Cristo … El Salvador !

nov 27th, 2012 | By | Category: La Voce del Seminario

“Il colore del sangue non si dimentica”

 

Uno dei modi per comprendere il presente, è quello di interrogare il passato, ciò che siamo stati, ciò che abbiamo vissuto, le esperienze che ci hanno segnato e hanno lasciato, nel bene o nel male, un segno indelebile nel cuore. Ecco perché, l’unico modo che ho per cominciare il racconto della mia esperienza ne El Salvador, iniziata il 29 luglio e conclusasi il 30 agosto, è quello di descrivere il passato di quella terra, provando a farlo alla stessa maniera in cui alcuni salvadoregni hanno fatto con me, cercando di trasmettere, cioè, le stesse emozioni.

Partiamo direttamente dal 1979. Il popolo salvadoregno, da molto tempo ormai, viveva in una situazione di sottomissione e schiavitù. I lavoratori non avevano alcun diritto, mentre i capitalisti godevano addirittura di quello di poter decidere della vita o dell’altrui morte. Ammazzavano senza scrupoli contadini che, al limite della sopportazione, rivendicavano almeno il rispetto per la dignità umana e per la libertà d’espressione. Ma il potere rende il più delle volte cechi e strappa il cuore, cancellando ogni sentimento, e induce a pensare che l’altro sia solo un mezzo per raggiungere ciò che si vuole.

In questo terribile clima di soprusi e maltrattamenti, spunta la voce profetica di una Chiesa che, finalmente, dopo tempo, si ricorda di dover essere al fianco di chiunque,  ma, in particolar modo, dei poveri e degli emarginati. La povertà, in quel tempo, aveva mille sfumature: al popolo non era stato tolto solo il “pane quotidiano”, ma era stato privato della libertà di scegliere, di parlare, di agire in un modo piuttosto che in un altro senza temere di esser ammazzato. Anche se in quegli anni – mi raccontavano – morire era una liberazione, non una pena.

La profetica figura di un lungimirante vescovo accese gli animi e condusse la gente innanzitutto a comprendere che il Regno di Dio è già su questa terra.  Non c’era da aspettare, piuttosto c’era da lavorare e lottare affinché  i poveri potessero, già su questa terra, assaporare la beatitudine che un giorno avrebbero gustato pienamente nel cielo. La fede della gente era salda, ma la parola di Dio era stata mal compresa fino a quel momento; e questo, Monsignor Oscar Arnulfo Romero lo aveva capito. C’era da purificare un concetto religioso che, fino ad allora, serviva solo ad addolcire la sopportazione dei soprusi e delle ingiustizie, per passare a credere in un Dio che ci chiede di lavorare adesso perché, nei luoghi che abitiamo, possa trovare dimora la giustizia e la pace.

La gente, allora, cominciò a destarsi, iniziò a comprendere che era ormai giunto il momento di lottare con ogni mezzo, affinchè tutti potessero godere di quel bene prezioso, donato da Dio e a lui tanto caro: la libertà.

Ed è per la libertà che questo popolo ha sofferto. E’ per questo valore tanto grande che El Salvador conobbe 12 lunghi anni di lotta armata nella quale si scontrarono i lavoratori e le forze militari comandante dal governo. Ed è per il sostegno e la vicinanza al popolo di Dio che la Chiesa salvadoregna, oggi, ricorda centinaia di martiri, tra cui compaiono, oltre ai laici, sacerdoti, gesuiti e lo stesso Oscar Romero che il popolo ha considerato, fin dal momento del suo assassinio (il 24 marzo 1980), santo. El Salvador e la sua Chiesa, vengono fuori da questa storia e, se di questa non si tiene conto, non si può riuscire a comprendere nulla di quello che adesso è il suo presente, costruito con fatica e conquistato con ogni tipo di impegno.

“Il colore del sangue, non si dimentica”. Così esordì una donna che mi raccontava la sua storia.

Io non so se possa esistere una guerra giusta; non so se sia corretto ammazzare il nemico che mi sta privando di ciò che è un mio diritto; non so se impugnare il fucile, quando non esistono altri mezzi, e combattere, possa essere una soluzione ammissibile per la costruzione del Regno di Dio. So solo che c’era del vero in quanto quella donna mi diceva perché io, quel colore, l’ho rivisto negli occhi di molti, scolpito nella memoria di chi mi parlava e lasciava trapelare il rumore dei fucili e delle bombe; dei corpi che battevano al suolo esanimi; il pianto dei bambini rimasti orfani e di madri inconsolabili ai quali era stata strappata la prole e con essa, la gioia di vivere.

Io continuo a non sapere se sia giusto combattere una guerra  in nome di nobili valori. So solo che la guerra lascia, nell’esistenza di chi l’ha vissuta, un dolore incancellabile, che ti cambia il volto e spegne quella luce di occhi che hanno registrato troppe atrocità per poter ancora diffondere calore.

