Credo o credibilità? Lo stato dell’arte

dic 25th, 2012 | By | Category: Cultura

Osservando da artista militante il dibattito che sembra ricominciato da un pò di tempo sul rapporto tra arte e fede e gli eventi correlati che si profilano, sento la necessità di proporre alcune riflessioni, perché il tema è caratterizzato da tante buone dichiarazioni di intenti che sono estremamente distanti da una realtà molto più restia alla trasformazione. L’arte e la fede sono veri e propri luoghi, se derivano da una viva e profonda necessità e da un genuino interesse per l’uomo e il suo destino, nei quali si attua la compresenza di una casa stabile e di un moto. Luoghi in cui il cammino rappresenta il gesto fondamentale, ma in cui la tentazione che deriva dalla memoria di casa stabile è anche molto forte. Ogni opera, se è tale, ha insieme la solidità di un momento raggiunto e il germe di una progenie di momenti da venire.

A parole nessuno negherà che l’arte è rinnovamento e costante interrogazione ad una coscienza che troppo spesso cerca una cristallizzazione rassicurante. Sembra diventata anzi una moda sostenerlo, assieme alla citazione a sproposito e senza discernimento di un concetto generico ed edulcorato di bellezza. Nei fatti concreti invece le priorità sono troppo spesso completamente diverse. La sola parola cambiamento genera rifiuto a priori, o una dilazione temporale che tende ad annullarne effetto e presenza. L’arte, la fede, diventano quindi feticci statici ed inamovibili, tende permanenti che illudono sulla conservazione di una qualunque istanza terrena, una sorta di protezione dall’inquietudine. Ma la inquietudine è il processo vitale che permette di interrogarsi e di cercare risposte. E’ la base stessa dell’arte e della necessità di fede. La inquietudine è lo sbilanciamento che permette la rigenerazione, lo svolgersi dell’umanità. Le grandi novità che fede ed arte autentiche possono far esperire sono intrise di una straniante e meravigliosa discrasia cronologica, perché hanno la facoltà di trasferire nel hic et nunc il compimento da venire. Ma essendo i segni del percorso lo fanno per un tempo determinato, per il tempo di una tenda.

Alla luce di queste considerazioni laddove l’arte diventa esternazione, incontro di una fede non può rinnegare la sua natura di essere sempre tenda (Mt 17,1-9) che va costantemente fatta e disfatta. Altrimenti muore nel suo stesso significato, che anche etimologicamente interroga il moto, lo spostamento. E qui viene il punto. Sento parlare del fatto che la Chiesa deve guadagnare credibilità nel trattare l’arte. Sono il primo a dire che tonnellate di oleografie stucchevoli, approssimazione totale e ignoranza stolida della committenza hanno fatto sì che l’arte sacra, dall’essere il centro della contemporaneità con i Caravaggio ma anche con i Gaudì, sia diventata il ricovero per anime belle la cui opera sarebbe più apprezzabile nei contesti dei mercatini di paese o della decorazione di qualche stabilimento termale. Questo non toglie che una volta compresa la situazione il compito diventa mostrare cosa si è in grado di proporre di nuovo, di originale, di genuino. Invece si cerca la credibilità. Grande scusante di una strutturale mancanza di coraggio. Ma se il coraggio non viene dalla fede e dall’arte vuol dire che il mondo è perso. Non servono doppioni del mercato contemporaneo con la sua chiara propensione al commercio e alla proliferazione del vuoto. Serve mostrare una alternativa. Se si è capaci. Altrimenti tanto vale rimanere nel circo del contemporaneo con i suoi limiti e con i suoi risultati. Le avanguardie artistiche sono sempre state fuori dal mercato. Quando ne sono diventate parte hanno smesso di essere avanguardie. Credo che in questo Xfiction, nel grande evento di febbraio del Progetto Culturale, e grazie alla apertura del Progetto Culturale, abbia rappresentato un momento di riflessione.

Cercare credibilità in arte e fede è come tentare di trasformare la tenda in una casa illusoriamente stabile. Significa negazione della stessa loro identità. Arte e fede sono di questo mondo ma non vi appartengono totalmente. Rappresentano un ponte possibile con altre dimensioni, un segno che c’è altro dentro la realtà percettiva. La matrice artistica è vicina alla matrice teologica, si potrebbe dire che l’opera della prima può assurgere ad una simbolica della seconda. Arte e fede autentiche non cercano credibilità. La sfidano. Mai alcuna idea forte o rivelazione del genere umano ha cercato conferme preventive di assenso. Significherebbe negazione tautologica del loro stesso esistere.

Come accennavo nell’introduzione sembra ci siano opportunità nuove in arrivo, nell’ambito dell’arte che si relaziona col sacro. Se queste opportunità diventano esclusivo esercizio di credibilità non saranno testimonianza di vitalità, non saranno testimonianza di una cultura che rinasce nel contemporaneo, di una forza gioiosa ed autonoma che si espone al giudizio del mondo con la sua identità, ma saranno lì a testimoniare timidezza e soggezione verso altre culture, verso i gentili (per intendersi) che legittimamente da tempo si interrogano sulla qualità e sul costante fremito anche scomodo (ma genuino) che l’arte deve rappresentare. Saranno lì a dire che il Sacro è il Mercato con il suo circo. Se i movimenti artistici da sempre non hanno cercato assenso, ma quella vitale sfida al conosciuto che porta riflessione e dibattito, è mai possibile che non sia in grado di farlo una Comunità che alla propria origine dovrebbe avere la summa di tutte le rivoluzioni? E’ possibile che la Chiesa cerchi credibilità? Forse che Giulio II cercava l’assenso nell’affidare la Cappella Sistina ad un certo Michelangelo, che oltretutto era principalmente scultore? Facendo quello che tutti gli altri fanno, affidandosi alle certezze del mercato piuttosto che alla scommessa di un rinnovamento e/o evoluzione (tra l’altro con un certo ritardo), non avendo la forza di affermare la propria identità, si testimonia che una cultura artistica nativa cristiana che si confronti con i crismi del contemporaneo vero e non delle oleografie stucchevoli da santino o poco più, non esiste. Che è morta sul nascere. Abortita.

Una qualunque cultura che raccolga la sfida delle contemporaneità deve mostrare che dal suo interno nasce un pensiero rigenerato, con una sua autonomia, che non teme il confronto, invece di attingere alle sicurezze consolidate in altri ambiti e con altri fini, alla ricerca di una fatua credibilità. Se una cultura ha una sua forza non cerca ma mostra credibilità, anzi mostra il suo credo. Per una pedagogia dei contrari che caratterizza il processo vitale e che è stigmatizzata in maniera indelebile nel cristianesimo, affidarsi ai potenti esterni senza vedere e capire e sostenere ciò che si genera in casa propria, non porta alla credibilità, ma conferma la sudditanza. Ma vi immaginate se la Bibbia riportasse che le Tavole della Legge, per essere credibili, erano state appoggiate sul vitello d’oro… per cercare credibilità? Il Vitello d’oro è ancora lì con la sua seduzione di lustrini… nel caso lo chiamiamo mercato.

Raul Gabriel

Fonte:Progetto culturale

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