Padre Scalfi: «Si riparte dal fascino per la bellezza»

gen 27th, 2013 | By | Category: Eventi
Correva l’anno 1960, le frontiere dell’Urss si aprivano a fatica ai primi visitatori. A ogni auto che varcava la frontiera veniva assegnato un “angelo custode”. «Noi però – racconta padre Romano Scalfi, classe 1923, fondatore di “Russia Cristiana” – viaggiavamo su due auto. Allora quella senza “custode” fingeva un guasto, e rimaneva indietro. Così potevamo girare liberamente, e parlare con la gente».Le foto in bianco e nero testimoniano: una Volkswagen ferma con il cofano aperto, un capannello di passanti incuriositi, e in mezzo Scalfi e i suoi amici. Cinquant’anni dopo lui ricorda quei dialoghi sul ciglio di una strada, che rapidamente, come è nell’indole del popolo russo, prendevano una piega profonda. Qualcuno puntualmente arrivava a enunciare le massime del Partito: «Noi siamo il concime della futura felicità». (Ma un ragazzo, racconta Scalfi sorridendo, un giorno replicò: se io sono concime e tu sei concime, allora forse viviamo in un letamaio). Poi, dal motore si passava al Motore Immobile di San Tommaso: «Noi prima stavamo ad ascoltare, per capire. Ma quando parlavamo di Dio, la gente zittiva, e restava. Il desiderio di Dio resta sempre, nel cuore dell’uomo».

Romano Scalfi, trentino, novant’anni nel 2013, una vita per la rievangelizzazione dell’Est – perché la fede rinascesse, nel dominio del socialismo reale. Decenni di viaggi, contatti, amicizie, di samizdat nascostamente trafugati in Occidente e di Bibbie altrettanto nascostamente diffuse laggiù. È la lunga attività di “Russia cristiana”, che oggi ha sede qui a Seriate. Pochi, ti dici, come questo sacerdote delle Valli Giudicarie, una gran barba da starets, evocano con la loro persona la parola “testimone”.

Padre, come fu che si innamorò  della Russia, e della liturgia bizantina?
Sono nato in una famiglia profondamente cristiana. Ho desiderato di farmi sacerdote dall’età di quattro anni. Sono entrato ragazzo nel seminario di Trento. Nel 1946 è arrivato il gesuita Gustavo Wetter, rettore del Russicum di Roma, per una conferenza sul cristianesimo in Russia. Celebrò per noi la Divina Liturgia bizantina. Ne venni folgorato: dalla bellezza della funzione, dei canti. Da quel giorno ho desiderato dare la mia vita per i cristiani di Russia. Nel ’51 – continua – sono entrato al Russicum. Prima di me quindici allievi erano entrati in Urss, ma tutti erano stati arrestati. Qualcuno è tornato, molti no. Un ex allievo, padre Pietro Leoni, dopo essere andato in Russia come cappellano di guerra, si fece 10 anni di lager. Io sono andato diverse volte in Urss negli anni ’60. Sapevo che ogni telefonata, ogni parola era spiata. Nel ’70 un funzionario al confine mi chiese: «Ma lei non è stanco della Russia? Perchè sa, la Russia è stanca di lei». «Persona non grata», dunque. Solo dall’88 ho potuto tornare laggiù.

Lei è stato un pioniere nella rievangelizzazione di una terra duramente secolarizzata. Ha appena detto però: il desiderio di Dio nell’uomo rimane sempre.
Settant’anni di comunismo non sono bastati a cancellare la fede dal cuore dei russi. Nell’88, quando si è cominciato a poter parlare di fede apertamente, l’80% della popolazione si dichiarava credente. Abbiamo assistito a una rinascita, si facevano battezzare in 100 alla volta. In una forte confusione di idee, certo: si dicevano cristiani e però non credevano alla immortalità, oppure davano credito alla superstizione. Ora lo slancio di vent’anni fa si è arenato, e i problemi della Chiesa sono simili ai nostri.

