del presbitero in essa, e sul suo rapporto con l’identità teologica dell’una e dell’altro.

Volendo, infatti, considerare il significato spirituale di tali prospettive teologiche, possiamo sommariamente notare che nel primo caso la spiritualità del presbitero è segnata soprattutto dal rapporto personale con Cristo; nel secondo a contare di più è il senso della comunione ecclesiale, non senza una connotazione pneumatologica; nel terzo, invece, prevale l’attenzione alle dimensioni dell’esperienza umana personale.

A ben vedere, ciò che di volta in volta è stato concepito come configurazione esclusiva della teologia e della spiritualità, può venire a costituire, in realtà, parte di una composizione armonica, purché il rapporto tra le differenti prospettive sia pensato in modo organico e coerente. Si tratta, infatti, di accentuazioni teologiche e spirituali che rischiano di diventare unilaterali, se assunte in maniera esclusiva; esse chiedono uno sforzo di ricomprensione unitaria. Ripercorrere questo sviluppo teologico-spirituale ci mette dinanzi un’opportunità straordinaria di sintesi tra prospettive differenti ma non divergenti.

Un percorso accennato di riflessione teologica

Un percorso possibile [2] è quello che parte dalla creazione dell’uomo nuovo grazie al mistero pasquale di Cristo partecipato nel battesimo attraverso la comunicazione della fede; in tale evento troviamo la radice di tutto: dell’identità filiale, della comunicazione della vita divina, della spiritualità che esprime e alimenta la vita divina. Il battezzato diventa figlio di Dio nel Figlio eterno e incarnato; senza perdere nulla della sua individuale personalità, tuttavia è solo in Cristo che egli può reggere la vita di Dio che circola nella Trinità. Egli viene inserito grazie a Cristo in quella circolazione d’amore che è la stessa comunione dello Spirito Santo.

Una tale vita è vissuta dal battezzato nella “carne”, cioè nella condizione umana e nella pluralità dei credenti che partecipano della medesima grazia. Egli partecipa della vita del Risorto in quell’insieme corporativo di credenti che ha Cristo come capo. È Lui che in qualche modo impersona tutti i figli di Dio inserendoli nelle relazioni trinitarie e tra di loro.

Da qui discende il secondo passo, che consiste nel riconoscere la precedenza e la mediazione della comunità ecclesiale – nella sua qualità di corpo di Cristo – rispetto all’evento della fede del singolo. Le relazioni trinitarie, infatti, possono essere vissute dal credente solo per mezzo del Figlio di Dio e nella comunione dello Spirito Santo. La natura di spirito incarnato della persona umana e di essere costitutivamente sociale importa la sua assunzione da parte del Figlio fatto uomo nella potenza dello Spirito e la conseguente costituzione – per effetto del mistero pasquale – di uno spazio umano interpersonale (la Chiesa come mistero e sacramento) nel quale la distanza infinita tra creatura e creatore viene colmata dalla elevazione della prima alla condizione filiale. Nella Chiesa e in Cristo, suo capo, il credente vive la vita di Dio protendendosi verso il Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. In questo modo la solidarietà di condizione sociale si trasforma in fraternità, e il diventare credenti si attua nella forma del venire aggregati a una comunità fraterna generata dal Signore e da Lui continuamente vivificata e sostenuta. Non ci può essere fede cristiana senza fraternità.

La personalità singolare e inconfondibile del credente, che la Chiesa non cancella ma al contrario fa risaltare, si scopre nella qualità vocazionale della chiamata alla fede. Questa, a sua volta, non ha un carattere atemporale, ma prende forma all’interno di una relazionalità divina e umana incardinata nella comunità ecclesiale. Tra le forme vocazionali di esistenza credente il ministero ordinato si qualifica come servizio alla fede degli altri dentro e fuori della comunità. Cristo e la Chiesa sono per il presbitero i punti di riferimento, gerarchicamente ordinati, tra i quali si svolge la scoperta della propria vocazione, il servizio ecclesiale corrispondente e la destinazione ultima della sua persona. Anche su questo piano si verifica qualcosa di analogo a quanto vale per la fede e la Chiesa: la forma della chiamata e della risposta ad essa è sempre quella della aggregazione, che in questo caso consiste nell’inserimento nel presbiterio. Il presbiterio precede il singolo presbitero e lo colloca nella dinamica ecclesiale del ministero ordinato attraverso il collegio presbiterale come collaborazione sacramentale al ministero del vescovo.

