Vocazioni nella Chiesa: porta della Fede e orizzonte di Speranza.

ott 29th, 2012 | By | Category: Mondo Cattolico

Pastorale per le vocazioni nella Chiesa italiana: porta della Fede e orizzonte di Speranza

Mons. Nico Dal Molin

A. Un nome nuovo … un cammino dalle radici antiche

La celebrazione di questo doppio anniversario del Serra club (20° anniversario di fondazione a Montepulciano – 30° anniversario a Siena), si colloca in un momento assai vicino ad una data importante per la storia del Centro Nazionale Vocazioni, a cui il Serra International Italia è sempre stato fraternamente e generosamente vicino.

Il CNV, ufficialmente nato il 23 febbraio 1967 (45 anni di vita raccontano una dimensione esistenziale di pienezza adulta e generativa, se paragonata al cammino evolutivo della esperienza umana), da parte del Consiglio Permanente della CEI (29 Settembre 2012) è stato ufficialmente integrato tra gli Uffici della Segreteria Generale come Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni (UNPV).

Ciò rappresenta l’approdo di una disponibilità alla collaborazione intensa tra la pastorale vocazionale e le altre aree pastorali della Conferenza Episcopale Italiana, maturata insieme in più anni di cammino, che permette alla pastorale vocazionale di assumere una precisa identità pastorale, in un contesto sempre più comunionale, non solo a livello nazionale ma anche nelle realtà delle Chiese particolari.

Il nome è nuovo: “Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni”; le radici sono quanto mai antiche.

Così si esprime il Comunicato finale CEP del 29 settembre 2012: “La matrice antropologica della cultura corrente rimanda a un io autocentrato, che idolatra la propria individuale libertà e ha come riferimento soltanto se stesso. Dal rischio di tale mentalità non sono immuni gli stessi sacerdoti: riconoscerlo per i Vescovi è stato un riappropriarsi della responsabilità della santità del proprio clero, nell’impegno a prevenirne, per quanto possibile, le cadute e ad accompagnarlo con una formazione adeguata, perché la sua vita sia abitata dal Signore.

Su tale tema i Vescovi hanno sviluppato un’ampia riflessione, alla luce del documento “Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale” da parte della Congregazione per l’Educazione Cattolica.

La preoccupazione dei Pastori – più ancora che il calo numerico dei sacerdoti – riguarda i criteri che, nella mentalità corrente, guidano un giovane nella costruzione della propria identità: spesso il singolo ritiene di potersela costruire da sé, scegliendosi i riferimenti e le risorse che ritiene maggiormente confacenti al proprio benessere psicologico ed emotivo. La condizione che innerva un’autentica vocazione – ha evidenziato a più riprese il Consiglio Permanente – rimane la fede, coltivata nella relazione con Cristo: da qui nasce l’elemento unificante dell’identità teologica e  della vita spirituale del sacerdote, che porta a quella carità pastorale caratterizzata dalla totalità del dono della vita.”

 B. Le Vocazioni “porta della Fede” – La Fede “porta delle Vocazioni”

L’Anno della Fede può veramente essere una sorgente feconda di riflessione, di elaborazione, di proposte, ma soprattutto di preghiera e di rinnovamento interiore e spirituale.

Un tempo santo che porterà tanti più frutti, quanto più saprà divenire un cammino personale e comunitario, per riscoprire le radici del nostro essere discepoli di Gesù e delle nostre scelte di vita, perché affascinati da Lui.

Afferma Papa Benedetto XVI°: «La “quaestio fidei” è la sfida pastorale prioritaria. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona». (Omelia, 31 dicembre 2011)

Nella prolusione al Consiglio Permanente della CEI (24 Settembre 2011) il Card. Angelo Bagnasco sottolinea: «Non c’è dubbio che dobbiamo imprimere una decisa accelerazione alla pastorale vocazionale, attraverso anche una dedizione specifica dei Vescovi e una mobilitazione affettiva e orante del popolo di Dio. Ma il fatto che vi siano diocesi e regioni che risentono assai meno della crisi dice che vi sono possibilità da mettere in campo e risorse da esplorare. Anche nei territori più ispidi si possono avere risultati consolanti. »

E’ la proposta di uno stile di annuncio del Vangelo della Vocazione, che si radica in una esperienza di fede capace di generare alla vita.

