Delpini: la vocazione nell’immagine della Chiesa trasfigurata dalla gioia

dic 5th, 2012 | By | Category: Primo Piano

Pubblichiamo integralmente la disamina di S.E. Mons. Mario Delpini, Vescovo Ausiliare e Vicario generale della Diocesi di Milano, Segretario della Commissione Episcopale per il Clero e la vita consacrata, che così si è rivolto ai ragazzi ed ai laici nel Seminario di Aversa con la sua disamina e riflessione sull’argomento “Verso il futuro della Chiesa”.

S.Ecc. Delpini

Mons. Delpini è stato accolto da mons. Stefano Rega con queste parole anche nel pomeriggio dedicato al dialogo con i laici circa la presentazione del documento di orientamente per le vocazioni al ministero sacerdotale: “Sono particolarmente grato a mons. Delpini – ha detto nelle sue parole di accoglienza ai relatori ed agli ospiti il Rettore del Seminario di Aversa – per essere qui con noi, di lui ho sempre apprezzato lo stile profondo, incisivo e ironico. Ci sentiamo uniti con Milano e lo abbiamo ripetuto più volte in questa giornata di studio sul documento rivolto alle vocazioni, dalla figura di San Carlo Borromeo, Patrono del nostro seminario. Il 4 novembre infatti noi festeggiamo in seminario con le famiglie, nell’esempio di San Carlo. L’augurio a mons. Delpini che San Carlo lo accompagni sempre nel suo operato a favore della Chiesa”.

“Grazie al Rettore del Seminario di Aversa mons. Stefano Rega di questo gradito invito” – ha detto mons. Delpini approcciando alle sue riflessioni circa il futuro della Chiesa. “La persuasione che è alla base della cura per la formazione delle vocazioni sacerdotali e’ il prendersi la responsabilità del futuro della Chiesa, la cura della Chiesa e questa e’ l’orizzonte in cui muovermi in questo mio appunto che sottopongo alla vostra attenzione. Il mio intento è solo di presentare una prospettiva particolarmente congeniale del documento non certo di presentarlo, ruolo che e’ di mons. Bonnici. Il primo tema, di un percorso vedrete positivo, e’ l’inadeguatezza. E’ cosi profondo lo spunto delle vocazioni che una dichiarazione di inadeguatezza ne è un buon presupposto. Tutti abbiamo qualcosa da dire ma nessuno di noi ha la presunzione di non avere troppe certezze cioè non devono esserci idee di automatismo, non ci sono garanzie. Non c’e’ una ricetta per le vocazioni, non c’e’ nessuna operazione che garantisca la riuscita. Da un lato si deve essere cauti nel prendere per oro colato i luoghi comuni, vi è l’idea di un certo relativismo, cioè come se tutti già sapessero cosa sia volontà di Dio, dall’altro vi è la pastorale vocazionale. Altro aspetto di scetticismo è rappresentato dal fatto di non essere troppo sbrigativi nell’attribuire responsabilità. Se vi è crisi vocazionale la colpa non e’ dei genitori che si sentono accusati da tutti i mali dell’occidente. E’ per colpa dei genitori che i figli non si impegnano..una brava famiglia dove si prega, dove ci si vuole bene, favorisce un ingresso nella società. Non e’ colpa di nessuno se il ragazzo fa il male. Bisogna però all’occorrenza essere consapevoli di essere inadeguati. Poi un altro punto consiste nell’approccio e nella visione di una Chiesa trasfigurata dalla gioia. Se la parola vocazione ha un qualche significato, vuole dire che c’e’ qualcuno che chiama, e’ un’annunciazione, questo angelo di Dio che va a visitare Maria, ad esempio. Se la Chiesa ha un qualche significato esso è vocazione ovvero qualcuno che chiama, che raduna per il tramite di un intervento di Dio. Un tema che ci richiama proprio all’iniziativa di Dio. Non c’e’ l’importanza di ruoli da ricoprire, come ad esempio di Vicario etc., se ci sono posti liberi per fare il prete, ci sono vocazioni che hanno a che fare con la presenza di Gesù risorto. Il tema della vocazione ha a che fare con l’annunciazione della sua gloria che si rivela come qualcosa di sorprendente, come nel Vangelo di Luca, ove si dice che ‘la gloria del Signore li avvolse di luce’. L’irrompere dell’annunciazione, della gloria di dio che chiama, e’ una gloria che riempie di gioia, ove la nostra Chiesa riceve continuamente l’iniziativa della gloria di Dio, di Gesù che e’ vivo, che parla e che avvolge di luce, non come esperienza di luce ma clima di gioia. Perchè Maria esulta non come davanti ad una sorta di bacchetta magica che mette a posto la sua vita. La vocazione ha come risonanza la gioia. L’esperienza immediata dell’irradiarsi di questa fede, che ha rivolto il suo sguardo su di noi. L’immagine di una Chiesa trasfigurata dalla gioia, che i cristiani sono stimati, dipende dal dono dello Spirito. La nostra gioia e’ frutto della nostra fede, una premessa importante sul tema della vocazione. Solo una Chiesa contenta può essere una parola persuasiva, su chi si interroga sulla speranza di essere significativa in un contesto scoraggiato, triste. Il cristiano dovrebbe dire ‘noi siamo contenti’.

