Benedetto XVI: Una vera superstar

gen 7th, 2013 | By | Category: Apertura

A quasi un mese dal lancio e dopo un diluvio di commenti, analisi, recensioni, buoni consigli e stroncature – gli otto account Twitter ufficiali di Benedetto XVI contano (secondo i dati aggregati resi noti dall’Osservatore Romano il 20 dicembre) oltre 2,1 milioni di follower. In questo momento, i soli follower dell’account principale, @Pontifex, sono 1.340.214. Dati da vera superstar dei social network. Ma a che pro?

 

Cosa “cinguetta” il Papa?

“Il presepe che si faceva insieme nella nostra casa mi dava grande gioia. Aggiungevamo figure ogni anno e usavamo muschio per decorarlo”. Nel momento in cui scriviamo, è ovviamente natalizio – e credibile da un punto di vista della personalizzazione –, il testo dell’ultimo tweet di Benedetto XVI risponde a una domanda posta al Pontefice e twittata in precedenza: “Quale tradizione familiare natalizia della sua infanzia ricorda ancora?”. By-passando così peraltro un paio di convenzioni del social network di chi cinguetta. E qui entriamo in medias res: come essere e “fare” il Papa su Twitter.

 

I pro e i contro

Accennavo all’oceano di pubblicistica – laica e cattolica, esperti e meno esperti – che solo in Italia questo avvenimento ha scatenato, già diversi giorni prima del suo verificarsi.

Da un lato, i convinti sostenitori della prima ora fino ai cautamente fiduciosi; dall’altro, voci dall’interno della Chiesa e da fuori, preoccupate e scettiche, finanche arrabbiate con la Curia e con i collaboratori di Benedetto XVI. E questo, bisogna dirlo, nonostante le ripetute aperture teologico-pastorali della Chiesa cattolica sulla realtà del web e dei social network, condensate in ultima istanza nel Messaggio del Papa per la 47ͣ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

 

Gli argomenti portati da chi guarda con diffidenza questa novità sono tanti. Tra i più gettonati:

• “La persona e le parole del Papa vengono esposte al pubblico ludibrio”: effettivamente, solo nei primi tre giorni dal lancio dell’account, l’hashtag proposto dallo staff del Papa per rivolgergli delle domande (#askpontifex) è stato inondato da quasi 100 mila tweet di ogni forma e sostanza. Senza contare quelli dell’altro hashtag non ufficiale, creato appositamente per “giocare” con la presenza di Sua Santità su Twitter, #faiunadomandaalpapa (ad esempio: “Ora che sei su Twitter possiamo chiamarti sua Santwittah?”).

• “Come si fa a comunicare la fede con solo 140 caratteri”? È “uno svilimento della Parola di Dio”.

• “È solo una manovra di marketing”, che farà fare tanti soldi a Twitter, soldi che invece potrebbero essere meglio destinati.

• Lo si fa per “assecondare una moda” giovanilistica e alimentata dal falso mito dell’innovazione tecnologica.

E ce ne sono tante altre, con vari livelli di sfumatura e di argomentazione. Tra queste, interessante un profilo critico che accomuna sia alcuni “pro Twitter” che alcuni “contro Twitter”, ossia l’opportunità, quasi propagandistica, di comunicare direttamente le parole del Pontefice.

La nube del dubbio si addensa comunque soprattutto intorno alla convinzione e alla relativa preoccupazione di confondere il mondo “virtuale” del web – e dei social network in particolare – col mondo “reale” delle relazioni fisiche. C’è chi ha sostenuto che si sta esponendo il Papa (e con lui tutta la Chiesa) al rischio di isolarsi in un mondo parallelo e alienarsi dalla vita sociale (stile hikikomori).

Non sto a girarci intorno e lo dico per onestà: personalmente – pur con alcune perplessità metodologiche da verificare col tempo – sono tra i “pro”. Ma questo interessa poco.

Condivido le risposte alle quattro obiezioni ricorrenti che padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha provato a condensare sul suo blog.

 

Ma ci avranno pensato bene?

Detto questo, il dubbio che trovo quasi offensivo, considerando da quali persone e da quale antica e complessa istituzione è venuta le decisione, è quello di chi si chiede se lì “alla Santa Sede ci avranno pensato davvero bene” prima di fare questo passo.

Lascio rispondere direttamente padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, e alla azzeccata parafrasi della parabola del Seminatore che ha usato per commentare l’evento e le critiche.

E chiudo con alcune parole che ho letto ieri e che possono dire meglio delle mie le potenzialità della presenza del Papa e di tutti i credenti nella complessa e, certo, ambigua realtà dei social network. Le ha scritte don Gabriele Pipinato, prete fidei donum di ritorno in Italia dopo 20 anni di missione in Kenya, in una lettera su tutt’altro tema a una delle persone che simbolicamente e concretamente hanno segnato la sua attività: “Quando predico dall’altare: ‘Dio ti vuole bene’, lui non mi capisce, ma se mi siedo al suo fianco e gli dico: ‘Io ti voglio bene’, allora capisce benissimo e vedo che ne è felice”.

Incarnarsi, farsi prossimo per far conoscere il vero volto di Dio, nell’era digitale, può passare anche da un tweet. Perché no?

 

Simone Sereni

 

Fonte: Copercom

 

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