Ciò comporta un grande passaggio di prospettiva: da una pastorale organizzativa ad una pastorale generativa; e una pastorale generativa presuppone una FEDE GENERATIVA E NON STATICA.

§ Una “fede generativa” è chiamata ad abitare tutti gli ambiti della vita umana, e dalla immersione in queste realtà concrete e quotidiane essa può trarre nuova forza, vitalità e incisività, scuotendo comunità cristiane spesso assopite e in affanno, con la certezza che c’è un fuoco sotto la cenere da riattizzare e ravvivare. In questo senso potremmo riscoprire una icona vitale per il nostro cammino vocazionale: l’icona del pellegrino, dell’homo viator di Gabriel Marcel (1944), che non è un naufrago disperso, un malinconico randagio o un  vagabondo nomade e smemorato. “Se l’uomo è essenzialmente un viandante, ciò significa che egli è in cammino verso una meta che vede e non vede. Egli non può perdere questo sprone, senza divenire immobile e senza morire” (G. Marcel).

§ : Una “fede generativa” assume la consapevolezza dell’essere figlio: figlio accolto, amato, benedetto. Una consapevolezza che può essere vissuta nella prospettiva della tenerezza, perché gli archetipi di riferimento della propria storia relazionale sono segnati da esperienze essenziali di affetto, fiducia e positività. E’ anche una consapevolezza che può essere vissuta nella dinamica del conflitto, della ferita non rimarginata, della pesantezza e dell’abbandono, là dove ci sono storie di relazioni segnate da famiglie frantumate e disorientate, da padri e madri più preoccupati di se stessi che del benessere profondo e globale dei propri figli.

§: Una “fede generativa” aiuta a recuperare la dimensione vocazionale della vita, come orizzonte di senso e di significato, come risposta alle domande di tanti giovani che ci interrogano su dolore e amore, paura e morte, riassunte in una richiesta che è di sempre: “Posso io essere felice?” Posso cogliere nella mia vita “quel dolce pomo che per tanti rami / cercando va la cura de’ mortali?” (Dante Alighieri).

§: Ci sono alcune parole-chiave, da rielaborare in prossimo futuro, che aiutano a proiettarsi nell’orizzonte pastorale “Vocazione: porta della Fede”:

*Relazione e fiducia, come dimensione prioritaria e di abbandono alla presenza di Dio nella nostra vita.

*Testimonianza positiva e trasparente, capace di andare oltre i ruoli e le parole.

*La Fede come guarigione dei nuclei feriti nella vita delle persone.

*Capacità di “stare sulla soglia”, per guardare con benevolenza e ascoltare con disponibilità.

*Vivere la “contemplazione”: riscoprire la dimensione profonda della spiritualità come una sete viva di “stare con il Signore”, per aiutarci a scoprire quanto Dio opera in ciascuno di noi.

Questo ci aiuta ad uscire dal rischio di una pastorale, anche vocazionale, concepita come strategia di sopravvivenza, anche se comporta la fatica della comunione e del superamento autoreferenziale.

C’é sete di rapporti umani autentici, di relazioni di vicinanza, di lealtà e fiducia: è questo il “ministero della compagnia e della consolazione”.

L’anno di pastorale vocazionale avrà il suo culmine nella celebrazione della Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, domenica 21 Aprile 2013, a Brescia.

In questa domenica si celebrerà la 50a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, nel contesto significativo dell’Anno della Fede.

Papa Paolo VI°, nel 1964, propose alla Chiesa universale la celebrazione di questa giornata, affermando:  “Si alzi dunque al Cielo la nostra preghiera: dalle famiglie, dalle parrocchie, dalle comunità religiose, dalle corsie degli ospedali, dallo stuolo dei bimbi innocenti, affinché crescano le vocazioni e siano conformi ai desideri del Cuore di Cristo”.

Il messaggio che Papa Benedetto XVI° invia a tutte le comunità, ci invita a riflettere sul tema: “Le Vocazioni segno della Speranza fondata sulla Fede” (cf Spe salvi, 34).

