Vescovo volante in missione nel mondo

gen 4th, 2013 | By | Category: Il Serra nel Mondo

Papua Nuova Guinea: intervista a monsignor Capelli. Quell’invito evangelico ad annunciare la Buona Novella “fino agli estremi confini della terra”, per monsignor Luciano Capelli suona da subito come un imperativo categorico. Una legge di vita, una forza incontenibile che, ancora 18enne, lo allontana dalla “sua” Valtellina per farne una presenza viva tra gli ultimi del mondo. E’ infatti il 1965 quando il giovane salesiano viene inviato nelle Filippine, dove studia filosofia e insegna la lingua latina. Ma anche diverse professioni tecniche, con le quali garantisce un futuro ai giovani rifiutati dal servizio scolastico nazionale. Nel 1971 il religioso torna in Italia per studiare teologia, una parentesi di quattro anni che culmina nell’ordinazione presbiterale. Poi di nuovo nelle Filippine, dove il conseguimento della laurea in scienza dell’educazione e lo spiccato carisma salesiano lo accompagnano verso la responsabilità globale di varie strutture formative. Nel 1999, dopo aver seguito per 6 anni la missione in Papua Nuova Guinea, si apre per lui una nuova, grande sfida: portare l’opera di don Bosco nelle Isole Salomone, sempre più proiettato verso quegli “estremi confini della terra” che sono le aree dell’Oceano Pacifico centro – meridionale. Parroco nell’isola di Guadalcanal, costruttore e animatore di scuole e ospedali, presenza instancabile accanto agli ultimi. L’operato silenzioso e quotidiano di monsignor Capelli brilla di nuova luce il 21 ottobre 2007, quando l’ordinazione episcopale proietta il neo vescovo verso la cura pastorale della diocesi di Gizo, nelle isole occidentali.

Eccellenza, lei ama definirsi “il missionario più lontano al mondo”. Quali sono le caratteristiche geografiche del territorio affidato alla sua cura pastorale?
Il contesto generale è quello delle “Solomon’s”, un arcipelago di roccia e corallo che si estende su 27mila chilometri quadrati tra Vanuatu e Papua Nuova Guinea. Le isole sono quasi mille, ma solo 349 vedono la presenza di stabili insediamenti umani. Ciò non toglie che con i loro 550mila abitanti rappresentino la terza nazione del Pacifico Centro Meridionale, escludendo Australia e Nuova Zelanda. La capitale, Honiara, si trova nell’isola di Guadalcanal. Da un punto di vista linguistico la situazione assomiglia ad una piccola Babele. L’idioma principale è il Pijin, ma accanto ad esso coesistono altri 70 dialetti. Il clima può essere considerato tropicale caldo umido, anche se da maggio a dicembre si presenta più secco e temperato. Queste caratteristiche, comuni a tutte le Isole Salomone, contraddistinguono anche la mia diocesi di Gizo. Situata nell’estremo nord della nazione, conta 150mila abitanti di solo 12.500 cattolici. E ripartiti in 100 piccole comunità.

Sotto il profilo politico come incide questa frammentazione territoriale?
La nazione si è resa indipendente dall’Inghilterra circa 30 anni fa e, teoricamente, risulta essere una giovane democrazia del Commonwealth. Eppure l’isolamento geografico e l’estrema difficoltà di spostamento continuano a svuotare di contenuto pratico questo sistema di governo. La distanza genera infatti incapacità di relazione, e a cascata nascono continue prevaricazioni che sfociano in lotte intestine. Vi è anche una lotta di stampo politico-sociale che tenta di far annullare la vendita di numerosi appezzamenti alienati dal governo coloniale. Basta poi che una persona asserisca di essere proprietaria di un piccolo lembo di terra per bloccare aereoporti, strade, ponti. E perfino la posa di pali per l’illuminazione pubblica. La corruzione è dilagante, alimentata da una cronica povertà unita all’assenza di qualsiasi contatto con il mondo moderno.

