Cardinal Siri, “Sono felice di …

nov 18th, 2012 | By | Category: Il Serra nel Mondo

Il Serra Club Genova 184,  intende presentare brevemente  la figura del Cardinale Giuseppe Siri, che vogliamo ricordare quale fondatore e padre del Serra non solo di Genova, ma d’Italia.

Il cardinale Giuseppe Siri

Crediamo però che sia possibile trovare una sintesi significativa nel suo Testamento spirituale, che vogliamo riprodurre:

“Cari fratelli,

   vi lascio per entrare nella vita eterna.

   Vi attendo tutti, poiché ho la umile speranza che il Signore mi accolga con sé. Abbiate pietà di me, perché colle vostre preghiere spero sia abbreviato il mio Purgatorio.

   Sono felice di avere servito Iddio, di aver avuto in mente per tutta la vita la Sua Santa Chiesa soltanto, sia pure con tanti difetti.

   Sono felice di aver esercitato soltanto il Sacerdozio e quello che anche casualmente ne diventava dovere.

   Sono felice di avere sofferto e di avere sempre difeso la Chiesa e il Sommo Pontefice.

   Ringrazio Dio di avermi dati i miei esemplari Genitori, il Parroco che mi ha insegnato raccontando lo spirito ecclesiastico, i superiori tutti.

   Sono felice di avere amato la Santissima Vergine come Madre e di aver avuta devozione per tutti i Santi, cominciando dal mio meraviglioso Patrono San Giuseppe. Essi sono i migliori compagni della vita.

   Sono felice di avere lottato sempre per difendere la Dottrina Cattolica e di avere servito.

   Chiedo perdono e perdono.

Ora vedo e dico a voi: niente vale più dell’amare il Signore e i fratelli per amor suo, dimenticare sé e servire in Dio tutti gli altri.

   Il tempo è breve, usatelo bene e insegnate ai piccoli ed ai giovani ad usarlo bene.

   L’ultima benedizione per coloro dei quali sono stato Vescovo.

   L’ultimo atto:

NON NOBIS DOMINE, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM”.

Di questo Testamento innanzitutto colpisce l’iniziale dichiarazione di umiltà: come tutti i buoni cristiani, il Cardinale Siri aveva la speranza, l’umile speranza della salvezza, non la presunzione di una salvezza certa.

Per questo egli chiedeva la bontà delle nostre preghiere, affinchè fosse abbreviato il suo Purgatorio.

E’ già questa una riflessione importante, che ci viene proposta: oggi non si parla più di suffragio, non si pensa più alla necessità di pregare per i vivi e per i morti, come se la salvezza delle anime fosse un dato scontato, come se alla morte non seguisse un giudizio, come se non esistesse una Legge divina che faccia da riferimento per tale giudizio.

La citazione del Purgatorio non può non richiamare poi la devozione che il Cardinale aveva per Santa Caterina da Genova, autrice di uno splendido trattato proprio sul Purgatorio.

Il cuore del Testamento è però rappresentato da una quintuplice dichiarazione di “felicità”: in un mondo per tanti aspetti popolato da persone tristi ed infelici, colpisce che quest’uomo di chiesa, al termine della sua lunga giornata terrena, prorompa in una specie di grido di felicità: sono felice.

E lo ripeta per ben cinque volte.

Cosa significa essere felici, al termine della vita?

Significa riconoscere di aver centrato la propria vocazione, di averla realizzata, di aver compiuto il proprio dovere, di aver realizzato, sia pur con tutti i limiti umani, il compito che ci era stato affidato.

Con umiltà, ma anche con serenità il Cardinale Giuseppe Siri poteva dire di aver fatto quello che doveva fare, come cristiano, come prete, come Vescovo.

Innanzitutto afferma di essere felice per aver servito Dio e per aver avuto in mente per tutta la vita la sua Santa Chiesa soltanto.

Ecco la prima strada per un sacerdote, per un Vescovo, ma verrebbe da dire per qualsiasi cristiano, per poter, al termine della vita, dirsi “felice”: servire Dio e avere in mente (e ciò significa anche nel cuore)la Chiesa.