“Porque un dia sin sol, es una noche  mas larga!” (Perché un giorno senza sole, è una notte più lunga)

Leggevo questa frase su un cartellone pubblicitario mentre da Arcatao, il municipio che mi ha ospitato, distante circa 100 Km dalla capitale, ero in viaggio per raggiungere l’aeroporto di San Salvador e tornare a casa. Quella iscrizione fu per me un’ottima chiave di lettura e mi diede la possibilità di definire l’atteggiamento dei salvadoregni e la loro capacità di “mordere” la vita, per dirla alla maniera di don Tonino Bello.

Non è mai semplice per me raccontare della mia esperienza vissuta lì. Le sensazioni sono state davvero tante e, nel riportarle alla mente, le emozioni diventano troppo confuse per poterle chiaramente decifrare.

La situazione de El Salvador, oggi, non è che sia migliore del passato, almeno per quella parte del paese che ho conosciuto. La gente “sopravvive” coltivando mais e fagioli la cui produzione basta appena per soddisfare il fabbisogno della popolazione.

Per tutto il mese di Agosto ho vissuto nella sacrestia della chiesa, adibita a camera da letto, in un paesino distante,  a piedi, circa un’ora e mezza dalla parrocchia di san Bartoleme, in un altro comune, dove viveva il parroco, p. Miguel Velasquez. Per la colazione, il pranzo e la cena ho ricevuto una splendida ospitalità da Julia, una signora del posto, che ha messo a mia disposizione tutto quello che poteva. Stando lì mi tornò in mente la storia di quella donna della quale Gesù parla nel vangelo che, pur avendo offerto davvero poco, per la logica di Dio era da apprezzare perché aveva dato tutto quello che poteva. Julia, a me, dava quell’impressione.  Quell’ospitalità gratuita mi faceva riflettere: spesso quando le persone hanno tanto, si preoccupano di donare, quando va bene, quello che hanno. Chi invece non possiede granché, senza chiedere nessun tornaconto, ti dona quello che è, ti apre il cuore e ti rende destinatario di doni incommensurabili, senza che tu faccia niente per meritarli.

La vita da quelle parti scorre lentamente e la maggior parte del tempo passa mentre le persone, dopo aver lavorato, si adagiano sull’amaca e aspettano che arrivi la notte, sperando che il domani sia un giorno migliore.

I ragazzi, invece, sono autentici sognatori. Evitano che la noia prenda il sopravvento organizzando attività di musica e teatro. Quasi tutti riescono ad andare a scuola, fermandosi però a quello che, in Italia, sarebbe il Liceo. L’università è un lusso per pochi perché, oltre a richiedere un ingente  impegno economico, toglierebbe tempo a chi, intorno ai vent’anni, deve già procurarsi necessariamente un lavoro. Molti sognano un futuro migliore per il loro paese e vivono della consapevolezza che loro saranno i protagonisti del domani; tanti altri, invece, sognano di emigrare e provare a cercar fortuna negli Stati Uniti pur consapevoli che tale scelta li porterà lontani dalla loro terra, strappandoli dai loro affetti.

Alcuni, invece, hanno deciso di buttarsi via concedendosi alle lusinghe della droga che è diventato il maggior problema da risolvere, per lo Stato e per la Chiesa.

Nella mia esperienza lì non ho fatto altro che vivere con queste persone, provando ad assumere le loro abitudini e i loro stili di vita. La mattina andavo a scuola ad insegnare italiano per far si che i ragazzi – questo era il desiderio dei docenti che mi proposero quest’attività – potessero allargare gli orizzonti, spaziare con la mente e comprendere che in questo mondo esistono varietà di linguaggi, di stili di vita, di modi di dire e di fare. E poiché la diversità è sempre ricchezza, imparare una nuova lingua poteva esser la possibilità di un arricchimento. La gioia degli studenti e la loro voglia di apprendere mi ha stupito. Ogni giorno, a scuola, entravo in contatto con ragazzi dai 6 ai 17 anni, tutti carichi di entusiasmo e con la curiosità di aprire quest’orizzonte sconosciuto di una nazione della quale conoscevano solo la Mafia e la Juventus. Che tristezza!

Il pomeriggio, invece, su richiesta di p. Miguel, ho affiancato il lavoro della pastorale giovanile: ragazzi che pensavano ed attuavano attività che coinvolgessero tutti i giovani della parrocchia perché potessero stare insieme e, nella comunità, provare ad incontrare Dio. La cosa che più mi ha edificato è stato vedere quei giovani, ogni Mercoledì, celebrare la liturgia della Parola. Anche la S. Messa era un lusso raro: p. Miguel era l’unico prete per 34 popolazioni e l’unico modo per poter permettere a tutti di nutrirsi della Parola di Dio era affidare questo compito ai laici. E il rimando al nostro modo di vivere le fede è inevitabile: nelle nostre parrocchie abbiamo a disposizione varie celebrazioni della Messa in vari orari, per permettere a tutti di partecipare a quella che gli è più comoda e, il più delle volte, avvertiamo quest’impegno come un peso.