Per dare immediatezza alla proposta del S. Padre, lo slogan dell’Ufficio Nazionale che accompagna l’impegno della pastorale vocazionale è: “Progetta con Dio … abita il futuro”.

L’auspicio è che si possa imprimere una decisa accelerazione alla pastorale vocazionale, attraverso una mobilitazione affettiva e orante del popolo di Dio, calando nel tessuto pastorale delle comunità cristiane le parole di S. Paolo: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria,illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale Speranza vi ha chiamati” (Ef 1,18).

In questo contesto la nostra proposta vocazionale, per l’anno appena iniziato, avrà due punti di ancoraggio molto importanti: la Speranza e la Fede.

Papa Benedetto XVI, il 30 novembre 2007 ci ha donato la lettera enciclica: SPE SALVI. In questi tempi di crisi e difficoltà, solo la Speranza può rianimare i nostri cuori, donarci il coraggio di osare cammini e strade nuove per condividere e formarci fiduciosi al nuovo di ogni giorno.

In sintesi, la lettera di Papa Benedetto ci indica la speranza come elemento distintivo dei cristiani: la Speranza che non è qualcosa, ma Qualcuno, Gesù Cristo.

Il cammino di quest’anno avendo come fondamento la Speranza fondata sulla Fede, si affianca al cammino che Papa Benedetto ha proposto per tutta la Chiesa: dall’ottobre 2012 al novembre 2013, siamo chiamati a vivere l’anno della fede.

Al n. 7 della lettera apostolica “Porta fidei”, il Papa ci sottolinea come «anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede». E al n. 9: «Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza».

Sarà l’anno in cui siamo chiamati a conoscere meglio il Concilio Vaticano II°, per un servizio di aggiornamento e approfondimento del modo in cui la Chiesa deve essere luce nel mondo e a riscoprire la bellezza e la ricchezza del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Per fare questo ci vuole la speranza che è «la forza con la quale guardiamo con costanza lo scopo della nostra presenza sulla terra, ossia lodare e servire Dio; è la forza con la quale vediamo in cosa consiste la nostra vera felicità, ovvero nel trovare in Dio la nostra pienezza; è la forza con la quale scorgiamo dov’è la nostra patria definitiva, ovvero in Dio» (Youcat, n. 308). “Anche noi corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Ebrei 12, 1-2). Mi viene spontaneo ricordare un libro di Edith Stein:”La vita come totalità”.

La fede generativa implica una oblatività totale e piena: ciò significa soffrire per l’altro; darsi totalmente all’altro, prendersi cura dell’altro nella ferialità e nell’incontro personale. “Quanto più il discepolo del Signore vive il servizio, tanto più egli sarà trasparente. Quanto più egli ambisce o si attribuisce titoli di dignità, tanto più opaco egli diviene” (H. Urs von Balthasar)

C. Testimoni di un bene “fragile e raro”: la Speranza

“Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno». Ed esse si ricordarono delle sue parole. E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.” (Lc. 24,1-9).

La proclamazione della speranza della risurrezione riveste oggi particolare significato per dare forza e vigore alla testimonianza. In un tempo dominato dai beni immediati e ripiegato sul frammento, i cristiani possono lasciarsi omologare alla mentalità corrente, ma devono seriamente interrogarsi sulla forza della loro fede nella risurrezione di Gesù e sulla speranza viva che portano con sé. Credere nel Risorto significa sperare che la vita e la morte, la sofferenza e la tribolazione, la malattia e le catastrofi non sono l’ultima parola della storia, ma che c’è un compimento trascendente per la vita delle persone e il futuro del mondo.

La speranza è un bene fragile e raro, e il suo fuoco è sovente tenue anche nel cuore dei credenti. Lo aveva già intuito Charles Péguy: «La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi [la fede e la carità] e non si nota neanche».

Quasi invisibile, la «piccola» sorella sembra condotta per mano dalle due più grandi, ma col suo cuore di bimba vede ciò che le altre non vedono. E trascina con la sua gioia fresca e innocente la fede e l’amore nel mattino di Pasqua. «È lei, quella piccina, che trascina tutto» (da “Il portico del mistero della seconda virtù”).