S.Ecc. Delpini nel corso dell'intervento

Vale la pena essere pietre vive della Chiesa se vi e’ la sorgente della gioia. Questo clima deprimente nelle nostre comunità non è una premessa importante per fare qualcosa di bello. Una chiesa depressa, una chiesa lamentosa non e’ un incentivo alla vocazione. “Una volta – si è rivolto mons. Delpini scherzosamente ai giovani del Seminario di Aversa – volevo fondare una congregazione con un solo voto, una tentazione probabilmente: il voto di non lamentarsi mai. Nella mia diocesi ho avuto scarso successo. Amo una Chiesa trasfigurata dalla gioia, in cui abita il Signore, Gesù e in cui abita lo Spirito Santo. Se e’ vero che il principio di ogni vocazione e’ la grazia di Dio, di quali compiti dobbiamo distribuirci, dobbiamo interrogarci sulla nostra disponibilità ad una pastorale della docilità. Si riassume in questo punto. ‘Chi mangia di me vivrà per me’ (Gv 6,57). La nostra fede prima di essere una convinzione e’ originaria, prima creiamo poi pensiamo. Prima siamo nutriti da pane di vita. Nella liturgia ambrosiana noi ci accostiamo alla tua mensa e siamo trasformati ad immagine della tua gloria mentre noi mangiamo il pane quotidiano, questo diventa la nostra vita, il pane eucaristico ci fa vivere della vita di Dio. Imparare a vivere i santi misteri come colui da cui viene la vita, fa sì che ci trasformino ad immagine della gloria di Dio e che quel pane mi fa diventare cosi. Se io durante la messa scambio un segno di pace vuol dire che questo mi rende uditore della parola. Se vado a prendere il pane, questo pane diventa la mia vita. ‘Fate questo in memoria di me’. Spargete anche voi il vostro sangue perchè sia continuata l’alleanza. Imparare a partecipare all’Eucarestia per il tramite della docilità. Noi che riceviamo lo Spirito Santo conosciamo tutto di Dio. Noi non e’ che sappiamo chi sia Dio. Nessuno ha mai visto Dio ma Gesù ce lo ha rivelato. Questi studenti in generale frequentano corsi di teologia, sembrano quasi condannati, invece che ricevere il pensiero di Cristo. Non e’ l’omniescenza ma e’ quello che Dio vede. Il nostro atteggiamento e’ quello del silenzio, che non è il vuoto ma è il silenzio che riempie. Ricordate, ad esempio, il Cardinale Martini nella dimensione contemplativa della vita (1980). Prendete un po’ di tempo per ascoltare, non fermatevi alla ovvietà, è il principio critico che mette in discussione la pastorale delle nostre comunità. Ascoltare per imparare. A volte si discute sull’inutilità dei sacramenti, i ragazzi nella nostra diocesi sono condannati tutte le settimane a fare un’ora per quattro anni, c’e’ un investimento enorme, condannati tutte le settimane a fare catechismo e finito il percorso non sanno nulla.