 

“…e ho scoperto che Dio si adatta”

L’esperienza che mi ha maggiormente arricchito è stato vivere le celebrazioni della Messa e i vari momenti di preghiera. Guardo per un attimo alla nostra Chiesa e alle nostre celebrazioni: un messale sull’altare che, talvolta, ci offre la possibilità di recitare formule e preghiere senza dover necessariamente azionare cuore e cervello. Sotto l’ambone uno strumento ormai indispensabile: il libretto per la preghiera dei fedeli, adatto per ogni occasione, per qualsiasi ricorrenza e per ogni fedele. Quando vedo questo libro mi viene sempre in mente la scena del  film di Totò “Miseria e Nobiltà” nella quale Felice Sciosciammoca, che è uno scrivano, cerca di vendere al suo cliente una lettera già scritta per un altro, ma che potrebbe andar bene per la persona alla quale il cliente vuole far capitare la missiva. Si giustifica dicendo che così avrebbero risparmiato entrambi, uno l’inchiostro, l’altro il denaro, entrambi il tempo. Allora perdonatemi se dico che le nostre liturgie sembrano diventate celebrazioni al risparmio: si fa economia di tempo e di sentimenti.

In quella terra del Centro-America le celebrazioni sono sempre vive, perché partono dalla vita, da ciò che realmente è stato vissuto. Ecco che, allora, si comincia l’Eucarestia con le intenzioni che la comunità o il singolo vogliono presentare al Signore. Al momento dell’atto penitenziale, piuttosto che recitare la formula stampata sul messale, si chiede perdono per le mancanze  e gli errori fatti dalla Comunità nel tempo intercorso dall’ultima celebrazione, e diventa, quello, anche un momento per chiedere perdono ad un eventuale fratello offeso. Insomma le celebrazioni sono realmente partecipate. La gente ascolta attentamente, prega e ringrazia Dio, ad alta voce, senza temere alcun tipo di giudizio. La celebrazione della Messa diventa un momento importante nel quale tutta la comunità si presenta al Signore e gli offre ciò che ha vissuto, rendimenti di grazie, richieste di perdono o di aiuto. Niente formalismi, niente cerimonie. L’unica cosa che conta davvero è l’incontro che avviene in quel momento: quel Dio che è sempre accanto al popolo, diventa pane per entrare nelle vite di ciascuno.

E’ in una di queste occasioni che ho rafforzato una mia convinzione: credo che, in un cero senso, Dio sia disposto ad adattarsi. Non gli riesce difficile. Già venti secoli fa, da immigrato, ha assunto la natura umana e si è adattato ai nostri modi di fare perché noi ci elevassimo alla sua divinità. Adesso continua ad adattarsi. A Lui non importa in che lingua si pronuncino le parole di consacrazione. Non gli interessa sapere se viene poggiato su un altare sfarzoso o su un tavolino precario. Non gli importa se a pregarlo ci siano giusti o peccatori, ricchi o poveri. A Lui non serve sapere se sarà ricevuto su mani spaccate dal lavoro e sporche di terra o su palmi limpidi e curati. Egli si adatta perché ha sempre il desiderio di abbassarsi verso gli uomini, scendere lì dove due o tre sono riuniti nel suo nome; desidera stare al fianco di chi soffre, ai piedi di chi è povero, a sostegno di chi è emarginato. E si adatta perché vuole rinfiammare i cuori, vuole riaccendere la luce degli occhi spenti, vuole riscaldare chi ha freddo, coprire chi non ha un tetto, vuole dar da mangiare a chi ha fame. Dio si adatta perché vuole  che ciascuno prenda a cuore chi gli sta accanto, e veda, nell’altro, il suo stesso volto. Lì, ne El Salvador, come qui, in Italia, nelle nostre terre, nelle nostre famiglie, nelle persone che ci stanno accanto.

C’è solo un’ultima cosa che voglio raccontare (anche se ce ne sarebbero altre cento!). Un giorno andammo a celebrare Messa su un monte che, durante la guerra, divenne un rifugio per tutta la popolazione, al confine tra El Salvador e le Honduras. Dopo la celebrazione era previsto un banchetto: ognuno portava quello che poteva così che tutti avrebbero potuto pranzare. Ero arrivato da pochi giorni e confesso che, quando seppi di questa cosa, non credevo che tutti si sarebbero sfamati. Ma, ricordate la moltiplicazione dei pani e dei pesci operata da Gesù? Quel passo si conclude così: «Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene».(Mt 14,20)

Posso dire di aver vissuto una situazione analoga: ognuno aveva con sé solo “cinque pani e due pesci”, eppure avanzò del cibo. Questa è la straordinarietà di chi sa di non avere nulla, ma è consapevole che condividendo quel poco, si può ottenere davvero tanto. Ed è semplicemente questa la logica di Dio.

I poveri hanno da insegnarci tanto, peccato che non sempre siamo disposti a sederci tra i banchi per imparare la lezione!

Rocco Pezzullo

 

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