Rapporto CENSIS: sfida della rete alla carta stampata

gen 7th, 2013 | By | Category: Eventi

Forse è tempo di “new new journalism”

In un’isola sperduta dell’Oceano, nel lontano 1914, vivevano insieme alcuni inglesi, francesi e tedeschi. L’isola non era in grado di ricevere cablogrammi e solo ogni due mesi vi approdava un postale inglese. Nel settembre di quell’anno gli abitanti, mentre attendevano l’arrivo della nave, discutevano ancora dei fatti di cui parlava l’ultimo giornale che avevano ricevuto: l’imminente processo a Henriette Caillot per l’uccisione di Gaston Calmette, il direttore del “Figaro”. Henriette era la moglie dell’allora ministro delle Finanze francese, esasperata dalla campagna stampa orchestrata nei confronti del marito. Fu dunque con un’impazienza maggiore del solito che l’intera colonia si radunò nei pressi del molo, una mattina della metà di settembre, per apprendere la sentenza dal capitano del postale. Vennero a sapere, invece, che da più di sei settimane quelli di loro che erano di nazionalità inglese, insieme a quelli di nazionalità francese, si trovavano in guerra con quelli di loro che erano di nazionalità tedesca. Durante quelle curiose sei settimane si erano comportati reciprocamente da amici mentre, di fatto, erano già nemici.
È con questo apologo che il giornalista americano Walter Lippman avviava, nella prima metà del secolo scorso, la sua riflessione sull’importanza dell’informazione nella creazione dell’opinione pubblica. E il giornalismo, che della notizia era megafono e commento, assumeva un ruolo sempre crescente nel processo di edificazione sociale. Di fronte alla sfida lanciata dai nuovi media sembra però che oggi, per la carta stampata, sia giunta una fase di transizione appena avviata. Ne parla con rigore direttore del SIR, Domenico Delle Foglie, a commento dell’analisi dei consumi mediatici contenuta nel Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese. Se infatti resta fondamentale il compito informativo dei mass media tradizionali come la televisione e la radio, basti pensare alla corsa talora compulsiva di molti candidati alle campagne elettorali per garantirsi un’apparizione in tv, sale significativamente il numero dei lettori dei quotidiani che abbandonano l’edicola per cercare le notizie in Rete. Ma davvero questa tendenza può sancire il superamento del giornalismo tradizionale? O forse potrebbe offrire l’opportunità per ripensare la professione, imprimendo nuove direzioni?
Nel corso della storia, a più riprese, la narrazione della carta stampata è stata caratterizzata da momenti di grandi novità quando ha avuto la capacità di ascoltare i tempi e cambiare con essi. Negli anni Sessanta del Novecento, in un’America segnata dalla presidenza di J. F. Kennedy e scossa dalle rivolte giovanili, dai figli dei fiori e dalle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, prende vita una nuova forma di giornalismo che si interessa allo studio di forme di scrittura ibride che combinino tecniche di finzione tipiche della letteratura e capacità di osservazione dettagliata propria della cronaca. È l’alba del “new journalism”: con una dirompente forza innovatrice e un’innata capacità di coinvolgere il lettore, questo nuovo giornalismo rompe con le regole tradizionali dell’imparzialità e della scrittura bilanciata per raccontare le storie attraverso gli occhi dei personaggi che le animano. E, sebbene attraversi il cielo della stampa nazionale ed estera come una meteora, sarà capace di tracciare una tendenza che ancora oggi caratterizza un modo di fare giornalismo. Tra i maggiori rappresentanti di questa nuova corrente, Truman Capote (nella foto) è senz’altro uno degli autori più apprezzati e il suo romanzo “A sangue freddo” resta un titolo che dovrebbe trovare spazio nella biblioteca di ogni giornalista e comunicatore. Per rispondere, anche nell’era digitale dei media caldi e dei cinguettii sulla Rete, alla sfida lanciata alla carta stampata.

Riccardo Benotti

Fonte Copercom

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