Mons. Stefano Rega

Ecco i fallimenti di un investimento cosi aspro, abbiamo dato enfasi eccessiva, bisogna insegnare come si fa silenzio. Noi cristiani siamo capaci di fare silenzio. ‘La capacità di vivere un po’ di silenzio interiore, connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulita’’ – diceva Martini. Talvolta anche i cristiani hanno questa tentazione, di volere assomigliare agli increduli ecco perchè siamo sempre indaffarati. Teniamo a mente la Vocazione al silenzio. Cominciamo noi a fare un po’ di silenzio”.

“E quando – ci si chiede – chi prega per le vocazioni? ‘Pensaci tu’, si dice, noi proseguiamo a pregare il Signore, non ascolta le nostre preghiere, non ci manda vocazioni..cosa vuol dire pregare per le vocazioni delegare? La vocazione ha a che fare con la disponibilità a lasciarsi coinvolgere, che parole posso dire. La preghiera delle vocazioni trasporta chi prega in una preghiera vocazionale. Non e’ la quantità delle risposte ottenute da Gesù che ha esaudito, non le mie preghiere ma contano i risultati. E’ lasciarsi illuminare da Dio su ciò che io posso fare. Un altro punto e’ che la preghiera delle vocazioni dovrebbe essere insegnata in una età consona, nel momento in cui si può scegliere quello che è coerente con i valori evangelici, in cui ogni giovane orienta la  propria vita, perchè indirizzi la mia vita come una vocazione, nella pastorale della docilità. Per vocazione non si intende ‘tu devi fare cosi’, sembra che il discernimento vocazionale sia la ricerca di un binario gia’ tracciato, dove mettere il vagone ma ciò non e’ una dinamica della vocazione cristiana. L’altro aspetto e’ che la parola ‘Vocazione’ e’ un pò sfortunata, perchè diventa una parola generica.

Scambio di doni a conclusione dei lavori: dei presepi,come da tradizione campana, sono stati donati dal Rettore del Seminario di Aversa a mons. Bonnici ea S-Ecc.mons. Delpini sono stati realizzati interamente a mano dalla ceramista, serrana del club di Aversa, Giovanna Carotenuto

Si dovrebbe ascoltare ciò che Dio ha rivelato. La volontà di Dio è che tutti gli uomini siano salvi. ‘Prima della fondazione del mondo’ – dice San Paolo – ‘Dio ci ha scelti per renderci partecipi della sua gioia e questa certezza ad essere chiamati, diventa ciò che ci attira, rende attraente il vivere come lui, la bellezza di una vita cristiana, la strada di Gesù, la strada della salvezza’. ‘Ci si chiede tra i ragazzi oggi mi laureo, poi cosa succede, troverò un lavoro prestigioso, e poi cosa succede…oggi i giovani – e voi me lo confermerete -  mi sembrano come ragazzi chiusi in un parcheggio, sono come una Ferrari fatta per sfrecciare ma che resta chiusa. No c’e’ la strada, c’e’ un futuro di carriera, di posto di lavoro, come attrattiva di felicità. ‘Come faccio a percorrere questa vita?’ ed è qui che interviene il discernimento, che può consolidarsi nella vita, nel desiderio di fare il prete. Perchè soddisfa un’ambizione. La vocazione tu la scegli perchè risponde all’attrattiva di Gesù. E poi ancora in un ultimo punto, cosa vuol dire fare il prete? Vi e’ l’idea che si debba passare dalla figura dell’identita’ del prete più’ che dalla missione apostolica. Cio’ ha origine da una logica centrata che isola e che fa si che il prete deve avere un certo ruolo, quasi come la definizione dell’identita’ del prete sia un ruolo. Ma l’identita’ del prete non e’ il potere ma identita’ di relazione, l’identita’ del prete e’ di essere collaboratore del Vescovo. Poi il seminario aiuta le persone, qui vi è l’obbedienza ad una chiamata, il Vescovo chiama i collaboratori, nel suo ruolo di ricerca delle vocazioni. Bisogna evolvere dall’idea individualistica di fare il prete ed è necessario far parte del mondo di Cristo. Lasciarsi istruire, fare evolvere il desiderio di ogni vocazione”.

Si rimanda al testo integrale degli appunti forniti nella sede di Aversa il 4 dicembre 2012 dallo stesso mons. Delpini che pubblicheremo nell’archivio del portale www.serraclubitalia.it, come parole di sorgente per le vocazioni.

Trasposizione del testo a cura di Viviana Normando.

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