Non c’è spazio per il solipsismo in questo percorso che conduce a una vita credente votata al servizio della fede nella comunità ecclesiale. Perciò la chiamata al presbiterato vede inserita nella concretezza storica l’assunzione del ministero dentro una Chiesa particolare e nella determinata fase temporale che essa si trova a vivere nel contesto territoriale e sociale. C’è un intreccio inestricabile tra consacrazione al ministero ordinato nella comunità ecclesiale e contesto socio-culturale, perché l’una contribuisce a plasmare la realizzazione dell’altro e viceversa: è nell’ambiente e nell’orizzonte socio-culturale in cui si colloca l’esistenza ecclesiale che si forma la coscienza della chiamata e del servizio e l’assunzione della risposta adeguata corrispondente, e, d’altra parte, la trasformazione che l’incontro vocazionale produce non lascia immutato l’ambiente ecclesiale, ma anche umano e sociale, di riferimento. Nell’intreccio che vede incarnarsi e prendere forma un progetto vocazionale sta la peculiarità storica e culturale del ministero ordinato; con esclusivo riferimento a esso può svilupparsi una adeguata corrispondente spiritualità. Questo richiede un impegno instancabile a discernere il momento storico ecclesiale per cogliervi la chiamata specifica che il Signore rivolge alla sua Chiesa in un determinato tempo e in un determinato luogo.

Quale spiritualità ecclesiale del presbitero

Quale spiritualità, allora?

Una spiritualità che muove dall’esperienza di fede come radice di ogni esistenza cristiana, anche di quella che si qualifica secondo una specifica vocazione. Credere è la prima e originaria vocazione e l’anima di ogni chiamata di Dio, anche quelle di speciale consacrazione. Proprio a questo livello primigenio si evidenzia l’unità di dimensione personale ed ecclesiale. L’incontro con il Signore è personale, ma esso si compie comunque in un orizzonte ecclesiale. La nostra adesione al Signore coincide con l’adesione alla Chiesa, perché è essa a indicarci e in essa troviamo la certezza e la conferma della verità del riconoscimento e dell’incontro con il Signore. Il cammino di vita del credente si conduce sempre tra i due poli dell’adesione e dell’affidamento e dell’abbandono; ambedue trovano nella comunità cristiana il sostegno necessario, la mediazione che rende possibile il rinnovarsi dell’una e dell’altro. Il termine ultimo della nostra esistenza credente è il Signore, ma noi non lo perdiamo bensì lo teniamo fermo (tale termine ultimo) perché nutriti dalla Parola e dall’Eucaristia, e accompagnati dai fratelli, compagni di viaggio che ricordano, incoraggiano, perdonano, chiedono essi stessi aiuto. Non si crede mai, dunque, da soli, anche se si crede sempre e solo in prima persona. Il dialogo con Dio si intreccia con il dialogo con noi stessi e con i nostri fratelli. In questa circolarità dialogica conduciamo la nostra vicenda, cercando il senso di ciò che ci accade, rispondendo alle richieste che ci sono rivolte, affrontando le prove, sopportando le ingiustizie, cercando luce oltre gli angusti confini che delimitano il nostro quotidiano spazio vitale, confrontandoci con i nostri stessi limiti che talvolta ci rendono odiosi e insopportabili perfino a noi stessi, che vorremmo ma non riusciamo a cambiare, a diventare migliori; e, infine, anche accogliendo con gratitudine le gioie che è dato sperimentare. Una fede genuina entra nel tessuto ordinario dell’esistenza per diventarne la trama, così da imparare a vivere sempre di più alla presenza di Dio. Tutto ciò si riconduce, in ultimo, alla certezza incrollabile di ciò che Dio ha promesso e donato, e al conseguente abbandono fiducioso a ciò che Lui certamente compirà in noi e attorno a noi, come e quando vorrà. Ed essere comunità significherà sempre di più aiutarsi a riscoprire la solidarietà profonda – creaturale e di grazia divina – che ci lega e il bisogno di richiamarsi a vicenda alla profonda necessità di tenere viva la fiamma della fede. Senza questa dimensione fondamentale, elementare, nell’esistenza umana di ogni credente, il ministero ordinato inaridisce in un professionismo impersonale perfino scostante.

