Confessione e storia delle indulgenze

nov 10th, 2012 | By | Category: Primo Piano

Definito nel Catechismo della Chiesa Cattolica il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione perché concede la remissione dei peccati e riconcilia il peccatore con Dio, la Confessione è il processo di purificazione che consente la riammissione allo stato di grazia di chi è venuto meno ai precetti della conversione ricevuti con il Battesimo.

La Confessione è chiamata anche sacramento del Perdono perché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente il perdono e la pace.

Per i cattolici la Confessione è il sacramento più ostico e difficile da accettare perché impone al penitente di rivelare i suoi peccati ad altra persona, anche se questi è un sacerdote, che è ministro di Dio, e nel segreto confessionale. Sono molti, infatti, i credenti che rinunciano a confessarsi e partecipano ugualmente al sacramento dell’Eucarestia, perché ritengono che sia più giusto chiedere direttamente perdono a Dio delle proprie colpe, come avviene per i protestanti, senza la mediazione del sacerdote. La rinuncia del mondo protestante al rito della Confessione è sostenuta dal convincimento che sia stata la Chiesa e non Gesù Cristo a istituire e imporre questo sacramento per ottenere il perdono dei propri peccati.

Per rispondere a questa errata interpretazione occorre rifarsi alle Sacre Scritture dalle quali si evince inconfutabilmente che non è stata la Chiesa a concepire il sacramento della Confessione ma lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, perché solo Dio ha il potere di rimettere i peccati, e che l’esercizio di questo potere è stato affidato da Dio stesso a Cristo e, quindi, alla Chiesa.

Questo principio è stato assunto dal Concilio di Trento come verità dogmatica e per questo motivo chi si pone contro questa verità non manifesta tutta intera la fede cattolica.

In un passo del Vangelo si legge di come Gesù esercitò questo potere divino dicendo al paralitico che gli Scribi gli avevano portato davanti: “ti siano rimessi tuoi peccati” e di come abbia dato questo potere agli Apostoli quando disse: “ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. Gesù che è Dio e che ha il potere di rimettere i peccati, dona agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, l’esercizio di questo stesso potere di rimettere i peccati.

Non c’è dubbio che il potere di assolvere o condannare sia un potere giudiziario e che per poterlo esercitare è necessario che i peccati siano confessati alla Chiesa, e per la Chiesa ai sacerdoti che sono i successori degli Apostoli.

Una accurata analisi storica ci consente di asserire come l’esercizio del sacramento della Confessione, dalle origini della Chiesa, sia stato assolto sempre dall’ordine sacerdotale.

Una prima traccia la troviamo sin dal I secolo nel “Didachè” o “Dottrina dei dodici Apostoli”, antichissimo scritto quasi contemporaneo ai Vangeli di Matteo, Marco e Luca, che rappresenta la sintesi dell’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo agli Apostoli, dove si legge: “nella Chiesa confesserai i tuoi peccati”.

Foto Fabio Pignata

Un’altra traccia antica è quella di San Cipriano, Vescovo di Cartagine (205 d.C.), che rivolgendosi ai cristiani li esorta con queste parole: “vi prego, fratelli, di confessare ciascuno il proprio delitto, mentre chi ha peccato è ancora su questa terra, mentre è ancora possibile confessarsi, mentre la soddisfazione, come pure la remissione fatta per mezzo dei sacerdoti è gradita al Signore”.

Altre testimonianze autorevoli sono quelle di San Metodio, (311 d.C.), Vescovo di Olimpo nella Licia: “al vescovo, sacerdote figlio del vero arcisacerdote, manifesti ognuno la sua propria piaga” e di San Basilio (379 d. C.), Vescovo di Cesarea: “i preposti della Chiesa ricevono dai colpevoli la confessione dei loro segreti di cui non è stato testimonio nessuno tranne Dio”.

Conseguenza della confessione e dell’assoluzione del peccatore è la remissione della colpa e della pena eterna. Pur nella riconciliazione con Dio restano, tuttavia, gli effetti derivanti dalla natura stessa del peccato che necessitano di una successiva purificazione, la cosiddetta pena temporale. Per superare ed eliminare il debito della pena temporale, la Chiesa ha fatto ricorso alle indulgenze.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’indulgenza “la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autorativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi”.

La storia delle indulgenze inizia con l’età apostolica, che si identifica con l’epoca dei dodici Apostoli. Nell’arco di tempo dall’età apostolica fino all’VIII secolo, il cammino della penitenza era pubblico e comportava severe mortificazioni; in tale contesto le indulgenze avevano lo scopo di ottenere una riduzione o la remissione della pena canonica (privazione di un bene spirituale o temporale) attraverso le implorazioni ai martiri. Con il loro sacrificio, i martiri, in punto di morte, trasmettevano al Vescovo una supplica, detta “supplices belli martyrum”, con la quale si invocava l’applicazione dell’indulgenza a favore del penitente che ne avrebbe fatto richiesta.

In un secondo periodo, che si estende dall’VIII al XIV secolo, si pervenne a una attenuazione della severità della penitenza, che da pubblica divenne privata, consentendo la concessione dell’indulgenza a quanti acquisivano meriti per la loro partecipazione a opere di misericordia, alle crociate e ai pellegrinaggi. Significativo di questo periodo è l’indulgenza concessa da Papa Bonifacio VIII in occasione del primo Giubileo nel 1300, applicata ai pellegrini che si fossero recati a Roma in visita alle Basiliche.

Foto Fabio Pignata


Il terzo periodo, che va dal XIV al XVI secolo, vide l’allargamento della pratica dell’indulgenza, che divenne un vero e proprio abuso quando fu introdotta l’usanza di poterla ottenere con offerte di denaro a favore di opere di apostolato, le cosiddette “oblationes”. L’errata convinzione che con le offerte di denaro era possibile liberarsi non soltanto dalla pena temporale ma anche dalla colpa, sminuiva fortemente il concetto della Confessione e del Perdono e diede luogo a una dura reazione da parte di alcuni teologi, tra i quali San Tommaso d’Aquiino, e allo scisma protestante di Martin Lutero. Il “mercato delle indulgenze”, che tanti danni procurò alla Chiesa, ebbe fine con il Concilio di Trento (1545-1563), che mise ordine agli abusi con l’abolizione della raccolta di denaro e con la riaffermazione delle dottrine della Chiesa.

Nel quarto periodo, che parte dal XVI secolo fino ai nostri giorni, la concessione delle indulgenze è stata regolamentata dai Pontefici che si sono succeduti sempre nel segno della continuità del significato originario. L’ultima riforma in materia è stata quella di Papa Paolo VI che, con la Costituzione apostolica “Indulgentiarum doctrina et usus” del 1967, pone i fondamentali dottrinali delle indulgenze e contiene norme che ne regolano l’uso e la concessione.

Cosimo Lasorsa

Nel redigere le nuove norme, si è cercato, in particolar modo, di stabilire una nuova misura con l’indulgenza parziale, di apportare una congrua riduzione al numero delle indulgenze plenarie e di dare alle indulgenze cosiddette reali e locali una forma più semplice e dignitosa. L’indulgenza è plenaria o parziale a seconda che liberi in tutto o in parte dalla pena temporale dovuta per i peccati.

Cosimo Lasorsa

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