Convegno per parlare di vocazione

gen 10th, 2013 | By | Category: Primo Piano

Da un decennio partecipo al convegno annuale promosso dall’Ufficio della pastorale vocazionale a Roma, poiché avverto l’importanza di ossigenare la mia fede con la preghiera comunitaria insieme con tanti giovani in cammino vocazionale. Ascoltare le loro esperienze, avvertire le loro urgenze affettive e relazionali , arricchisce le mie conoscenze in questo delicato campo e mi carica di un’energia positiva che metto a disposizione dei tantissimi ragazzi, allievi e non, che abitualmente incontro. Posso ben dire che trasmetto in seguito una buona notizia, che nel mondo vi sono tante avventure umane degne di essere raccontate perché ricche di buoni sentimenti e di Amore infinito e smisurato per il meraviglioso compagno di vita che è Gesù.
Certamente, parlare di vocazione non è vivere la vocazione, ma attraverso le storie individuali dei chiamati, si ottiene una robustezza di risorse che mi fanno ben sperare per un futuro decisamente positivo. “Progetta con Dio…abita il futuro” è il tema dell’anno 2013: senza dubbio un percorso affascinante, in cui si intreccia la propria vita con quella degli altri, una mano che tende…una mano che accoglie, come vivere in condivisione questo tratto di strada che ci è stato donato.  Sull’esempio dei profeti, che hanno risposto all’invito di Gesù “Vieni e seguimi”, ognuno di noi può ridefinire i paradigmi della propria esistenza, con un nuovo profilo più alto e tutto in crescita, ampliando gli orizzonti e rompendo gli schemi della quotidianità mediocre.  Ben ha definito quest’aspirazione la prof.ssa Nuria Calduch Benages nella sua dotta quanto raffinata relazione sostenendo che “ una lettura attenta dei racconti di vocazione nella Bibbia ci permette di offrire una classificazione che, pur nella sua semplicità, può essere di grande aiuto per una migliore comprensione del testo biblico così come per la riflessione personale o comunitaria sulla vocazione.”  Ha proposto quattro situazioni in cui il chiamato sente la chiamata, ma si regola diversamente: Abramo va obbediente alla sequela del chiamante, fiducioso e senza alcuna riserva; Mosè risponde con qualche “ma” e qualche “se”, prima di decidere; il profeta Michea chiede di essere inviato, di andare verso la sua missione in modo generoso, come conquistato da un imperativo morale; Samuele dopo un lungo periodo di riflessione, seguirà il maestro dicendo “Mi hai chiamato, eccomi”(3,8). Su tutte, primeggia la figura di Maria, che ha pronunciato il suo “Eccomi” in umiltà, con animo candido e libero da ragionamenti, che si è affidata completamente come creatura prediletta. Il suo “Magnificat” è l’espressione più alta di fedeltà, di amore, di obbedienza di una ragazza che diventa madre nel mistero del concepimento. Approfondendo questa figura, la prof.ssa Nuria Calduch Benages ha mostrato fine sensibilità di donna e di studiosa, ho sentito nella sua voce qualche tremito , ben omprensibile, che mi contagiato grande emozione. Le categorie così ben definite dalla Bibbia- ha affermato- si attagliano alle esperienze vocazionali dei giovani chiamati che, a seconda della propria indole e della loro certezza interiore, si lasciano prendere per mano docilmente o si ritagliano tempi più lunghi di riflessione.  Nei nostri giorni tendenzialmente aridi, si può ancora discutere di vocazione religiosa? E’ argomento di conversazione il sapere se e quando si verifica la chiamata del Signore? ”Si può pensare legittimamente che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza”(G.S,31).
Ma non si può tralasciare quanto è difficile la risposta, quanto lento il cammino di discernimento di una volontà più grande di noi che fa germinare inquietudine e turbamento che si dissolvono solo nella scoperta dell’Amore di Dio. Ogni incontro d’ amore si suggella con promesse e giuramenti di fedeltà, perché il sentimento duri nel tempo, al riparo da ogni indiscreta intrusione, ma sostenuto da una forte, motivata speranza di benessere che diventi felicità. Ho riflettuto che questa è la vocazione, sentirsi amati da Dio che ci prende per mano, ci accompagna, in qualche caso ci insegue; sa parlare al cuore, di quelli che sono pronti ad ascoltarlo, di quelli che lo negano, di quelli che lo trattano con indifferenza. Ma Dio sa che noi possiamo inciampare, cadere, sprofondare, perché la nostra fragile corazza di egoismo e superficialità ci dirotta verso mete più facilmente raggiungibili o beni concretamente fruibili. Lui è là che ci attende con le braccia aperte, pronto a perdonare, purchè noi ci inchiniamo, preghiamo e rendiamo grazie. Anche quando apparentemente siamo contenti di noi stessi, persi tra mille ansiose preoccupazioni, spesso superflue, travolti dal ritmo frenetico della quotidiana avventura, pur avendo tutto, in realtà manchiamo di tutto. Per molti è il male di vivere, come camminare scalzi su cocci di vetro: ad ogni passo una fitta che lacera , un sottile e subdolo dolore che piano piano si insinua nei cuori teneri di tanti che pensano di sapersela cavare da soli o con aiuti indotti, mentre hanno paura di fare silenzio e guardarsi dentro.
Questo male contemporaneo è figlio dell’ indifferenza e dell’ approssimazione, dello sconcertante vuoto di ideali autentici che non vengono additati più. “Il nostro dramma è Dio”- affermava padre Turoldo; noi siamo in quanto siamo pensati,” per cui Dio c’è anche se tu non credi, è in tutti, opera in tutti ed è sopra tutti “.  La fede è un dono arduo, perché qui incomincia la nostra opera in risposta all’ opera di Dio .E’ tutto un cercare, cercare della fides quae creditur, della fides qua creditur, che si congiungono nel momento in cui vogliamo solo sentirci dire che “tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato”. Nella nostra società in cui le decisioni si rinviano stancamente, i tempi delle attese lavorative e familiari sono dilazionati dalle oggettive difficoltà, avventurarsi nel solco della propria vocazione è una scelta libera e coraggiosa. Ciò che diventiamo dipende fortemente da ciò che scegliamo di essere. “Gesù è il punto di convergenza di tutta la storia universale. Lì va tutto. E noi faremo da indicatore stradale con la nostra testimonianza” ( don T. Bello).  I martiri della fede hanno sopportato ingiuste condanne, ma non hanno mai messo in discussione la fedeltà in colui che ha dato la vita per noi, non hanno mai abbandonato la speranza che il sacrificio di uno potesse divenire la speranza per molti, per questo martiri della fede, da elevare ad esempio per la nostra vita quotidiana.“Passeranno forse dei secoli tra i primi colpi di zappa e la messe…Ma quanto più presto si lavorerà e quanti più sforzi si faranno, tanto più colui che dà a chi comanda e apre a chi batte alle porte benedirà il lavoro dei suoi servitori e farà maturare i frutti”. (C. de Foucauld ).
La speranza non abbandoni il nostro tempo di fede, ma diventi la certezza che solo l’Amore ci salverà da questa notte oscura.

Maria Luisa Coppola.

Tags: , , ,

Comments are closed.