La fede, accolta e vissuta nella comunione delle Persone divine incarnata nella comunione ecclesiale, si esprime nel frutto della carità e della speranza, vive cioè di una circolarità storica ed escatologica che tende alla pienezza. La vita divina comunicata nel battesimo ha bisogno di svilupparsi e crescere in maniera unitaria e armonica. Ora la fede è parte di una sorta di organismo di grazia che fiorisce spontaneamente nella speranza e nella carità. Una fede non è vera se non si apre ai fratelli e agli altri, e se non si protende verso una pienezza che la vita terrena e l’universo intero non possono contenere.

Ora non si può sperare da soli, perché veniamo dalla comunione e andiamo verso la comunione definitiva. Il futuro o appartiene a un popolo o non è raggiunto da nessuno. Su questo ci sarebbe molto da riflettere circa lo stato spirituale e morale predominante della nostra società, ma anche nell’intera nostra civiltà, nella quale sembra che ormai esista soltanto l’attimo presente o il risultato a breve termine. Da questo punto di vista il corto circuito finanziario – giocato su guadagni spropositati immediati – che è all’origine della crisi che ci perseguita da alcuni anni, è anche il simbolo di una crisi spirituale di enorme portata. Quando si pensa solo a se stessi vuol dire che non c’è più speranza o che la si sta perdendo del tutto. La disperazione è sempre solitaria; è la fraternità, invece, che rigenera la speranza e vede nel futuro.

La carità a sua volta è strutturalmente ecclesiale. Essa crea comunità in uno stile di cura dell’altro e di desiderio incondizionato del suo bene. E se la speranza guarda al futuro per scrutarvi insieme ai fratelli i lineamenti del Signore che viene, la carità quel volto lo riconosce proprio nei fratelli che incontra o con cui condivide l’avventura della vita. Così la fede ha bisogno della carità, perché attraverso di essa sperimenta e attua ciò a cui si è affidata nella Parola di Dio e Colui a cui si consegna in una fiducia assoluta e incondizionata. Il volto del fratello è il sacramento del volto del Signore; esso insegna e chiede di mostrare con i fatti la verità della fede e l’autenticità della sua adesione.

Il ministro ordinato – il presbitero in concreto – sa di non poter trascurare tutto questo in nome di un ruolo diverso e superiore. In ciò che abbiamo detto sta la verità genuina e inconfondibile dell’esistenza cristiana ecclesiale. A partire da essa, che rimane il paradigma universalmente  valido, la spiritualità del presbitero si specifica secondo la vocazione propria che è alla sua origine e secondo il sacramento che lo plasma e lo configura a immagine di Cristo pastore del suo popolo e dei suoi fedeli. Qui la vita divina che si esprime nella triade teologale di fede, speranza e carità non viene abbandonata in nome di chissà altro, ma viene assunta e riformulata a partire da un nuovo principio di unità e da una specificazione (ontologica) dell’identità credente, e precisamente secondo quella caratterizzazione originale e indefettibile che è conferita dal sacramento dell’ordine. Da esso la fede, la speranza e la carità prendono un orientamento tutto dettato dalla conformazione a Cristo pastore e dal servizio nella Chiesa che da essa scaturisce. La fede del presbitero, la sua speranza, la sua carità sono improntate dall’esigenza di prendersi cura, con l’amore del padre, del fratello maggiore, della guida, del responsabile perché la fede dei fratelli e delle sorelle si ravvivi,  cresca, porti a quella maturità di Cristo in cui consiste l’essere già partecipi della salvezza. La carità pastorale non è solo il programma dell’attività del presbitero, ma anche il senso della sua vita e del suo servizio, il luogo in cui tutta la sua persona si consuma in maniera umanamente piena. Non c’è spazio per sdoppiamenti di sorta, tra vita privata e servizio ministeriale. La vita del presbitero, interamente sequestrata nel sacramento da Colui che ha il potere di chiamare, ora si esprime in tutto come guidata dal supremo bene dei fratelli a cui lo spinge la carità infinita dell’unico pastore che lo ha conquistato. La sua vita secondo lo Spirito è dedizione pastorale assidua alla fede, alla speranza, alla carità dei fratelli, con tutta la persona, le energie, l’intelligenza, la passione del cuore. Essa trova la sua unità nel servizio all’unico pastore.