“Se la Speranza è presente nel cuore di ogni uomo e donna, il Crocifisso Risorto è il nome della speranza cristiana. Vedere, incontrare e comunicare il Risorto è il compito del testimone cristiano” (cf. Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo nr. 2)

D. Vocazioni e Speranza: un cammino, una lotta, un rischio

Nella vita non ci si può adagiare sulle realtà acquisite, non si può mai dare per scontato di avere superato per sempre e in maniera definitiva una situazione problematica e conflittuale, perché essa può sempre tornare a farsi presente con mille sfaccettature diverse.

Tutto ciò che veramente vale, domanda la fatica di un cammino, spesso arduo e difficile, come certi sentieri di montagna lungo i quali sali ansimante e con il cuore impazzito, ma che alla fine ti portano di fronte ad un paesaggio inaspettato, meraviglioso, carico di una poesia e di una magia arcane.

1. Le cose che contano…

La Speranza è una di queste, è molto preziosa e vale la fatica del metterci in cammino, di essere giovani, uomini, donne dal cuore “pellegrino”; è questa la prospettiva del filosofo francese Gabriel Marcel, che pensava alla nostra vita nella dinamica affascinante dell’”Homo Viator”, una espressione latina che dice esattamente il senso di essere insieme sulla strada, di camminare e di cercare insieme.

Vorrei proporvi una parabola: Si racconta che un re possedeva un diamante assai prezioso. Un bei giorno (anzi, un brutto giorno), il diamante sparì dallo scrigno dove egli pensava fosse al sicuro e ben custodito. Allora il re bandì un editto, mettendo a disposizione un grande premio in monete d’oro per colui che fosse stato in grado di ritrovare il preziosissimo diamante. Si presentò per primo un tale detto “Occhio di Falco”, proprio per l’acutezza e la scaltrezza della sua vista. Era in questa qualità che Occhio di Falco confidava per ritrovare il diamante sparito. Partì, cercò, guardò, scrutò a lungo per paesi e villaggi, in cantine e soffitte ma, cerca e ricerca, niente… non riuscì a trovare nulla e se ne ritornò amareggiato e deluso alla corte del re. Missione fallita! Allora si pose alla ricerca del diamante un tale che tutti chiamavano “Senza Paura”; il nome se lo era meritato per il coraggio e l’audacia più volte dimostrata in imprese assai rischiose. Ed egli confidava molto in questa sua dote. Avrebbe affrontato ogni rischio pur di ritrovare il diamante. Cercò… cercò molto, per terra e per mare; affrontò situazioni al limite delle possibilità umane ma anche lui, un bel giorno se ne tornò alla corte reale, ammettendo a denti stretti: «Missione fallita, maestà!». A questo punto si presentò a corte, chiedendo di partecipare alla ricerca del diamante, un tipo strano, una specie di bizzarro giramondo! Lo chiamavano tutti “Senza fretta”. Nessuno, in quel regno avrebbe scommesso un soldo sul fatto che proprio lui sarebbe potuto riuscire in un’impresa dove altri, molto più esperti e scaltri, erano miseramente falliti. “Senzafretta” partì e per un bel po’ di tempo nessuno seppe più nulla di lui; era come sparito nel nulla. Ma dopo alcuni mesi, nei quali oramai era stato dato per disperso, eccolo ripresentarsi a corte con il suo passo tranquillo, lento eppure deciso. Fra la curiosità di tutti frugò lentamente nella sua borsa di cuoio sdrucito e, tra la meraviglia e gli “ohhhh” di stupore generale, ecco ricomparire tra le sue mani, proprio davanti a tutti, il favoloso diamante tanto cercato, splendido nei suoi riflessi di luce e colore.

Che ne dite di questa “parabola”? Personalmente la trovo ricca di significati, e non tanto per il mondo dei bambini, quanto per quello di noi adulti. La vita è sì un cammino, ma va vissuto senza quella terribile frenesia che è la matrice delle nostre ansie, delle nostre impotenze, delle frustrazioni e dei fallimenti a cui andiamo incontro.

