Dossetti, l’uomo che nella politica leggeva la storia

gen 16th, 2013 | By | Category: Primo Piano

Quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita di Giuseppe Dossetti, tra i padri della Costituzione italiana, morto nel 1996.
Una vita dedicata alla politica – nel 1945 fu vicesegretario della Dc – ma anche alla Chiesa, all’interno della quale dette vita alla comunità monastica “La piccola famiglia dell’Annunziata”. Insomma, un esempio di coerenza.
Ma cosa rimane oggi del suo pensiero? Alessandro Guarasci lo ha chiesto allo storico Paolo Pombeni, che su Dossetti ha scritto un libro edito da Il Mulino:

R. – Rimane senz’altro la grande questione che lui ha posto: non si può fare politica senza essere capaci di leggere la storia che ci scorre davanti. Purtroppo, oggi la politica tende ad evitare questo sforzo, tende a rispondere a stimoli abbastanza superficiali…

D. – Insomma, una politica fatta di forti ideali. Lei pensa che Dossetti abbia in qualche modo fondato la sinistra democristiana?

R. – Guardi, io credo che più che aver fondato la sinistra democristiana, Dossetti abbia fondato più in generale un modo importante di fare politica che in Italia non aveva una grandissima tradizione. Infatti, al di là del millenarismo socialista, la tradizione dell’altra grande forza politica, che era il liberalismo, era una tradizione un po’ debole dal punto di vista del confronto con i grandi temi del momento. In questo senso, è una lezione che va al di là della sinistra democristiana, anche se la sinistra democristiana per lunghi anni è stata il recettore più vivace e più ardito di questo modo di impostare l’azione politica.

D. – Possiamo dire che Dossetti sia passato per la politica, pur non essendo questa la sua meta?

R. – Certamente. Dossetti ritenne che questa fosse una delle tante cose che un uomo consacrato – come lui si considerava fin dal suo ingresso nell’età adulta – potesse fare. Era quello che gli richiedevano le circostanze e solo nella misura in cui, dal suo punto di vista, le circostanze avessero avuto veramente bisogno di lui. Nel momento in cui riteneva che questo non fosse necessario, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Quindi, da questo punto di vista Dossetti passa per la politica, per delle contingenze, ma non disprezzando questo tipo di lavoro, bensì considerandolo una chiamata, una missione. Solo che non è una missione definitiva, ma è una missione temporanea che si raccorda con gli altri tipi di missione ai quali lui riteneva di essere chiamato.

D. – Le cronache ci hanno parlato di un rapporto piuttosto conflittuale con De Gasperi. Possibile che non ci furono punti di contatto?

R. – Dossetti era, appunto, un uomo consacrato il cui fine fondamentale era quello di dare testimonianza di quella che lui riteneva essere la verità e la chiamata, a prescindere da tutto il resto. De Gasperi, che era una persona egualmente di fede profonda sul piano personale, riteneva però di essere un professionista politico – nel senso alto del termine, naturalmente – al quale la fede chiedeva di fare politica nel modo migliore possibile. Il che voleva dire anche raggiungendo i risultati concreti migliori che fossero possibili, anche se forse non erano i risultati più eccelsi. Dossetti subordinava tutto ad una visione di lunghissimo periodo, mentre De Gasperi organizzava la sua azione attorno a una visione storicamente più concentrata su ciò che era possibile all’interno di un certo limitato numero di anni.

 

 

Fonte Radio Vaticana

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