Poi è arrivato anche lo tsunami…
Sì, il 2 aprile 2007, immediatamente dopo un fortissimo terremoto. Quella è stata una tragedia immane che in un istante ha distrutto case, chiese, scuole, ambulatori…tutto quanto i missionari avevano costruito sulla costa nell’arco di un secolo. La catastrofe ha fatto notizia per 24, forse 48 ore. Ma non so quanti di voi conoscono le nostre tragedie quotidiane, meno eclatanti di questa ma forse anche più pericolose perchè sempre in agguato: 4 tsunami in 3 anni, continui terremoti di magnitudo 7, ospedali costretti a vuotarsi improvvisamente con la gente che poi non vi vuole rientrare per paura di nuove scosse…e poi il surriscaldamento dell’oceano con la conseguente moria dei pesci che costituiscono il principale nutrimento degli abitanti. Senza dimenticare le zanzare che diffondono la malaria.

Qual è il ruolo della Chiesa locale in tutto ciò?
La Chiesa, soprattutto nella prima emergenza, è l’unico organismo che si preoccupa seriamente di stare a fianco della gente in modo concreto e dinamico. Materialmente, elaborando progetti per fornire assistenza medica e logistica, conteggiare i danni, organizzare e soprattutto seguire la ricostruzione. Un lavoro immenso. Ma anche spiritualmente, dando speranza agli scoraggiati, facendoli sentire amati da Dio anche se immersi nelle tragedie più cupe. Per fare questo puntiamo molto sui giovani, insegnando loro lavori tecnici: danno pronta soddisfazione, sotto il profilo psicologico aiutano ad acquisire la giusta autostima e a scongiurare la rassegnazione, il più pericoloso dei mali. Abbiamo anche attivato 20 emittenti radio in altrettante stazioni missionarie: una volta al giorno si sintonizzano sulla stessa frequenza per assicurare lo scambio di notizie e programmi. Ci sentiamo però un abbandonati a noi stessi, nell’indifferenza della comunità internazionale. Eppure è proprio qui, agli estremi confini della terra, il luogo in cui Dio ci ha chiesto di annunciare il suo Vangelo.

E far pastorale a Gizo non dev’essere poi così semplice… Basti un dato: io posso contare su 12 soli sacerdoti, di cui 2 autoctoni e gli altri incardinati da soli 4 anni. Come è possibile fare dell’Eucarestia il culmine e la fonte della vita cristiana? In moltissime e piccolissime comunità la fede è tenuta viva dai catechisti che abbiamo formato spendendo immense energie. E noi italiani magari ci lamentiamo se la chiesa sotto casa nostra anticipa o posticipa la Messa di mezz’ora…io comunque non demordo. Sto rivolgendo costanti appelli a numerosi vescovi della Chiesa universale perchè possano inviare a Gizo nuovi sacerdoti. La messe è molta ma gli operai sono pochi, pochissimi…eppure sono sempre fiducioso: abbiamo 20 seminaristi che potrebbero essere il futuro della diocesi. In ogni caso la nostra opera si caratterizza per il suo spiccato carattere sociale. Investire in scuole e ospedali significare dare dignità alle persone, farle sentire amate. E’ per questo che la nostra pastorale non può prescindere da quella che viene chiamata pre-evangelizzazione.

Molti hanno sentito parlare per la prima volta di lei quando un anno fa ha conseguito a Sondrio il brevetto di volo. Da cosa nasce la decisione di imparare a pilotare un aereo ultraleggero?
Se qualcuno vola per amore del volare, io devo volare per amore della ragione per cui volare: essere una presenza segno là dove c’è isolamento. Seguire la ricostruzione del dopo tsunami, stare vicino a sacerdoti sperduti nelle loro difficoltà, contribuire alla crescita degli animatori laici della diocesi…:è quasi impossibile fare ciò su una barchetta sfidando l’oceano. Io devo volare per la passione del Regno di Dio, una sfida rischiosa ma a cui non posso rinunciare, nemmeno a 65 anni. Omnia possum in Eo qui me comfortat, tutto posso in Colui che mi dà forza…altius…fortius… citius…più in alto, in modo più vigoroso, più velocemente…?

Marcello Palmieri

Fonte: Avvenire

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