Il secondo grido di felicità del Cardinale Siri è per aver esercitato “soltanto” il sacerdozio, e quello anche “casualmente” ne diventava dovere.

E’ interessante l’uso di questo avverbio “casualmente”, quasi a significare con ironia che spesso gli onori arrivano “per caso” e pertanto non bisogna dare ad essi troppa importanza.

Ciò che invece è importante è avere esercitato il sacerdozio, e soltanto quello, ossia non aver avuto commistioni con gli affari del mondo, che pure egli trattò, e di cui fu anche regista, ma sempre e solo come sacerdote, ossia avendo di mira non il potere e le questioni umane, ma il bene delle anime: in quest’ottica, si deve intendere l’appassionato interessamento del Cardinale Siri per le sorti della città, e soprattutto per il mondo del lavoro, dove fece entrare il Vangelo, creando, ad esempio, realtà che riunivano dirigenti ed imprenditori, come l’UCID, ed istituendo i Cappellani del lavoro.

Si capisce, dalla felicità del Cardinale Siri per il suo sacerdozio, anche la cura che egli ebbe per i giovani, per le vocazioni, per i seminaristi che visitava e ascoltava almeno settimanalmente.

Che bello poi il terzo grido di felicità, per aver sofferto e per aver sempre difesola Santa Chiesaed il Sommo Pontefice, da sempre perseguitati.

Mai come oggi ci appaiono attuali queste parole, che esprimono il destino di ogni cristiano serio, ossia quello di combattere, con mezzi pacifici ma non meno incisivi, per difenderela Chiesaed il Sommo Pontefice.

Quante cose si potrebbero dire su questo aspetto della vita del Cardinale Siri, tutta volta alla difesa della Chiesa, della verità cattolica, del Papa: e si badi, di ogni Papa.

Come non ricordare, ad esempio, la difesa che il Cardinale Siri fece di Paolo VI quando questi venne attaccato per l’Enciclica Populorum Progressio?

La felicità non dimentica il dovere del ringraziamento: se si è felici, si deve ringraziare qualcuno.

E il Cardinale Siri ringrazia Dio per avergli dato genitori esemplari ed un parroco esemplare che in modo semplice, affettuoso (“raccontando”) lo introdusse nello spirito ecclesiastico.

Ritorna poi il grido di felicità per aver amato ed onoratola Santissima Verginee tutti i Santi, che sono – egli dice – “i migliori compagni della vita”.

Chi ha avuto la fortuna di conoscere e di seguire il Cardinale Giuseppe Siri, sa con quanto slancio, con quanta fede egli celebrasse nelle grandi Basiliche genovesi o anche in piccole Parrocchie le feste della Madonna e dei Santi: di ognuno di essi conosceva e sapeva esporre la vita, le opere e i miracoli e li sapeva presentare come personaggi non di ieri, ma di oggi e di sempre, come gli amici di Dio e degli uomini.

Infine egli si dice felice per aver lottato sempre per difendere la dottrina cattolica e per aver servito, ossia per essere stato un Ministro della verità, anche quando questo costava e poteva comportare derisione, isolamento, attacchi: la verità, soprattutto.

Ma alla fine della vita egli capisce che quanto ha sofferto è diventato merito per la vita eterna e per questo è felice.

Questa felicità, come si è detto, non cancella la necessità del ringraziamento e non cancella neppure la consapevolezza dei propri limiti, della umana fragilità per cui chiede perdono e perdona.

Capisce di aver centrato l’obiettivo della vita perché appunto per tutta la vita egli ha mantenuto quello che effettivamente vale: amare il Signore e i fratelli per amor suo, dimenticare sé e servire in Dio tutti gli altri.

Anche la conclusione è degna della massima considerazione: è l’invito a usare bene il tempo, perché il tempo è breve, e ad insegnare ai giovani, ai piccoli ad usarlo bene.

E usare bene il tempo significa viverlo come ha fatto lui, agganciandolo all’eternità.

Crediamo che questo testo dovrebbe essere oggetto di frequente meditazione per i Vescovi, per i sacerdoti, ma ribadiamo – anche per i laici, se al termine della loro vita vorranno ripetere: sono felice.

 

 

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