2. Una nemica della speranza

La frenesia ci ha fatto perdere il senso di un camminare regolare e tranquillo, ci porta a correre di qua e di là con il rischio di non combinare granché, ci fa essere posseduti dal tempo e incapaci di… dominarlo noi stessi.

Frenesia: non si può cercare la speranza se in noi c’è questo modo di vivere; è purtroppo una forza eguale e contraria che annulla ogni nostro sforzo di cammino e di ricerca. Eppure sembra che tutti ne siamo schiavi; sembra che se camminiamo solamente, e non corriamo, tutti gli altri ci sorpassino inesorabilmente e noi siamo destinati a restare ultimi. Ma la vita è come una maratona: vince chi sa dosare meglio le proprie forze, altrimenti si corre veloci per i primi 30 Km e poi… si scoppia! I grandi maratoneti sanno costruire le loro vittorie, la conquista di un traguardo tanto sognato, sul senso del ritmo, non su quello della frenesia della corsa.

3. Un rischio e tre “speranze”

Non sto sponsorizzando una “vita spericolata”, però è vero che se non impariamo a prenderci qualche rischio restiamo sempre al palo di partenza. Non entreremo mai nella categoria dell’homo viator; non saremo mai capaci di liberarci dal condizionamento culturale della frenesia, e soprattutto, quando ci sarà una possibile realtà che domanda lotta e coraggio per affrontarla, ci tireremo indietro preferendo la nostra comoda “nidificazione” nelle cose che non disturbano, la nostra quiete o meglio la nostra pigrizia.

Non dobbiamo fare gli “stunt-men” (le controfigure degli attori che nei films di azione si assumono le parti più pericolose e forse anche più spettacolari), e non credo neppure che dobbiamo arrivare allo slogan “il rischio è il mio mestiere”; niente di tutto questo esibizionismo. Semplicemente il coraggio di non tirarci indietro quando tocca a noi dare una risposta, quando siamo chiamati in causa in prima persona e ci verrebbe voglia di accampare tutti gli alibi possibili per abbandonare la posizione e per delegare a qualcun altro il nostro posto. Questo vale nelle piccole come nelle grandi scelte della vita.

C’è una Speranza “microscopica”, legata alle piccole cose della vita di ogni giorno, quelle realtà che si possono scegliere o subire, fare con passione o con disinteresse; sono quelle piccole zone franche di Amore e di Bontà che ci sono dentro di noi e che basterebbe solo sgomberare da tanto materiale accatastato sopra, oramai inutile e vecchio.

C’è poi una Speranza “macroscopica”: essa ci aiuta a cercare di pensare e di costruire quel mondo diverso che non è solo utopia di qualcuno. Sono realtà vere e possibili e non “fittizie”, come diceva uno psicologo famoso, Alfred Adler. Chi considera fittizie la costruzione della pace, la ricerca di una maggiore giustizia, di una condivisione, dell’Amore ostinatamente voluto, è terribilmente condannato dal suo pessimismo ad un immobilismo cieco e soprattutto… non ha un cuore giovane.

E infine c’è una Speranza “telescopica”: è come guardare con occhi affascinati dentro ad un telescopio, scrutare il cielo in una notte di stelle e cogliere la luce di una Pulsar, di una stella luminosissima.

4. Concludendo

Questa è la nostra comune Fede e Speranza per la quale vorremmo camminare insieme, lottare e rischiare insieme: il desiderio di guardare lontano, verso l’alto, cercando i punti-luce dell’Universo e dell’Assoluto.

Queste riflessioni che con voi ho condiviso, sono alcuni pensieri forse meno acquisiti dai libri e più cercati e letti nella vita delle persone, nelle loro storie fatte di sofferenze, di desideri, di attese.

Sono pensieri di una ricerca che rimane più che mai aperta e non consegnata alle certezze acquisite. Le mie, le nostre parole sulla Fede e sulla Speranza, lasciano qui spazio alle parole del Silenzio, nella consapevolezza profondamente acquisita che

più che sapere, occorre saper essere,

più che guardare, occorre vedere,

più che parlare, occorre vivere.

E’ l’augurio più sincero, profondo e fraterno che formulo a tutti Voi, in questa felice circostanza di anniversario. Grazie!

Nico Dal Molin

 

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