Vent’anni di consumismo, peggio che settanta di comunismo?
Il problema della Russia oggi, come dell’Occidente, più che il consumismo è il relativismo. Il quale a sua volta è l’ultima deriva del razionalismo di cui anche Marx è espressione. La falsità fondamentale del marxismo era nel dire che la coscienza dell’uomo è determinata dalle forze produttive e dai rapporti di produzione: l’uomo dunque non era più libero, la sua natura era stata alterata. Anche il relativismo oggi nega questa natura, nega il cuore dell’uomo come innato, quando afferma che non esiste una verità assoluta. Quando dice, come si usa tra i fautori del pensiero debole, che fra menzogna e verità non c’è differenza. Se fosse vero, non avrebbe senso l’azione stessa dell’uomo. È questo, a mio parere, che sta disfacendo l’Occidente.

Che fare, allora?
Dobbiamo recuperare il valore totale della ragione. L’uomo, per capire, ha bisogno della testa e del cuore – del cuore inteso in senso biblico. Educato nella tradizione orientale, io so che l’uomo comprende solo nella integrità della sua persona. Il relativismo non si vince combattendo la ragione, ma inserendola nella interezza della persona. (Come dicevano i Padri del IV secolo: «Conosco solo ciò che diventa in me vita»). E credo che questo sia il cammino indicato da Benedetto XVI per l’anno della Fede. Si riparte da una ragione allargata. Chi ha dei figli si accorge che il loro stupore, da piccoli, di fronte alla bellezza, genera una domanda, e una affezione. Gregorio di Nissa ha detto: «Solo lo stupore conosce».

Ma come praticare la pedagogia dello stupore, e come può applicarla un sacerdote?
Deve partire non da un moralismo, ma da ciò che affascina: cioè il bisogno che l’uomo ha di infinito, di amore autentico, di libertà vera. Occorre partire da una pienezza. Non da un elenco di retti comportamenti, ma invece dal riconoscimento del Mistero.

E come si fa, a fare sentire il Mistero?
Attraverso la bellezza. La bellezza è la prima cosa necessaria alla missione, specialmente oggi, dentro a una ragione dimezzata. La bellezza colpisce il cuore; la bellezza contagia. E la liturgia deve essere bella, ma senza che ci sia nulla da inventare. L’eternamente “nuovo” è Cristo. E l’opera del sacerdote non è una tecnica, è vita. Occorre solo che siamo innamorati di Cristo. Se un prete fa un’omelia di un’ora, già gli manca il criterio della bellezza. Perché il centro, il fuoco della Messa è l’Eucarestia, è Cristo. Si tratta solo di tornare al centro. Il resto, è secondario. Conosco preti buoni e volonterosi che credono di dover fare dell’assistenzialismo, o della sociologia, o della morale. No, è più semplice: dobbiamo essere innamorati di Cristo. San Giovanni Crisostomo disse che basta un cristiano fervente, per cambiare un popolo.

Lei nel ’57 conobbe don Luigi Giussani. Come influì su di lei?
Qualcuno mi disse che a Milano c’era un prete strambo, sempre circondato da ragazzi. Andai, mi ritrovai in uno stanzone dove giocavano a ping pong. Arrivò Giussani, «E tu chi sei», mi chiese. Dissi due cose e subito lui mi abbracciò, senza sapere nemmeno ancora chi fossi. Semplicemente, mi abbracciò. Non l’ho più lasciato, e anni dopo ho aderito a CL. Non è un abbraccio, prima di tutto, ciò che vogliamo?

Padre, lei che a 4 anni, cioè 85 anni fa, sognava di farsi sacerdote, lei testimone di quasi un secolo di cristianesimo,  ha conosciuto dei santi? Quanto conta un santo nella storia, e nella fede di chi lo incontra?
I santi esistono ancora, io ne ho incontrati. Il mio padre spirituale al Russicum, don Eugenio Bernardi, è Beato. Anche a un allievo indisciplinato come me, la sua umanità si imponeva. Mi creda, un solo santo – basta pensare nei nostri anni a Giovanni Paolo II – cambia il mondo, più di 100 Nobel.

Marina Corradi

 

 

Fonte Avvenire
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