La spiritualità del presbitero improntata dalla carità pastorale presenta tre aspetti costitutivi:

è espressione della risposta d’amore alla chiamata e relazione personale con l’unico pastore al cui servizio è posto;

è dedizione al servizio pastorale dei fedeli affidati, come espansione della relazione con il Signore e loro inserimento in quella stessa relazione;

è passione missionaria nella propria dedizione pastorale suscitata da una carità viva, mai rassegnata né comprimibile, perché partecipe della stessa passione d’amore del pastore supremo.

Questi tre aspetti in realtà stanno in una relazione di reciproca unità circolare: ognuno di essi fa vivere gli altri. La relazione personale col Signore si alimenta non solo in una segreta intima preghiera, ma non meno nel servizio pastorale secondo le sue molteplici espressioni e nell’iniziativa missionaria verso tutti. Ma anche il servizio pastorale è autentico se alimenta la relazione personale e non si chiude a nessuno. E, infine, l’apertura a tutti deve sempre partire dal cuore dell’esperienza credente e ministeriale che è la conformazione a Cristo pastore e dalla cura per quanti hanno bisogno di attingere alla parola e ai sacramenti della vita cristiana.

A partire da questa visione diventa possibile rileggere la propria esperienza e ritrovare ispirazioni e motivazioni per rilanciare la dimensione ecclesiale della spiritualità presbiterale.

Spunti per la riflessione

1.

Sul rapporto tra esercizio del ministero e spiritualità:

Dato quindi che ogni sacerdote, nel modo che gli è proprio, tiene il posto di Cristo in persona, fruisce anche di una grazia speciale, in virtù della quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di tutto il popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla perfezione di colui del quale è rappresentante, e la debolezza dell’umana natura trova sostegno nella santità di lui [...]. Pertanto, esercitando il ministero dello Spirito e della giustizia (97), essi vengono consolidati nella vita dello Spirito, a condizione però che siano docili agli insegnamenti dello Spirito di Cristo che li vivifica e li conduce. I presbiteri, infatti, sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro. Ma la stessa santità dei presbiteri, a sua volta, contribuisce non poco al compimento efficace del loro ministero (Presbyterorum ordinis, n. 12).

Il cammino di santificazione personale non è esterno all’esercizio del ministero, in tutti i suoi aspetti: predicando egli annuncia a se stesso, celebrando per gli altri egli stesso si fa destinatario, guidando gli altri egli si fa il primo esecutore e discepolo di quanto insegna e indica.

2.

Rapporto tra esperienza pastorale e relazioni intraecclesiali nel ministero ordinato (vescovo, presbiterio, comunità dei fedeli): il fondamento delle relazione deve essere considerato il sacramento, del battesimo con tutti (fraternità cristiana), dell’ordine con il vescovo e i confratelli (il presbiterio).

3.

Rapporto tra spiritualità, impegni ministeriali, condizioni materiali e ritmi di vita.

Fonte: www.vatican.va

 

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