Una Giornata che chiama all’accoglienza

gen 14th, 2013 | By | Category: Primo Piano

Si è celebrata la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Un evento ecclesiale ma che chiama in causa questioni particolarmente avvertite da tutta la società civile: quelle dell’integrazione e dell’accoglienza. Sono problemi che restano sul tappeto anche se, per effetto della crisi economica, i flussi migratori hanno fatto registrare sensibili flessioni. A livello politico, invece, la questione della cittadinanza non mancherà di interrogare i maggiori leader politici già immersi nella campagna elettorale. “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza” è il tema scelto da Papa Benedetto XVI per questa 99ª Giornata. Un tema che risente della concomitanza del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e del 60° della promulgazione della Costituzione apostolica Exsul familia. E che riflette l’opera della Chiesa impegnata a vivere l’”Anno della fede”. Benedetto XVI sottolinea la «materna sollecitudine» della Chiesa che, da una parte, «vede le migrazioni sotto il profilo dominante della povertà e della sofferenza, che non di rado produce drammi e e tragedie»; dall’altra parte, però, «la Chiesa non trascura di evidenziare gli aspetti positivi, le buone potenzialità e le risorse di cui le migrazioni sono portatrici». La Chiesa è dunque, più che mai impegnata in quelle iniziative che «favoriscono e accompagnano un inserimento integrale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nel nuovo contesto socio-culturale, senza trascurare la dimensione religiosa, essenziale per la vita di ogni persona». Per il Papa, inoltre, «il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono».

Vito Salinaro

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L’ITALIA DI DOMANI

Francesco, giovane ingegnere cinese: «Al liceo ho incontrato anche la fede»​«Sono un idealista pragmatico». Francesco Wu, 31 anni, pesca agilmente con le bacchette i lunghi gusci dei cannolicchi dal piatto di portata. «Sono come vongole lunghe», spiega. Sul tavolo, altre prelibatezze gastronomiche della cucina tradizionale cinese. «Forse il mio idealismo è italiano, mentre il pragmatismo è cinese», riflette ad alta voce, assaporando nervetti di gallina: «Il mio antipasto preferito».

Nato in Cina nel 1981, Francesco vive in Italia da quando ha 8 anni. Scuole elementari e medie ad Affori, periferia nord di Milano, le superiori al liceo “Gonzaga”. «Arrivare da piccolo mi ha permesso di trovarmi a metà tra due culture. E di farne una buona sintesi», racconta. Oltre allo studio, negli anni del “Gonzaga”, dedica parte delle sue giornate all’associazione “L’Aquilone” formata da studenti ed ex studenti dello storico istituto milanese. «Ho fatto volontariato per 7 anni. E in quel periodo ho iniziato a farmi delle domande sul senso della vita – dichiara –. La scoperta del valore della gratuità e l’incontro con un fratello delle scuole Lassaliane, mi ha avvicinato al cattolicesimo».

A 18 anni decide di farsi battezzare, scegliendo di portare il nome di san Francesco Saverio. La cerimonia si svolge 2 anni dopo, nella chiesa di San Gregorio Magno. Dopo la laurea in ingegneria elettronica nel 2005, Francesco lavora per 3 anni per aziende italiane attive in Cina. Futuro e carriera sembrano ormai avviati su solidi binari, ma la crisi del 2008 lo spinge a rimettersi in gioco. Smette i panni del dipendente, decide di “reinventarsi” in Italia come imprenditore. Anche per restare accanto alla moglie e al figlio che oggi ha 4 anni.
Assieme al fratello Silvio, rileva il ristorante “Al borgo antico” di Legnano (Mi) e, contrariamente alle aspettative di tutti, abbandona la politica “low cost” tipica di tanti ristoratori cinesi per puntare su una cucina italiana di qualità medio-alta. I primi anni sono duri, con orari di lavoro massacranti e tante responsabilità, ma oggi il ristorante figura tra i più rinomati della zona e dà lavoro a una dozzina di persone. «Mi occupo degli aspetti amministrativi, ma se serve posso anche dare una mano in cucina», dice con orgoglio.

Determinato, intelligente e curioso non ha rinunciato all’impegno civile con l’Unione imprenditori Italia Cina (Uniic) e Associna (Associazione dei giovani cinesi di seconda generazione). Perché Francesco, malgrado gli studi in Italia e un leggero accento milanese, non ha ancora la cittadinanza: «Per mio figlio vorrei un’Italia che riuscisse a capire che i ragazzi nati qui da genitori stranieri sono una risorsa culturale ed economica per questo Paese – conclude –. I “nuovi italiani” sono il futuro. E spero che i politici siano abbastanza lungimiranti da capirlo».

Ilaria Sesana

Fonte: Avvenire

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